Le migliori canzoni per (ri)scoprire Giorgio Gaber

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E pensare che c’era Giorgio Gaber, artista completo: cantautore, attore e regista teatrale, cabarettista, chitarrista. Più forte della poliomielite; più forte dell’abbandono dalle scene televisive quando era al massimo del suo successo come cantante rock’n’roll e presentatore; più forte dello scetticismo per la sua scelta di darsi al teatro e del lancio di oggetti durante i suoi spettacoli (Polli d’allevamento) in cui non faceva distinzioni politiche di satira; più forte delle critiche di qualunquismo per il suo non volersi per forza schierare; più forte persino della morte, perché Gaber ci ha lasciato qualcosa di immortale.

Il suo lavoro teatrale, musicale e artistico in generale, sconfina in ogni settore dell’uomo sociale, affrontando i più caldi temi politici, senza aver mai paura di dar voce alle questioni più scomode, fra cui, tra le più note, le accuse di corruzione e di bigottismo ideale della classe politica italiana, dando per questo sempre un gran fastidio, ma non tralasciando temi più intimi, in cui i suoi personaggi sono costretti ad affrontare i propri oscuri limiti, come la precarietà dei sentimenti, la solitudine, l’incomprensione, lasciando spesso raccontare e cantare di tutti questi patemi al proprio alter-ego: il Signor G, uno come tutti, uno che parla, pensa, si arrabbia, si innamora, piange, spera, si illude. Uno che con la lungimirante idea del teatro canzone, non le manda a dire, in grado di unire le arti della musica e della commedia scenica, per creare un’alchimia in grado di arrivare ad ogni ascoltatore o spettatore, con le melodie, la recitazione e una gran voglia di dire quel che a tutti gli altri pareva scorretto, spesso usando molteplici riferimenti culturali e letterari nei propri brani, per unire la storia del mondo a quella Italiana, in cui punto comune è la figura umana in crisi esistenziale ed intellettuale, delineata in quella che pare una regressione culturale, che il cantautore cerca di analizzare nei suoi dettagli più tetri, ma anche di sdrammatizzare, per ingoiare meglio l’amara fiala delle verità raccontate con un po’ di cinismo e tanta ironia.

Gaber era un cantautore unico e, dopo di lui, ad oggi, nessuno è riuscito a rimpiazzare quel ruolo di promotore di riflessione sociale ed umanista, colui che girava il dito nella piaga, a prescindere dal partito. A pensarci, si fa fatica a capire come si è potuti sopravvivere senza, dal giorno della sua scomparsa, il primo dell’anno 2003, di cui la sua eredità culturale sarebbe un gran bene, per tutti, da insegnare.

Per questo, per ricordare il suo genio umano ed artistico, e per riscoprire alcune delle sue più iconiche canzoni, ne abbiamo scelto dieci (più una) che lo rappresentano.

La libertà (da Dialogo tra un impegnato e un non so, 1972)

Icona che Gaber ha riproposto spesso, soprattutto nei primi spettacoli a teatro, che racchiude quella ricerca artistica, morale e sociale che il cantautore rincorrerà per tutta la sua carriera: una libertà che abbraccia l’essere umano insieme alla società, per unirli in un senso comune. Qui il significato completo del brano.

E convinto che la forza del pensiero, sia la sola libertà

Far finta di esser sani (dall’omonimo album, 1973)

Da uno dei primi successi del teatro canzone, un’analisi ironica e reale della maschera umana e delle sue follie nascoste, in quella fase, come dice il Signor G: un po’ schizoide, nella quale il corpo dell’uomo (il suo agire concreto) è assai distante da certi slanci ideali.

Liberi, sentirsi liberi, forse per un attimo è possibile. Ma che senso ha se è cosciente in me la misura della mia inutilità.

L’illogica allegria (da Pressione bassa, 1980)

Brano che rivendica il diritto delle emozioni più irrazionali, come quella di ritrovare la propria allegria o serenità in piccoli gesti o scorci apparentemente senza significato, la quale si sa manifestare anche nella solitudine e che arriva tanto inaspettata, che quasi sembra immeritata.

