L’incredibile amicizia tra George Harrison e Eric Clapton

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Natale, 1974: Eric Clapton, forse il chitarrista rock più famoso del mondo, e Pattie Boyd, sua compagna e bellissima modella, stanno pranzando. A un tratto si presenta alla porta George Harrison. Harrison è l’ex chitarrista dei Beatles, la band più importante della storia e, a unirlo con Clapton non è solo la chitarra. George è ancora, per la legge, il marito di Pattie.

Quello che avrebbe tutti i prodromi per trasformarsi in un dramma della gelosia, fa scaturire qualcosa di diverso e, tutto sommato, sorprendente: Harrison porta del vino e un dolce di Natale e i tre mangiano insieme, da buoni amici. La sintonia tra Eric e George è tale che sembra quasi che sia Pattie, l’intrusa.

Ma facciamo un passo indietro a dieci anni prima. George Harrison, nel 1964, è la chitarra solista dei Beatles, un complesso beat che sta impazzando da un anno – dopo una lunga gavetta – ma che è ancora idolatrato solo da adolescenti strepitanti. Eric Clapton è un ragazzo introverso è difficile, ha scoperto che quelli che ha sempre creduto i genitori sono in realtà i suoi nonni e sta per essere espulso dalla scuola d’arte che frequenta; ma scopre un’altra cosa, il blues e come suonarlo con una chitarra. Pattie Boyd è una parrucchiera che coltiva il sogno di fare la modella; una nota rivista la respinge, sbeffeggiandola per i suoi “denti da coniglio”.

Il ’64 è l’anno in cui i tre si conoscono. Clapton suona negli Yardbirds, complesso blues da cui cinque anni dopo nasceranno i Led Zeppelin e che abbandona proprio perché sta diventando troppo simile ai Beatles, troppo commerciale. La Swinging London è grande, ma non abbastanza, e le chitarre di George e Eric si incrociano spesso, facendo nascere una duratura amicizia. Nel frattempo Pattie è scritturata per una particina in A Hard’s Day Night, innocuo musicarello dei Beatles; George è il più giovane e timido dei Fab Four, ma quando vede Pattie, bionda e giovanissima, si butta con una frase cliché dei primi Beatles: Vuoi sposarmi? – le chiede a bruciapelo – e se non vuoi, verresti almeno a cena?

George Harrison e Patty Boyd

Pattie frequenta da qualche tempo Eric Swayne, un fotografo e, pur colpita da George, rifiuta. I giorni passano e la corte di Harrison fa capitolare la modella. Nel 1966 si sposano; i due rappresentano la coppia perfetta, giovani, belli e famosi.

Nel frattempo l’amicizia tra Eric e George si cementa. Tanto Clapton è avanti quanto a tecnica chitarristica, tanto George sembra essere un gradino sopra come maturità e spiritualità. Sono gli anni in cui Harrison si invaghisce delle filosofie indiane e cerca faticosamente di conciliarle col mondo materiale e gli eccessi da rockstar, a cui comunque non si sottrae. Clapton è un purista del blues, incline all’ossessione, tanto da passare giornate intere chiuso in casa del suo mentore John Mayall ad ascoltare e riprodurre con la chitarra i classici del blues. Harrison è invece pieno di interessi che travalicano le sei corde della chitarra. Appassionato di corse automobilistiche e di cinema, è un ragazzo dal senso dell’umorismo tipicamente inglese, poco appariscente ma sottilissimo: Era capace di farti stare male per il ridere – ricorderà Tom Petty.

Il rapporto è talmente stretto che durante le registrazioni del White Album, il 3 settembre del 1968, quando George si trova in un vicolo cieco perché non riesce a suonare una parte di chitarra soddisfacente per While My Guitar Gently Weeps, chiama Clapton. Lo sconcerto è generale, tanto che Eric rifiuta perché “nessuno ha mai suonato nei dischi dei Beatles”. E, tuttavia, la vicenda è paradigmatica del carattere di George. Clapton, infatti, lo surclassa come musicista, è risaputo, eppure il beatle non ha problemi a farsi sostituire, perché sa di essere meno bravo e perché Eric è suo amico. In definitiva, perché è la cosa giusta da fare. Non solo, nell’album bianco c’è anche Savoy Truffle, pezzo dedicato alla passione dell’amico per dolci e cioccolatini, vizio che costerà a Clapton infiniti guai coi dentisti.

L’anno dopo, addirittura, quando i Beatles sono ai ferri corti e Harrison abbandona il gruppo per qualche mese, Lennon vorrebbe chiamare Clapton a sostituirlo. Non se ne farà nulla, ma nemmeno queste chiacchiere potranno scalfire la loro amicizia.

Eric Clapton e George Harrison, 1974

Il blues, i dolci; come detto, Clapton è incline all’ossessione. E la sua nuova fissazione diventa Pattie, la moglie dell’amico.

Nella primavera del 1970 Harrison e Boyd si sono trasferiti a Friar Park, un’immensa villa neo gotica a Henley-On-Thames, 60 chilometri fuori Londra. La magione ospitava un istituto di suore in rovina e George e Pattie avevano sborsato 140mila sterline per acquistarlo. Harrison voleva un ritiro spirituale, con un laghetto, perché “l’acqua calma la mente” dove rifugiarsi e meditare. Ma la casa è spesso e volentieri piena di vip – Ravi Shankar e Peter Sellers sono di casa e compongono con George un terzetto ben bizzarro – e, soprattutto, Eric ne diviene un assiduo frequentatore. Per inscenare furibonde jam session con George, dapprima; sperando di trovare Pattie sola in casa, poi. L’innamoramento di Eric per Pattie è di quelli disperati, quasi adolescenziali. Quando George li coglie a parlare fitto durante una festa, si avvicina e chiede subito chiarimenti, tanto la scena è palese. Eric gli confessa, in una scena madre da tragedia scespiriana o da soap opera – fate voi – l’amore per la moglie. George, impassibile, chiede a Pattie con chi voglia tornare a casa quella sera. Boyd sceglie il marito, ma la pulce nell’orecchio ormai c’è.

