Immagini dell’Italia in Goethe, Shelley e Byron

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La nazione è indubbiamente la base politico-strutturale egemonica della nostra società moderna; in questo pezzo, rifacendomi a Benedict Anderson, non intendo prenderla in esame come un dato di fatto, ma come una comunità immaginata, un’invenzione della società moderna. All’interno della creazione di questa comunità immaginata, assume estrema importanza la letteratura, che spesso è il veicolo principale attraverso il quale viene istituito un vero e proprio immaginario, che va a definire le immagini proprie (o improprie) di un’identità nazionale. In questo panorama la letteratura nazionale diventa la principale depositaria di questa idea di nazione: analizzandola con occhio critico è possibile trovare temi, motivi e topoi ricorrenti che attraversano, con variazioni diacroniche e sincroniche, la storia di una letteratura.

In competizione con l’immagine politica che una letteratura nazionale instaura in relazione alla propria nazione, vi sono le poliedriche immagini che le altre letterature nazionali fanno della stessa, non meno politiche della prima. La branca della critica letteraria che si occupa di esaminare questo variegato ventaglio è l’imagologia: lo studio delle immagini, dei pregiudizi, dei clichè, degli stereotipi e in generale delle opinioni su altri popoli e culture che la letteratura trasmette. All’interno di questa disciplina è basilare il confronto tra identità e alterità.

È possibile suddividere, schematicamente, le diverse immagini che una letteratura trasmette di un’altra cultura in due macroaree: le images e i mirages. Le images “sono le unità che compongono l’immaginario che la letteratura nazionale crea di un’altra cultura”, esse hanno un’accezione tendenzialmente “neutra”; dall’altro lato i mirages sono delle images che “alimentano visioni distorte dell’altro, che spesso determinano la valutazione di un’altra cultura come inferiore”: esse hanno dunque un’accezione fortemente “negativa”.

Nel mio elaborato andrò a comparare le immagini dell’Italia istituite da alcuni autori stranieri. La comparazione è delimitata a livello diacronico, in quanto tutti gli autori presi in considerazione (Goethe, Percy Shelley, Byron) pubblicano le opere che esaminerò nell’arco dei primi due decenni dell’Ottocento. Gli autori condividono inoltre la loro condizione di scrittori esiliati dalla propria patria (in tutti i casi parliamo di un esilio volontario); questa condizione comune, a causa della scelta proprio dell’Italia come “nuova patria”, va a sua volta contestualizzata nella moda, diffusa tra gli intellettuali borghesi di fine Settecento-inizio Ottocento, del Grand Tour, che aveva come proprie tappe predilette le due “patrie immaginate” dell’antichità: la Grecia e la stessa Italia.


Immagini dell’Italia nel Viaggio di Goethe

Il Viaggio in Italia di Goethe, pubblicato nel 1817, è in realtà una rielaborazione a posteriori del Diario, scritto tra il 1786 e il 1788, arco di tempo coincidente con il vero e proprio viaggio nel nostro Paese del padre della letteratura tedesca. Questo Viaggio, più che l’Italia, ha una città in particolare come meta principale:

Finalmente posso schiudere le labbra a un pieno e lieto saluto per i miei amici. Chiedo perdono della mia segreta partenza e del viaggio pressoché sotterraneo compiuto fin qui. Non osavo quasi confessare a me stesso la mia meta, ancora per via ero oppresso dal timore, e solo quando passai sotto Porta del Popolo seppi per certo che Roma era mia. […]. Soltanto dopo aver visto come ognuno fosse incatenato anima e corpo al Nord, e come fosse ormai spenta ogni brama di conoscere queste terre, mi decisi a intraprendere un così lungo e solitario cammino, alla ricerca di quel punto centrale verso cui mi attirava un’esigenza irresistibile. In verità, negli anni più recenti era diventata una specie di malattia, dalla quale solo la vista e la presenza immediata potevano guarirmi. Ora lo confesso: da ultimo non riuscivo neppur più a gettare uno sguardo su un libro latino, su un disegno che raffigurasse località italiane. Troppo era maturata in me la sete di vedere questo paese.

