Orso Bianco: l’episodio di Black Mirror sullo show del male

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Tralasciando l’aspetto meramente tecnico, l’episodio White Bear dalla seconda stagione di Black Mirror cela numerose riflessioni metafotografiche. Poiché gli improvvisi mutamenti di scena e le brevi rimembranze di un tempo passato da parte della protagonista, non soltanto vengono condizionati dalle fotografie, appositamente sistemate dagli attori ogni notte, ma anche dalla angosciante consapevolezza di essere costantemente ripresa.

Spaventata e disorientata da un abile gioco di menzogne, alla donna verrà fatto credere che i cittadini sono stati inebetiti da un’immagine apparsa inesplicabilmente in ogni dispositivo dotato di schermo. Siamo pervasi da immagini e fotografie, ne siamo così saturi da essere diventati osservatori passivi; senza mai guardarle con la dovuta attenzione né col dovuto criterio.

Dopo questa breve premessa, possiamo ritornare all’origine della storia. Victoria si sveglia in quella che sembra essere casa sua, non ricorda nulla del suo passato. Trova la foto di una bambina, la quale, però, non è mai presente dove è presente anche lei.

Non si pone nessun dubbio, sembra esserne sicura: è sua figlia. Ma – cosa più aberrante – lo crediamo anche noi spettatori. Non mettiamo mai in discussione la realtà per come ci viene presentata. Al pari dell’ignara assassina ci accontentiamo di accettare l’associazione più semplice e diretta fornita da una singola fotografia.

Se quella foto non fosse stata stampata e messa accanto alle loro, ma solo ritrovata nello smartphone avrebbe avuto la stessa influenza? La scelta dello sceneggiatore non è casuale; consapevole, difatti, del fatto che sia lui, sia noi, ne avremmo dubitato maggiormente, in quanto, la forza narrativa risiede nella stampa e quindi nella tangibilità.

Questo porta ad un’altra questione sollevata dalla puntata: come fanno gli spettatori/attori a riprendere quei momenti senza remore alcuna e anzi con estrema felicità?

La risposta è presto servita: accettano la tortura alla quale viene sottoposta la protagonista per il suo passato da assassina, ma è solo col passivo distacco portato dai telefoni che riescono a trarne piacere, relegandola a semplice personaggio di una finzione come tante altre.

Questa è, però, una conseguenza. La causa è l’intrattenimento. Il pubblico placa la propria sete per una perversa giustizia, per la sofferenza e per l’altrui umiliazione. Ma che specialmente, nello specifico, risponde alla necessità di dimostrare la propria partecipazione agli eventi. Il pubblico non siamo altro che noi ogni qual volta che, aprendo i social durante un incidente, una catastrofe, un evento inaspettato o una cena tra amici, registriamo il tutto diventando spettatori indolenti e disinteressati di un macabro spettacolo. Il nostro voler essere (lì) e primariamente il volerlo dimostrare affievolisce man mano il potere delle fotografie di raccontare una storia.

L’episodio White Bear è un interessante esperimento da analizzare dal punto di vista narratologico, sia per quanto concerne la struttura, sia in merito alla questione etica avanzata. Aspetti che, per altro, s’intersecano rendendo di difficile soluzione il quesito: “chi è il cattivo?”. Affinando l’analisi, il merito di questo prodotto creativo è precipuamente quello di porre violentemente e ripetutamente tale interrogativo nel giro di pochi attimi, senza lasciar adito alla speranza che una risposta univoca sia possibile.

La narrazione, apertasi in medias res, è particolarmente avara di dettagli, anche in ragione della protagonista: una donna stordita e priva di ricordi, risvegliatasi in un mondo dai toni marcatamente post-apocalittici. Molti dei dettagli contestuali non esplicitati vengono colmati dalla funzione riempitiva del nostro background. 

A caratterizzare l’opera, invece, concorrono quelli che sembrano essere gli unici esseri viventi, oltre alla donna: un’orda di figure atte esclusivamente a osservare. Molto simili a degli zombie, sembrano inadatti all’azione e all’empatia, volti esclusivamente a riprendere ciò che accade attraverso i propri dispositivi telefonici. 

Questi non interverranno nemmeno nel momento in cui la protagonista comincerà ad essere inseguita da delle persone mascherate, in una sorta di futuristico Most Dangerous Game, seriamente intenzionate a ucciderla. Riuscirà a salvarsi grazie al supporto di un’altra donna, la quale le spiegherà la causa di tale armageddon; la televisione d’improvviso ha cominciato a trasmettere uno strano simbolo, il quale ha risvegliato in alcuni gli istinti più feroci, e altri li ha resi apataci spettatori. Per questa ragione si sta dirigendo verso l’emittente, con lo scopo di raderla al suolo e riportare il tutto alla primigenia pace. 

Qui, si raggiunge il momento topico. Nel punto in cui la puntata sembra avere raggiunto il proprio compimento, seppur fallimentare, la narrazione stravolge la propria destinazione per diventare un qualcosa di estremamente diverso. Lo scenario diventa una sorta di palco, dove la protagonista viene incatenata ed esposta ad un pubblico (mai visibile, a causa delle luci di scena) e al suo ludibrio. Come in un Arancia Meccanica tecnologizzato, è costretta a osservare la violenza di cui si è macchiata, seppur da semplice complice. 

Proprio a causa di questo crimine, la donna viene narcotizzata ciclicamente e costretta a rivivere (senza averne memoria) la stessa peregrinazione in questo mondo a lei così ostile, in cui i suoi inseguitori altri non sono che attori/gestori di un vero e proprio parco a tema, e per entrare nel quale gli avventori pagano al fine di soddisfare un loro sadico bisogno esperienziale. 
Qui si evince come il dissidio morale evidenziato in precedenza sia reso quantomai labile da una composizione che gioca con le certezze di chi fruisce della visione. 

È più deprecabile la protagonista che ha osservato mentre il compagno uccideva una bambina, o chi la sottopone costantemente a una vera e propria tortura psicologica ai fini di lucro? 

O, forse, chi da tale violenza trae un piacere voyeuristico.

Federico Cacia e Fausto Pirrello

(Articolo pubblicato originariamente sulla pagina Facebook Storia della Fotografia e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione web)

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