Arte, filosofia e provocazione ne La casa di Jack

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L’arte è un processo inconscio e mistico, che spazia tra il finito e l’infinito: seppur presenta una esiguità fisica e temporale, un’opera può assumere infiniti caratteri e significati, riuscendo ad inquadrare concetti astratti ed inafferrabili. Inoltre essa presenta un altro valore fondamentale, ben espresso dal filosofo Arthur Schopenhauer: l’arte assume un valore terapeutico, poiché permette a l’uomo di capacitarsi della sua condizione di miseria. Un ulteriore caratteristica è l’equilibrio, concetto che l’architettura incarna al meglio, sia fisicamente che simbolicamente. Tre caratteristiche dell’arte che introducono al meglio il nuovo film di Lars Von Trier: La Casa di Jack.

Fin dal titolo, Von Trier mette in risalto il ruolo dell’architettura nella sua opera: la casa riveste un chiaro carattere artistico, e specificatamente simbolico-psicologico: Jack, interpretato da un fenomenale Matt Dillon, è intento a realizzare la casa perfetta, che rispecchi al meglio la sua personalità. Il suo desiderio nasconde, però, la compulsione di volersi convertire da ingegnere fallito ad architetto di successo, ossia di non essere più schiavo ma demiurgo della sua realtà. L’impossibilità di poter compiere questo atto lo porta ad una condizione di impotenza, che lo induce a compiere 5 omicidi, narrati in maniera dialogica attraverso una continua confessione tra Jack e Virgilio, il sommo poeta che accompagna Dante nell’aldilà.

Dalle confessioni si sviluppano riflessioni di carattere filosofico esistenziale: si istaura così un montaggio parallelo che alterna alle zoomate “vontrieriane”, alla fotografia da film d’explotation e al tema Fame di David Bowie, delle sequenze di stampo post-modernista: la tigre e l’agnello (estrapolate dalle opere di Blake), l’architettura nazista di Albert Speer e le interpretazioni musicali di Gleen Gould vengono impastate e rimuginate tra loro, così che assumono un nuovo valore e significato. Lo spettatore è così inabissato in un Maelstrom di ragionamenti contraddittori, che lo inducono a provare compassione per la condizione di Jack. D’altronde egli fallisce nei suoi tentativi di costruzione, arrivando ad una conseguenza macabra.

La rottura è inevitabile: l’equilibrio artistico e psicologico mantenuto da Jack crolla e tutto l’universo assume un carattere univoco di disperazione. Non c’è speranza nella casa di Jack, nella nostra casa; l’uomo è destinato al dolore ed al nichilismo, e Jack, al contrario di Dante, conclude il suo percorso con una caduta buia ed infernale, spinto dalla sua arroganza e dalla voglia di Fama. In conclusione, ciò che può apparire semplicemente come un’opera di riflessione sul valore dell’arte, nasconde anche una forte critica di Von Trier verso coloro che lo additano di immoralità, ed una triste profezia sul suo destino di artista in crisi.

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