[…]

Ho pressoché sorvolato le montagne tirolesi; ho visitato bene Verona, Vicenza, Padova e Venezia, di sfuggita Ferrara, Cento e Bologna, e Firenze, si può dire, non l’ho veduta. L’ansia di giungere a Roma era così grande, aumentava tanto di momento in momento, che non avevo tregua, e sostai a Firenze solo tre ore. Eccomi qui adesso tranquillo e, a quanto pare, placato per tutta la vita. […]. Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; […] e tutto ciò che conoscevo già da lungo temo, ritratto in quadri e disegni, inciso su rame o su legno, riprodotto in gesso o in sughero, tutto è ora davanti a me; ovunque vado, scopro in un mondo nuove cose che mi son note; tutto è come me l’ero figurato, e al tempo stesso tutto nuovo.

Ma, confessiamolo, è una dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l’antica; eppure bisogna farlo, fidando in una soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano, l’una e l’altro, la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma.

Goethe afferma di aver “visitato bene Verona, Vicenza, Padova e Venezia” (e vedremo più avanti quanto la descrizione veneziana sia interessante), ma in seguito la sempre maggiore vicinanza a Roma lo rende letteralmente febbrile e lo porta a trascurare diverse città, tra cui, incredibilmente, Firenze, che viene totalmente ignorata. Goethe si pone così in contrasto con la letteratura italiana coeva (tra cui evidentemente lo stesso Foscolo), la quale vedeva Firenze come patria culturale della nazione, ma anche con gli altri scrittori stranieri che analizzerò in seguito.

L’arrivo a Roma è preceduto da decenni di idealizzazione dell’antichità classica, egli stesso afferma che “ovunque vado, scopro in un mondo nuovo cose che mi son note; tutto è come me l’ero figurato, e al tempo stesso tutto nuovo”: è questa la base del classicismo tedesco, in cui il poeta, che vive un esilio spirituale dalla propria patria e dal proprio tempo, cerca una patria ideale nell’ideale dell’antichità greco-latina. Goethe, come vedremo, cerca nell’Italia reale solo una conferma del proprio immaginario creato tramite lo studio dei classici: “Al centro dell’esperienza italiana di Goethe c’è Roma come allegoria dell’antico e come icona della gioia di una vita libera e artisticamente produttiva”. È in questa scissione tra realtà e ideale che sta anche lo scacco della frattura tra l’Italia passata idealizzata e l’Italia presente, vista come una rovina a cielo aperto.

Sì, qui come dappertutto è lo stesso, e gli avvenimenti ai quali potrei partecipare in via diretta o indiretta mi annoiano già prima di cominciare. Bisogna abbracciare un partito, aiutarlo a imporre le proprie passioni e le proprie cabale, lodare artisti e dilettanti, denigrare i concorrenti, piegarsi a tutti i capricci dei grandi e dei ricchi. Perché dovrei unirmi anche qui, e senza alcuno scopo, al coro d’una simile litania che solo desiderare di fuggirsene dal mondo?

No, non voglio impegnarmi oltre, se non per conoscere anche questo, e per tornarmene a casa soddisfatto anche sotto questo profilo, così da togliere a me e agli altri ogni ubbia di tuffarsi nel vasto mondo. Voglio vedere Roma, la Roma che resta, non quella che scompare ogni dieci anni.

Questo è forse il passaggio in cui Goethe esplicita maggiormente il suo processo di idealizzazione del reale, la frase che sintetizza a mio modo di vedere l’intera filosofia del Viaggio è: “Voglio vedere Roma, la Roma che resta, non quella che scompare ogni dieci anni”. Lo scrittore tedesco afferma il suo totale disinteresse nei confronti della realtà socio-politico romana, non ha alcun fine, per lui, immergersi nella società d’arrivo in quanto essa non rappresenta la “vera Roma”, perché “qui, come dappertutto, è lo stesso”.

Insomma, se da un punto di vista potremmo dire che Goethe qui inserisce la comunità romana in una più larga civiltà europea, non istituendo un forte contrasto tra identità tedesca\alterità italiana(almeno riguardo ai costumi sociali) e abbassando la società contemporanea in toto a un livello fangoso sottostante l’ideale, dall’altro lato questo assoluto disinteresse è paradigmatico. Goethe è arrivato a Roma, ha vagheggiato questo momento per tutta la sua vita, e poi una volta arrivatoci ha trovato la perfezione nella contemplazione dei monumenti e del paesaggio e nello studio nella propria casa (sono infatti numerosi i passaggi in cui l’autore tedesco rifiuta gli inviti ad uscire di molti suoi compagni di viaggio).