Io sto bene proprio ora, proprio qui, non è mica colpa mia se mi capita così

Il dilemma (da Pressione bassa, 1980)

Recita Gaber: E così, a un certo punto, abbiamo liberato anche l’amore: finalmente più nessuna repressione, anzi, per alcune coppie l’infedeltà è una specie di garanzia di modernità. E con questa smania di dare ascolto ai brividini del cuore si disfano allegramente le coppie e gli amori nascono come funghi in una strana euforia di cui il fallimento sembra la normale conclusione. Ma non c’è mai venuto in mente che proprio nella fedeltà si potrebbe trovare una risposta diversa? No, non la fedeltà alle istituzioni e neanche alle regole del buon senso antico ma la fedeltà a noi stessi.

Perché morire e far morire è un’antica usanza che suole aver la gente

Qualcuno era comunista (da Il teatro canzone, 1992)

Unico inedito del disco nella riproposizione dei successi del teatro canzone, è una lunga analisi che ripercorre l’ideale comunista e le sue rappresentazioni in termini di speranza, illusioni, ideali, principio o frustrazione, il desiderio di cambiare le cose, anche per chi credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di sé stesso, era come due persone in una

Destra-Sinistra (da Io come persona, 1994)

Le parole, definiscono il mondo, se non ci fossero le parole, non avemmo la possibilità di parlare, di niente. Ma il mondo gira, e le parole stanno ferme, le parole si logorano invecchiano, perdono di senso, e tutti noi continuiamo ad usarle, senza accorgerci di parlare, di niente. Così Gaber spiega l’inutilità della distinzione tra destra e sinistra: due termini molto simili, a cui non bisogna dare un senso assoluto, che non bisogna difendere per partito preso.

L’ideologia malgrado tutto credo ancora che ci sia

Quando sarò capace d’amare (da E pensare che c’era il pensiero, 1994)

Il cantautore racconta con tenera crudezza la rincorsa verso il sentimento più puro, qualcosa di totalmente libero da forzature, dogmi, aspettative, e che poggia le proprie ali sulla condivisione del proprio mistero, per riuscire a capire e vivere, insieme, quello dell’amore.

Un amore senza sensi di colpa, senza alcun rimorso, egoista e naturale come un fiume che fa il suo corso

La razza in estinzione (da La mia generazione ha perso, 2001)

Sprezzante visione delle nuove generazioni, dipinte come qualunquiste, senza quella passione necessaria per il progredire sociale, in una stagnazione cerebrale in cui è meglio non esporsi, non informarsi, non permettersi più la presunzione di voler cambiare il mondo.

Senza alcun rimorso, ma la mia generazione ha perso

Non insegnate ai bambini (da Io non mi sento italiano, 2003)

Lezione di vita imprescindibile del saggio Gaber, che ricorda a chi cresce i propri figli, di permetter loro di esser sé stessi, al di là delle aspettative e di una morale, quella adulta, che ha perso quella magia necessaria a chi ancora può vedere il mondo con gli occhi per volerlo migliorare.

Date fiducia all’amore: il resto è niente

Io non mi sento italiano (da Io non mi sento italiano, 2003)

Dall’ultimo album, uscito postumo, una canzone destinata a divenire il suo dipinto immortale, in un critico percorso nella storia dell’Italia e delle sue contraddizioni: dai fanatismi politici fino al tipico disfattismo nostrano che imprigiona un paese che pare non sappia più come camminare, in cui però c’è ancora spazio per cantare un futuro più nobile orgoglio nazionale.

Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo

Bonus track: Io se fossi Dio (1980)

Brano totale di Giorgio Gaber che, più di tutti, racchiude tutta la sua vena ideologica e compositiva: una sferzante polemica che colpisce l’intera classe politica italiana e non solo, in quella che è un’accusa che richiama il Cecco Angiolieri di S’i’ fosse foco, la quale finisce in un allontanamento da una politica fin troppo malsana, oramai indigesta.

E allora va a finire che se fossi Dio, io mi ritirerei in campagna come ho fatto io

Raccogliere in una playlist gli innumerevoli lavori di Gaber non è affatto semplice: la sua discografia, compresa degli album in studio e dei live a teatro, è davvero immensa. Ma per provare a raccontare con un flusso temporale, il suo cammino artistico, ecco una compilation essenziale:

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