Thanks For The Dance: l’ultimo ballo di Leonard Cohen

Posted by

Come i più attenti già sapranno, il 22 novembre scorso è uscito il nuovo album di Leonard Cohen – Thanks for the Dance – con il quale il cantautore ci “ringrazia per il ballo”, anche se in realtà dovremmo essere noi a ringraziare lui per tutto quello che ci ha lasciato quand’era in vita e per quello che ancora ci sta lasciando anche adesso che non c’è più.

Tutto quello che ha “toccato” con la sua penna è sempre stato marchiato a fuoco dalla sacra fiamma dell’arte e non a caso si intitola proprio La Fiamma anche il suo ultimo libro di poesie.

Si noti bene che quando diciamo tutto, intendiamo dire proprio “tutto”: ogni luogo – dal Canada all’Inghilterra, alla Grecia, agli Stati Uniti – così come ogni aspetto della vita – da quella terrena a quella spirituale – e ogni possibile sentimento di gioia e di speranza umana o di tristezza e di dolore terreno e ultraterreno – da quella luce che filtra sempre attraverso una crepa (There is a crack in everything / That’s how the light gets in) al buio della morte (You want it darker, We kill the flame).

Una morte che in qualche modo è stata superata con questo album postumo, grazie al quale oggi è come se ci trovassimo tutti quanti dentro a quel verso di Pennyroyal Tea in cui Kurt Cobain diceva: “Datemi un aldilà alla Leonard Cohen, così che io possa sospirare in eterno”.

E il “sospirar” ci è dolce in questo “mare”, è inutile negarlo.

Sappiamo già che molto probabilmente questo sarà davvero l’ultimo giro di valzer – TakeThis Waltz direbbe lui? – dopo il quale non potremo più godere del suo pensiero tramutato in musica nuova. Ma intanto gli (con)cediamo ancora un’ultima volta la mano e ci facciamo condurre volentieri nella sua danza fino alla fine dell’amore, come cantava lui stesso in una sua vecchia canzone Dance me on and on / Dance me to the End of Love.

Ma esiste davvero una fine dell’amore? Forse in questo caso no.

Prima di morire, infatti, Cohen aveva lasciato delle poesie scritte su un taccuino e registrato alcune tracce vocali delle stesse, affidando, poi, a suo figlio Adam il compito di ultimarle. Così, dopoYou Want It Darker e la raccolta di scritti The Flame è arrivato adesso anche questo Thanks For The Dance che -lo diciamo subito chiaramente – è meritevole di essere considerato a tutti gli effetti un album di Leonard Cohen vero e proprio – con il suo classico stile recitato e le sue tipiche ballate al rallentatore, che cantate da lui sembrano provenire direttamente dall’eterno e ad esso destinate.

Fin dal primo ascolto ci si rende conto che è come se queste canzoni fossero sempre esistite – come se fossero scolpite nella roccia dalla notte dei tempi, se non addirittura contenute al suo interno, conservate in una caverna nelle profondità della terra, all’origine del tutto.

Come potrebbero altrimenti scavarti dentro così in profondità? Come saprebbero arrivare fino al nucleo più profondo della nostra esistenza se non conoscessero già la strada? se non fossero già state in qualche modo contenute lì dentro da sempre in un tempo prima del tempo?

Non lo sappiamo. Perché come nelle più grandi tradizioni religiose non abbiamo risposte definitive se non quella della fede in qualcosa di assoluto.

Così come non hanno risposte definitive neanche queste nuove canzoni coheniane:

No one to follow
And nothing to teach
Except that the goal
Falls short of the reach

Nessuno da seguire
E niente da insegnare
Tranne che la meta
Rimane fuori portata

Nove canzoni in tutto che sono stalattiti levigate ai fianchi dal suono delle parole di Cohen, che scorrono come un fiume primordiale sulle nostre (r)esistenze terrene.

Parole come quelle che aprono il disco

I was always working steady / But I never called it art /
I got my shit together / Meeting Christ and reading Marx

e mettono subito in chiaro tutta la sua umiltà e la sua incredibile maestria nel mescolare toni alti e bassi, con il nero dell’inchiostro che prende vita, strappandola un morso alla volta dal suo stesso cantore (It’s torn where you’re dancing / it’s torn everywhere).

Parole che inevitabilmente toccano anche il tema della morte con sfumature diverse a seconda dei casi, più cupe e pesanti quando riguardano la storia dell’umanità e leggermente meno (o)scure quando diventano più personali: It failed my little fire / But it’s bright the dying spark – ha fallito il mio piccolo fuoco, ma è luminosa la scintilla morente.

Quando infine i piani temporali si sfaldano e si confondono con l’immaginazione escono fuori addirittura parole d’amore tenere e sensuali come quelle di Moving On e The Night of Santiago.

La prima è una dedica a Marianne Ihlen che in gioventù fu la sua fonte di ispirazione per canzoni immortali come So Long Marianne e Bird On The Wire. Un amore mai dimenticato e splendidamente documentato dal film di Nick Broomfield Marianne & Leonard: Words ofLove uscito quest’anno. Un amore capace addirittura di trascendere la carne. Il caso infatti ha voluto che Marianne venisse a mancare proprio pochi mesi prima di Leonard che – quando seppe delle sue gravi condizioni – le scrisse un’ultima lettera di commovente bellezza:

“Ormai è arrivato il tempo in cui siamo entrambi molto vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi. Credo proprio che ti raggiungerò molto presto. Sai che ti sono così vicino che se allungassi la mano potresti toccare la mia”.