Uno degli aspetti più interessanti del Viaggio è però la maniera davvero entusiasta e coinvolta nella quale l’autore descrive il Meridione, incantato soprattutto da Napoli e dalla Sicilia:

L’eccezionale giocondità che qui [Napoli] si nota dappertutto ci riempie di gioia e di simpatia. I fiori e i frutti multicolori di cui s’adorna la natura sembrano invitare gli umani a rivestire se medesimi e tutto ciò che usano delle più vivaci tinte. Chiunque, purché lo possa, s’infronzola di scialli e di nastri di seta, mette fiori sui cappelli. […]. Noi abbiamo il vezzo di chiamare barbara e prima di gusto la predilezione per i colori vistosi, e può darsi che in qualche modo lo sia a volte, o lo diventi; ma in realtà sotto il cielo serenamente azzurro non c’è nulla di vistoso, poiché nulla può vincere lo splendore del sole e il suo riflesso nel mare. Il colore più vivo viene smorzato dalla forza della luce, ed è così intenso l’effetto che tutti i colori […] producono sull’occhio, che anche la screziatura dei fiori e delle vesti si fonde nella generale armonia. […]. Ogni cosa, insomma, sembra voler fare a gara per spiccare comecchessia nella luce celeste e marina.

Napoli e la Sicilia sono i luoghi in cui Goethe ritrova davvero se stesso, in cui l’autore esce da quella crisi spirituale che l’aveva spinto a partire. Non può essere un caso che tale riscoperta di sé avvenga proprio tramite la scoperta dell’alterità più totale del colorato e soleggiato Meridione italiano. Goethe instaura una netta opposizione tra la freddezza nordica ed il calore del Sud, e sembra letteralmente rapito dal paesaggio e dal clima locali. Il Sud Italia viene inquadrato come la regione dello Spirito, in cui la Natura, liberata dalla fredda Ragione nordica può esplodere in mille colori.  A Napoli e in Sicilia “ripetutamente il viaggio […] diviene vita vissuta, che a Goethe appare il tratto saliente dei partenopei. […]. Qui affiora un’inclinazione specificamente etnica di stampo razziale. I napoletani vengono assimilati agli Uroni e resi esotici come indiani d’America”.


L’Italia nelle odi di Percy Shelley

Shelley si esilia in Italia nel 1818 (vi morirà nel 1822), ma il suo rapporto con il nostro Paese è ben anteriore: egli infatti studia la lingua italiana a partire dal 1813 appassionandosi particolarmente a Dante e agli autori del Rinascimento, che diventeranno per lui un vero modello poetico. Egli insomma arriva nel nostro paese con un’immagine ben definita, che vive poi per tutta la lunghezza dell’esilio italiano, con il contrasto con il degrado sociale osservato.

Nell’ambito del proprio esilio da un’Inghilterra sentita come patria tirannica e oppressiva nei confronti degli altri popoli (in forte polemica col nascente imperialismo britannico), Shelley però vede l’Italia soprattutto come patria della libertà.

Passiamo all’analisi di alcuni estratti di Odi da me scelte dell’autore inglese, che a mio parere esemplificano l’immagine che l’autore romantico ha dell’Italia.

 Versi scritti dai Colli Euganei (1818)

«Città cinta di Sole [Venezia]

Tu sei stata figlia di Oceano, e poi sua regina:

Ora un più oscuro giorno è arrivato

E tu dovrai presto esser la sua preda,

Se quel potere che qui t’ha innalzato

Consacrerà la tua equorea bara.

Una grave rovina adesso più che allora,

Con l’onta in fronte della tua conquista,

Per servire lo schiavo degli schiavi

Dal tuo trono fra le onde tu cadrai.

[…].

Quelli che vedon solo le tue torri

Dentro l’oro dell’aria tremolante

-come qui ora mi accade di vederle-

Non potrebbero certo immaginare

Che sono tombe, dove forme umane

Come vermi nutriti di marciume

S’afferrano al corpo della grandezza,

Assassinato e adesso decomposto.

