Heroin: l’abbraccio della morte secondo i Velvet Underground

La colonna sonora della vita di un tossico. La filosofia che trapela dalla melodia del fantastico pezzo dei Velvet Underground è semplicistica, ma potenzialmente condivisibile.

When I put a spike into my vein
When I’m rushing on my run and I feel just like a Jesus’ son

(Quando mi infilo l’ago in vena
Quando mi sto godendo la mia dose e mi sento come il figlio di Gesù)

Così recitano alcuni versi del brano. Tutto ciò si pone come il compimento di uno status, che sia sociale o fisiologico. “Jesus’ son”, un normale figlio di Dio, nella normale e convenzionale accezione standardizzata che assume questa espressione quando si riferisce a un qualsiasi individuo standard appunto. C’è chi, però, per sentirsi un Jesus’ son ha bisogno di una compagna, di una via non standardizzata: l’eroina.

Oppure, semplicemente, l’eroina è quanto di più divino si possa percepire nella fisiologia e chimica umana. Un intruglio chimico, diabolicamente e appassionatamente umano, ma divino come il paradiso di chi ha abbastanza morfina in circolo da sperimentare il piacere oggettivo di un orgasmo elevato all’ennesima potenza. Immorale, forse.

You can’t help me now, you guys
And all you sweet girls with all your sweet talk

I discorsi di quanto sia dannosa, i sorrisi di compassione dei vecchi amici, sono noiosi e non hanno nulla a che fare con le motivazioni che potrebbero distogliere dall’uso dell’eroina. Sono arroganti e non colgono la filosofia alla base. L’eroina è il peccato di hybris, di chi scappa da una realtà che percepisce artificiale per fuggire in un’altra, altrettanto artificiale, ma comunque fisiologicamente più piacevole. Nei grandi agglomerati urbani, realtà artificiali, “where a man cannot be free” (recita un altro verso della canzone) esiste chi ripone la propria serenità, la propria depressione nelle mani di una droga che, in cambio della vita, dona un’oasi felice e indisturbata di piacere senza paragoni. Laddove ogni cosa è contraffatta, chi percepisce anche la propria vita come tale, sprofonda nel baratro di un nichilismo filosofico serio.

Edonisticamente, dunque, l’individuo costruisce, con l’eroina, il suo personale paradiso. Consapevole di aver votato quasi certamente la sua vita alla morte, non come avverrebbe normalmente attraverso una concezione basilare di ciclicità vita-morte, ma con un grado filosofico superiore, poiché si inizia un percorso di una sorta di suicidio assistito e stoico. Heroin è una dialettica stoica di chi rifiuta una vita artificiale spesa tra “all the evils of this town”. L’eroina diventa un Daimon socratico, un’ombra che accompagna alla morte, venendo quest’ultima accettata a priori.

“Heroin, be the death of me” canta Lou Reed; il pezzo, datato 1967, suggella con questi versi l’accettazione più che filosofica della morte, uno spegnersi lento e gradevole nel proprio paradiso artificiale, che si chiude sulla soglia dell’inferno. In quest’ottica, pezzi come Heroin o, in ambito cinematografico, Amore tossico (1983) di Caligari, sono vere e proprie opere a contenuto filosofico, romantico, sensibile e malinconico.

Heroin, it’s my wife and it’s my life

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