La storia di Adamo ed Eva e l’interpretazione antropologica

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Quello dell’atto di disobbedienza di Adamo ed Eva descritto nella Genesi e del peccato originale che da esso si ripercuote su tutta l’umanità è da sempre uno dei temi più discussi e analizzati del Cristianesimo. La domanda sorge istintiva nel momento in cui il giovane cattolico scopre di essersi dovuto battezzare per espiare un peccato di cui era già colpevole alla nascita, in quanto uomo: qual è la nostra colpa in età così giovane? Qual è stato il grande peccato compiuto da Adamo ed Eva?

Il peccato originale

Adamo ed Eva furono creati da Dio a sua immagine e somiglianza. Erano le creature predilette del Signore e per questo Dio aveva creato il giardino dell’Eden, in cui l’uomo e la donna avrebbero potuto vivere in grande libertà, in comunione con la natura, con gli altri animali e con Dio. C’era solo un avvertimento che Dio aveva dato ad Adamo ed Eva: potevano cibarsi di qualsiasi frutto, tranne di quelli dell'”albero della conoscenza del bene e del male.” E fu proprio in quell’albero che il serpente tentò l’uomo e la donna, dicendogli che mangiando da quell’albero avrebbero potuto “aprire gli occhi” e “diventare come Dio”.

Il peccato originale è dunque in prima istanza un atto di disobbedienza nei confronti di una regola impartita da Dio. E ha diverse sfumature di significato che assumono grande importanza per un cristiano: disobbedire a Dio significa non aver fede che le Sue regole siano giuste, dunque comporta il credersi capaci di una migliore capacità di giudizio di Dio stesso. Il serpente in fondo ha ragione: mangiando da quell’albero, l’uomo dimostra di potersi credere capace di essere (come) Dio. Al contrario, la fede del vero cristiano deve essere certa che la strada indicata da Dio sia sempre quella giusta, e non dubita mai della Giustizia propria di Dio. È questo un tema ricorrente nell’Antico Testamento, con Dio che spesso mette alla prova la fede degli uomini di fronte a prove difficili, prima tra tutte quella a cui fu sottoposto Abramo, che si vide chiedere da Dio stesso di uccidere il suo unico figlio Isacco e si trovò pronto a farlo, sicuro che il volere di Dio fosse giusto.

Tra le varie interpretazioni esistenti del peccato originale di Adamo ed Eva, quella di Agostino d’Ippona, teologo del quarto secolo dopo Cristo, è particolarmente interessante: mangiare dall’albero proibito implicava la conoscenza di ciò che era il male, e l’uomo non è fatto per poter gestire tale conoscenza. Dio quindi era l’unico che poteva essere in grado di conoscere il male e non compierlo, mentre la conoscenza del male è nociva per l’uomo, perché lo induce in una tentazione a cui non sarà capace di resistere e perché gli sarà difficile interpretare ciò che osserva nel mondo nel modo giusto.

Wolfgang Hutter, Adamo ed Eva, 1955

L’interpretazione antropologica

Esiste una serie di filosofi e pensatori che hanno interpretato la storia di Adamo ed Eva dal punto di vista simbolico. Uno di loro, Erich Fromm, nei suoi scritti riesce a fornire un’interpretazione della vicenda di Adamo ed Eva dal punto di vista antropologico, come simboli dell’uomo che acquisisce coscienza di sé e perde l’armonia con la natura.

Secondo Fromm, la condizione originaria dell’uomo è quella della solitudine. Nel momento in cui l’uomo, dal punto di vista evolutivo, acquisisce l’intelletto, intraprende una strada da cui non può più tornare indietro. Non è più un semplice animale come tutti gli altri, e pertanto si scopre essere l’unico animale “diverso”, vivendo la diversità col resto degli animali della natura come una separazione a cui non potrà mai trovare completa risoluzione.

Erich Fromm vede nella storia di Adamo ed Eva un’allegoria di tale condizione. In principio, Adamo ed Eva erano in comunione e in armonia con la Natura e con Dio. Compiendo la scelta volontaria di mangiare dall’albero proibito, Adamo ed Eva sposano la propria capacità di compiere scelte libere e intellettuali, anche contro l’ordine costituito. Questo spezza l’armonia con ciò che li ha generati. Nel momento in cui Adamo ed Eva disobbediscono, vedono loro stessi nudi e scoprono di provare vergogna: è la vergogna per ciò che si è, per la propria diversità.

Procedendo lungo questa allegoria, Fromm sottolinea che il fatto di aver disobbedito insieme non porta automaticamente l’uomo e la donna a sentirsi uniti l’uno con l’altra. Al contrario, durante il confronto con Dio l’uomo accusa la donna di averlo tentato, dimostrando che l’uomo si sente comunque diverso anche dalla stessa donna (consapevolezza confermata dall’essersi visti nudi ed essersi scoperti fisicamente differenti).

Dopo il peccato originale, dunque, l’uomo si scopre profondamente solo. Distaccato da Dio e dalla Natura a causa della scelta di vivere intellettualmente in maniera libera, e differente dall’altro sesso in quanto non detentore della capacità di amare l’altro in modo naturale. L’uomo spenderà dunque la propria intera esistenza nel tentativo di combattere questa solitudine esistenziale, e per farlo dovrà imparare ad amare: l’amore, nelle sue diverse forme, sarà l’unica soluzione possibile alla propria solitudine.

Cover image: Pieter Paul Rubens, Peccato Originale (1617)

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