Ma se la Libertà si risvegliasse

Nella sua onnipotenza e scrollasse

Dall’oppressione del celtico Despota

Tutte le chiavi delle fredde carceri,

Dove cento città in catene giacciono

Legate come te, ingloriosamente,

Tu con la schiera delle tue sorelle

Potresti ornar questa terra assolata,

Intrecciando memorie del passato

Con nuove virtù ancor più sublimi;

Se no, dovrete morire tu e loro,

Nubi che macchiano il nascente giorno

Del vero, via spazzate dal suo sole,

La terra può far senza voi come fiori

Nuove nazioni dalla vostra polvere

Sorgono nel deserto d’anni e d’ore

Con una più gentile fioritura.

[…].

Nelle tue aule, Padova, la lampada

del sapere non brucia adesso più:

Come una meteora, il cui viaggio sfrenato

E perduto sopra la fossa del giorno,

Brilla appena, ingannata e ingannatrice.

Un tempo le nazioni più lontane

Venivano adoranti a quella fiamma

Sacra, quando accendeva pochi fuochi

Su questa terra fredda e desolata

Nuovi fuochi ora dall’antica luce

Sgorgano al vigore del vasto mondo,

Ma la scintilla giace morta in te,

Ora pestata via dalla tirannide.

Nei Versi scritti dai Colli Euganei, è prima di tutto interessante notare come Shelley scelga, quale luogo di contemplazione dal quale osservare la situazione politica italiana, proprio i Colli Euganei, consacrati quali loci ameni dell’intellettuale, lontano dai sommovimenti della società, da Foscolo nell’Ortis appena sedici anni prima del componimento qui riportato. Da questo luogo privilegiato Shelley per l’appunto tira le somme sulla situazione sociale italiana, puntando in particolare l’attenzione verso Venezia e Padova, simboli, rispettivamente, della libertà e della cultura accademica. Entrambe sono ora in pieno decadimento, in quanto “le sue torri” (di Venezia), ora “sono tombe”, mentre “la lampada del sapere non brucia adesso più” nell’università di Padova. Abbiamo dunque ancora il motivo ricorrente del contrasto tra un passato idillico e un presente degradato, ma il procedimento maggiormente interessante è proprio l’identificazione della grandezza passata italiana in due valori ben precisi: la repubblica democratica e il sapere accademico.

Interessante notare anche come passi con incredibile continuità dagli autori italiani a un autore straniero il motivo portante di un’Italia dei comuni (“cento città in catene”), la quale potrebbe trovare la libertà dall’oppressore solo tramite l’unione delle forze e degli intenti: “intrecciando memorie del passato con nuove virtù ancor più sublimi”.

Ode alla Libertà (1820)

Roma fu poi – che dal tuo splendido, profondo seno,

Come un lupacchiotto da quello di una Menade cadmea,

Succhiò della grandezza il latte, sebben la tua prediletta

Da quell’eliseo cibo non fosse ancor divezzata:

E molte gesta di terribile integrità dall’amore

Tuo dolce furon consacrate.

[…].

Ma quando lacrime macchiarono il tuo candore di vestale,

E l’oro profanò il tuo capitolino trono,

Con la levità d’uno spirito alato disertasti

Il senato dei tiranni: ed essi caddero proni,

Schiavi d’un unico tiranno. Il Palatino sospirò flebile echi

Di canto ionio; e tu indugiasti ad ascoltare

Quel tono, rimpiangendo di doverlo ripudiare.

[…].

Per mille anni, Dove sei? Gridò la Terra,

Poi l’ombra del tuo avvento cadde sulla fronte

Cinta d’ulivo del Sassone Alfredo:

E molte rocche popolate di guerrieri,

Come scogli che il fuoco solleva dal calmo abisso,

Sorsero nella sacra Italia,

Guardando con cipiglio il tempestoso mare

Di re, preti e schiavi, nella loro maestà cinta di torri:

La moltitudine degli autarchi s’avventò e si infranse

Come vana schiuma contro le loro mura,

Mentre dal più profondo dell’umano spirito

Una strana melodia con amore e reverenza ammutolì

Le armi stridenti; e l’Arte, che non può morire,

Tracciò con divina bacchetta sulla nostra terrena dimora

Immagini degne di lastricare l’eterna cupola del cielo.