Nel testo di Moving On si coglie questo stesso sentimento di complicità e vicinanza reciproca nel momento della “fine”:

And now you’re gone, now you’re gone
As if there ever was a you
Who held me dying, pulled me through
Who’s moving on, who’s kidding who

In quello di The Night Of Santiago, invece, Cohen fa rivivere la Sposa Infedele di Federico Garcia Lorca, il poeta che lo folgorò quando aveva 16 anni e al quale ha pagato più di un tributo nel corso della sua carriera; ultimo (ma non ultimo?) questa sua rivisitazione esplicitamente antimoralista (You were born to judge the world / Forgive me but I wasn’t) che ci accompagna nella danza più sensuale (e sessuale) del disco, fatta di discese al fiume (So I took her to the river / As any man would do), seni che si aprono come gigli (I touched her sleeping breasts / They opened to me urgently / Like lilies from the dead) e baci che si mischiano con la sabbia (And soon there’s sand in every kiss).

Chi ha un po’ di familiarità con i versi del poeta spagnolo e con le liriche di Cohen si sarà accorto che ci sono molti punti di contatto con un altro valzer della seduzione (precedentemente citato) che porta il nome di Take This Waltz – usato anche in una scena memorabile dell’omonimo film con Michelle Williams diretto da Sarah Polley – e che altro non è che una libera interpretazione della poesia di Lorca Pequeño Vals Vienés – tradotta così nella versione italiana di Carlo Bo:

Guarda che rive di giacinti
Lascerò la mia bocca tra le tue gambe,
l’anima in fotografie e gigli
e nelle onde oscure del tuo passo
voglio, amor mio lasciare
violino e sepolcro, i nastri del valzer.

Questi nastri oggi si sono avvolti attorno alle parole di Cohen e se ci siamo soffermati così tanto su di esse è perché queste erano “l’unica” cosa che il figlio di Leonard aveva a sua disposizione per creare delle nuove canzoni, quando finalmente trovò il coraggio di metterci mano.

Per quanto riguarda la musica, inizialmente pensò di affidarsi esclusivamente al chitarrista spagnolo Javier Mas – che aveva accompagnato il padre sul palco negli ultimi 8 anni – ma in seguito decise di coinvolgere anche altri collaboratori di fiducia, come Jennifer Warnes (ricordate First We Take Manhattan?) e Sharon Robinson (cfr. Old Ideas), più altri musicisti d’eccezione tra cui Damien Rice, Beck, Feist, Bryce Dessnerdei National, Richard Reed Parrydegli Arcade Fire e Zac Rae dei Death Cab For Cuties.

Ciascuno di loro ha dato il suo piccolo contributo sonoro in maniera delicata e rispettosa, descritta dallo stesso Adam Cohen come qualcosa di simile all’usanza funebre della tradizione ebraica che consiste nel portare un piccolo sasso sulla tomba del defunto in segno di saluto.

Proprio al suono in senso lato fanno riferimento anche le parole dell’ultimo brano in scaletta, Listen to the Hummingbird, con il quale Leonard ci invitaad ascoltare qualcosa di ancora più profondo della sua voce (ammesso che esista), cioè il suono della natura, o meglio quello che lui chiama il suono della mente di Dio (Listen to the mind of God / Which doesn’t need to be / Listen to the mind of God / Don’t listen to me), qualcosa di molto simile al concetto ebraico di Bat Kol, la voce del cielo che esprime la volontà divina. Nella canzone questa voce è rappresentata dall’immagine del colibrì, che in quanto volatile è anche simbolo di libertà e rimanda a tutta una lunga tradizione di volatili della popular music, dal Blackbird dei Beatles (Blackbird singing in the dead of night / Take these sunken eyes and learn to see / All your life / You were only waiting for this moment to be free) al blue bird che vola “da qualche porta oltre l’arcobaleno con Judy Garland, fino a quello stesso uccello blu in cui si immedesima David Bowie nel suo commiato musicale:

Look up here, I’m in heaven […]
You know, I’ll be free.
Just like that bluebird
Now ain’t that just like me?

(da Lazarus, estratta da Black Star – l’album di Bowie pubblicato due giorni prima della sua morte).

Ma il rimando più immediato è quello che fa volare la mente a una delle prime canzoni scritte da Cohen, ovvero Bird On The Wire:

Like a bird on the wire
Like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free

Come un uccello sul filo
Come un ubriaco in un coro di mezzanotte
Ho cercato a modo mio di essere libero

Giunto, così, alla fine di questo ballo verso la libertà eterna, il cerchio si chiude tornando all’inizio.

Dove torniamo anche noi. Nel brano di apertura del disco Cohen si chiede What Happens to the Heart, cioè “cosa succede al cuore” – la risposta, nel suo caso, ha che fare di nuovo con l’eternità: smette di battere, eppure lo si sente ancora.

Quindi grazie di tutti i balli Leonard, come hai detto tu: è stato un inferno, è stato divertente, è stato grandioso. Non possiamo sapere se c’è vita oltre la morte, ma se c’è almeno un po’ di musica siamo certi che da qualche parte stai ancora ballando un valzer:

Un, due, tre – un, due, tre, un…”

Rating: 5.0/5. From 2 votes.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.