Clapton inizia una corte serrata. Se George le aveva dedicato Something, forse la più bella canzone dei Beatles, Eric scrive Layla, ispirandosi a un antico poema indiano. Pattie rimane con George, ma racconterà che la dedica di Layla era di quelle da far tremare le ginocchia e che, già allora, sapeva che prima o poi avrebbe ceduto. La leggenda narra perfino di un vero e proprio duello fra gentiluomini nella villa di Friar Park, combattuto a colpi di incandescenti a solo di chitarra, ma su questo episodio ognuno dei presenti ha una versione diversa, come in Rashomon di Kurosawa. Per Clapton, in particolare, il duello fu solo scherzoso.

Inizia così una discesa agli inferi per tutti e tre. George, dopo un periodo di tensioni insopportabili nei Beatles, deve far fronte allo scioglimento della band, all’inizio della carriera solista e a problemi di coppia seri; Pattie sente di aver sbagliato a rimanere col marito. A Clapton va peggio; distrutto dal rifiuto, sostituisce l’ossessione per Pattie con un’altra, ben peggiore: l’eroina.

L’unica cosa che, incredibilmente, non vacilla, è l’amicizia tra i due musicisti. Harrison predica da anni la ricerca di Dio e la vittoria della spiritualità sulle meschinità umane, e quando vede l’amico in difficoltà non gli volta le spalle. Lo invita, da protagonista, alla sua iniziativa benefica per il Bangladesh. Si tratta del primo grande concerto benefico della storia del rock, una grande vittoria di George, sebbene i fondi raccolti giungeranno in parte e con molti ritardi ai destinatari. Clapton – provato anche dalla morte degli amici Jimi Hendrix e Duane Allman – appare stralunato e assente, suona molto al di sotto delle sue possibilità. Eppure, se guardate il video di While My Guitar Gently Weeps, a un certo punto la sintonia tra i due è quasi commovente: Clapton, svogliato, suona l’assolo, Harrison lo rincorre nota su nota con la sua Stratocaster, gli si avvicina e sembra dirgli qualcosa, fino a quando anche Clapton si abbandona al sorriso e sembra suonare meglio, più sereno.

Passano gli anni. George vive un buon successo coi primi album, ma con Pattie le cose non vanno. Liti, tradimenti e incomprensioni, fino al ’74; i due si lasciano e finalmente la nuova coppia può formarsi.

Siamo al punto di partenza, il Natale del 1974.

Da allora i tre vivono qualche anno di serenità. Clapton riprende a incidere e ottiene grandi successi, come Slowhand nel ’77 e dedica a Pattie un altro capolavoro, Wonderful Tonight. Finalmente, nel 1979, Eric e Pattie si sposano, e a fare da testimone c’è proprio George Harrison, che si definisce ormai quasi un suocero. Alla cerimonia c’è quanto di più vicino alla reunion dei Beatles: George, con Paul McCartney e Ringo Starr, suona Sgt. Pepper, Get Back e Lawdy Miss Clawdy. Manca solo John Lennon, unico all’epoca lontano, nel suo ritiro di New York.

Se fosse un film sarebbe un bellissimo lieto fine. La vita però va avanti; Clapton impiegherà ancora anni a sottrarsi alle sue dipendenze e il matrimonio tanto voluto con Pattie Boyd naufragherà, sotto il peso di alcol e droga, certo, ma anche delle tante infedeltà di Eric. Da quella con Lory Del Santo nascerà Conor, la cui tragica morte segnerà ancora l’esistenza del chitarrista, condannato a stare sempre in bilico tra successo e dramma.

Harrison conoscerà l’insuccesso discografico e anche la casa cinematografica fondata per finanziare film indipendenti, tra cui quelli degli amici Monty Python, dopo un iniziale successo, fallirà.

Siamo al 1992 e i due, provati dai rispettivi fallimenti ma ancora legati da fraterna amicizia e dall’amore per la musica, ripartono in tour insieme. Live in Japan, a nome George Harrison, sarà lo splendido risultato.

Mentre Clapton continua a mietere successi in un finale di carriera nuovamente scintillante e con una vita privata finalmente pacificata, Harrison trascorre gli ultimi anni a Friar Park, con Olivia, la seconda moglie e Dhani, il figlio. Medita, suona e cura il giardino, lasciando l’ultimo saluto con Brainwashed, disco finalmente all’altezza della fama, completato dal figlio. E con il bellissimo brano Horse To The Water, significativo del suo tipico umorismo.

E, quando nel 2001, George Harrison abbandona la sua esistenza materiale dopo una dura lotta contro il cancro, sarà proprio l’amico di una vita a dirigere il concerto tributo.

Le sue ceneri vengono sparse nell’amato Gange.

Bello il ricordo del figlio Dhani: “Faceva giardinaggio di sera, fino a tardi. Poi a mezzanotte, con il chiaro di luna, osservava tutto.”

Solo la morte ha potuto porre fine all’amicizia dei due grandi chitarristi forse perché, come amava ripetere Harrison:

Qualsiasi cosa sia accaduta è positiva se ci ha insegnato qualcosa, ed è negativa solo se non abbiamo imparato: “Chi sono? Dove sto andando? Da dove vengo?”

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