A proposito di questa ode di Shelley mi sembra primario notare come il poeta non condivida l’immagine, fertilissima nel panorama letterario italiano, di una Roma repubblicana quale simbolo della libertà: Roma per Shelley è basilarmente una degradazione di Atene, simbolo di violenza ed usurpazione (“Con la levità d’uno spirito alato disertasti il senato dei tiranni: ed essi caddero proni, schiavi d’un unico tiranno”). La Libertà impersonificata, dopo essere sparita per ben mille anni (il Medioevo), si ripalesa, tramite l’Arte (ancora dunque l’immagine della cultura), nella Firenze del ‘200. Abbiamo già visto quanto l’influsso di Dante su Shelley sia importante, qui egli diventa il simbolo di un’Italia libera che ammutolisce “le armi stridenti” con la propria “strana melodia”.

 Ode a Napoli (1820)

Napoli! Tu, Cuore d’uomini che sempre palpiti,

Nuda sotto l’occhio senza palpebra del Cielo!

Elisia Città, che a calma ammalii

L’aria e il mare ribelli, che attorno a te,

Come il sonno all’Amore attorno, sono spinti!

Metropoli d’un Paradiso in rovina

Da tempo perduto, da poco conquistato, eppure solo

A metà riguadagnato!

Luminoso altare dell’incruento sacrificio,

Che la Vittoria armata offre immacolato

Ad Amore, di fiori incatenato!

Tu che un tempo fosti, e poi cessasti d’essere,

Ora sei, e d’ora innanzi sarai sempre, libera,

Se Speranza e Verità e Giustizia possono aiutare.

Evviva, evviva, evviva!

[…].

Non hai sobbalzato all’udire il fremente peana della Spagna

Da ogni cuore solennemente riecheggiato,

Finché il Silenzio Musica divenne? Da Eea

Alle fredde Alpi, l’eterna Italia

Comincia a udirti! – il Mare

Che lastrica le deserte strade di Venezia ride

In luce e musica; la vedova Genova fioca

Al chiaro di luna detta ancestrali epitaffi,

Mormorando: Dov’è Doria?. La leggiadra Milano,

Nelle cui vene a lungo sorse

Il paralizzante veleno della Vipera [Visconti], alza il tallone

Per schiacciarle il capo. Il segno e il Sigillo,

Se Speranza e Verità e Giustizia possono aiutare,

Sei tu di tutte queste speranze. Oh viva!

Firenze! Sotto il Sole, delle città la più leggiadra,

Arrossisce nel suo giardino, attendendo la Libertà –

Da occhi d’inestinguibile speranza

Roma strappa la pretesca cotta

Se governava un tempo con la forza, ora lo fa con

L’ammirazione!

Pronta ancora a correre

Da una postazione più sublime

Per l’altro premio perso sul lido di Filippi. –

Come allora Speranza, Verità e Giustizia aiutarono,

Così ora passano Ingiustizia e Frode! Evviva!

L’immagine dell’Italia di Shelley è però primariamente debitrice dell’Ode a Napoli, che il poeta inglese scrive, entusiasta, durante i moti della città del ’20-’21. Qui Napoli diviene patria della Libertà, una libertà persa per un determinato periodo che però ora si sta riconquistando. Napoli è poi esempio e motivo di unità tra le diverse città italiane, che vengono passate in rassegna con le proprie caratteristiche topiche. La Napoli di Shelley è però solo un’elaborazione retorica, un’immagine che non sembra conservare minime parvenze di osservazione del reale: essa è il luogo in cui la Libertà si manifesta, ma sembra quasi per un caso più che per un vero afflato libertario della popolazione napoletana. In generale, nonostante Shelley sia forse l’unico scrittore esiliato in Italia che presta un’attenzione di un certo tipo ai movimenti sociali a lui contemporanei, la sua visione del Belpaese resta ancorata a un immaginario anteriore, tutto letterario, che non viene quasi minimamente intaccato dal presente. Il popolo italiano è una massa indistinta, non fatta di cittadini ma di individui senza nome, che viene mossa da degli ideali libertari squisitamente letterari e che nulla, in conclusione, hanno a che vedere con la vera situazione socio-politica italiana.


La Venezia vista da Byron in Beppo

L’esilio di Byron in Italia (siamo nel 1816) non può essere slegato dalla forte volontà di fuga dalla propria Inghilterra, basti pensare che l’autore scrive di preferire il Settentrione al resto della penisola principalmente per evitare i propri compatrioti: lo scrittore infatti vivrà principalmente a Venezia e a Ravenna, dove troverà, per sua stessa affermazione, “una seconda patria”. .

In numerose opere è possibile ritrovare riscontri sull’immaginario creato da Byron, basti pensare alla sua opera principale, il Child Harold Pilgrimage, ma io in questa sede ho deciso di concentrarmi in particolare su un’opera meno “istituzionale” dell’autore: il poema Beppo (1817). L’importanza per il nostro discorso di questo componimento non sta tanto nell’intreccio, quanto nelle analisi che potremmo definire etnografiche ante litteram che Byron fa sulla società veneziana, ambiente in cui si svolge la storia. Lo stesso sottotitolo, A venetian story, indica una volontà di caratterizzazione più dell’ambiente che dell’intreccio, ambiente che, come vedremo, verrà descritto in maniera fortemente esotizzante. Non è da trascurare la scelta metrica di Byron, che si affida all’ottava rima della tradizione rinascimentale italiana, metro grazie al quale egli stesso ammette di aver superato la propria crisi artistica.

Iniziamo dunque l’analisi di alcuni brani del poema.

Di tutti i luoghi in cui il Carnevale era più lieto, nei tempi antichi, per le danze, i canti, le serenate, i balli, le maschere, i mimi, i misterii, e per più ricreazioni ch’io non ho tempo ora, o avrò mai di annoverare, Venezia scuoteva la squilla al di sopra di ogni città, e al momento in cui io pongo la mia storia, la figlia dei mari rideva in tutte le sue glorie.

Siamo nelle prime, importanti perché mettono in evidenza il dato che Byron decide di ambientare la storia nel passato, prima del Trattato di Campoformio, dunque in un tempo in cui Venezia era “pienamente” quel mito repubblicano vagheggiato con continuità da tutti gli autori stranieri analizzati. Anticipo che quello di Byron è un punto di vista non troppo interessato ai sommovimenti sociali, nonostante questo “l’esperienza di vivere in una terra occupata si traduce nell’insofferenza di Byron verso gli austriaci presente nell’epistolario del periodo veneziano”. Il periodo scelto dallo scrittore non può non essere il Carnevale, momento in cui il contrasto tra società mondana e cattolicesimo veneziano si esacerba maggiormente.

Shakespeare descrisse le donne in Desdemona, come molto belle, ma di dubbia fama, e fino a questo giorno, da Venezia a Verona, è probabile che le cose siano quello che erano, fuorché però noi non vediam più, come a quei tempi, un marito che per mero sospetto soffochi una sposa di venti anni perché ha un cavalier servente.

Questo breve passaggio è interessante sotto un duplice aspetto: da un lato vediamo come l’immaginario passato dalla letteratura, in questo caso da Shakespeare (e analizzando Shelley abbiamo visto quanto importante sia il suo filtro ai fini della comunicazione tra queste due culture), sia determinante circa la percezione della realtà da parte degli autori: le donne italiane “da Venezia a Verona” sono infatti rimaste come erano descritte ai tempi di Shakespeare, ovvero più di duecento anni prima da un autore che non ha mai visitato l’Italia in vita sua.

L’altro aspetto basilare che qui possiamo iniziare a notare è la costruzione di un’immagine dell’italiano in netta opposizione rispetto al cittadino inglese, che si esacerba nel brano seguente:

Al di qua delle Alpi (sebbene Dio sa che grave peccato sia) ad ogni femmina è, posso dire, permesso di avere due uomini; io non so chi primo introducesse tal uso, ma i cavalieri serventi sono di convenzione comune, e niuno vi bada, né se ne fa la più piccola nota. Tale stato potrebbe chiamarsi (per non dir peggio) un secondo matrimonio che corrompe il primo. La parola d’uso era prima cicisbeo, ma essa è ora divenuta volgare e indecente. […]. È ben vero che le vostre Miss, bottoni in procinto di dischiudersi, son molto vezzose, ma dapprima hanno un velo di timidezza alquanto goffo, e stan tanto in su gli spaventi, che finiscono per spaventare; arrossendo o sorridendo perennemente. […]. Con tutte queste abitudini eterodosse debbo dire che l’Italia è un paese che molto piace a me che godo di vedere ogni giorno il sole di risplendere la vigna (non sorretta da muri) intralciarsi in festoni d’albero in albero.

Qui assistiamo davvero a un rapporto di opposizione netta tra identità inglese ed italiana, che viene portata avanti sul binomio pudore\libertinismo. L’Italia viene descritta come la terra della libertà sociale e sessuale, in cui una donna può avere due mariti ed appare molto più “facile” all’esperienza sessuale rispetto alle Miss inglesi puritane e perbeniste. L’Italia ha “abitudini eterodosse” che si appongono nettamente allo stile di vita “civile” inglese. D’altronde Byron apprezzava di Venezia proprio il contrasto, quello con l’Inghilterra, certo, ma anche quello creato dal “modo in cui la devozione cattolica riusciva a vivere fianco a fianco con i piaceri edonistici del Carnevale”.

Ed amo la lingua, dolce latino spurio, soave come i baci di femmina, che suona come se fosse scritta sul raso, colle sue sillabe in cui l’amabile mezzogiorno respira, e le sue liquide che scorrono con tanta facilità, che nessun accento vi par aspro come nei nostri rozzi idiomi nordici fischianti, chiocci, gutturali, che siam costretti a recere e a sputar fuori con tanto strepito. […]. Ed amo pure le donne dalla ricca villica colle gote fresche e abbronzate […]. Eva di questa terra, che è pur sempre un paradiso, bellezza italiana! Non ispirasti tu Raffaello che morì nei tuoi amplessi?

La lingua italiana subisce un processo di femminilizzazione e, a mio pare, di sessualizzazione: essa viene descritta come superiore alla lingua inglese secondo criteri di sonorità e, potremmo dire, sensualità; quest’ultima caratteristica viene esplicitata dal passaggio alla descrizione delle donne italiane, culminante con l’esaltazione incondizionata della bellezza italiana (anche qui notiamo come stereotipi vivissimi nella cultura di massa abbiamo la loro origine nella cultura alta).

La sessualizzazione dell’Italia è nettamente opposta all’immagine di una terra inglese casta e ligia al dovere:

Inghilterra, con tutte le tue colpe tu sempre mi piaci, dicevo io a Calais, e non l’ho dimenticato; io amo favillare e cogitare per quanto mi è dato; io amo il governo (ma non quello che abbiamo); amo la libertà della stampa e della penna; amo una contestazione parlamentare; amo le imposte […]; amo anche il tempo, se pur non è soverchiamente piovoso, vale a dire, amo due mesi di ogni anno. E così Dio salvi il reggente, la Chiesa, e il re, ciò che significa che io amo tutto e ogni cosa. Il nostro esercito permanente e i nostri marinai congedati, il balzello dei poveri, la riforma, il mio e il debito nazionale, le nostre piccole sommosse che valgono a dimostrare che siam liberi, il nostro clima nuvoloso e le nostre donne gelate; a queste ultime io posso perdonare, le altre cose dimenticare, e venerare con estasi le nostre glorie recenti, sebben desiderando che non le dovessimo ai Tories.

Qui Byron ci fa capire definitivamente il tipo di libertà che ha cercato e trovato in Italia: la vera libertà sociale abita in Inghilterra, non certo in Italia. Il poeta dunque ammette la soggettività della propria fuga, senza potremmo dire denigrare la propria patria, che resta in ogni caso ai suoi occhi un grande modello di giustizia sociale e democrazia con cui l’Italia non può competere in alcun modo. È interessante vedere come il confronto con l’Italia crei in lui una sorta di auto-elevazione morale, non è infatti un procedimento scontato quello per cui il poeta critica gli aspetti più “libertini” della società, ergendosi a personaggio di grande tempra morale.

La satira di Byron appare in fin dei conti ibrida: usa una forma italiana, ma lo fa con un tono chiaramente tarato su un pubblico inglese, il problema del pubblico, per l’appunto, è centrale. Fuggito dall’Inghilterra Byron più o meno nostalgicamente pubblica i suoi versi comunque per un pubblico inglese, e trova un proprio riscatto morale tramite un’estrema esotizzazione di un’Italia vista in un’ottica pienamente oppositiva nei confronti dell’Inghilterra.

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