Fear Inoculum: come siamo arrivati all’ultimo album dei Tool

Ho 34 anni e, per la mia generazione e quella prima della mia, i Tool hanno significato a livello simbolico quell’amica/o oppure conoscente o “non so che siamo o che potrebbe esserci tra noi” che quasi tutti abbiamo avuto nella nostra esistenza almeno per un periodo: quella figura che non vedi poi tanto spesso ma con cui, quelle pochissime volte che vi riuscite a vedere, stai proprio bene assieme. Da domandarsi perché non si faccia qualcosa per farlo accadere più spesso. Che sì dai, la prossima volta accadrà perché infondo penso spesso a noi, ma poi si tradisce i buoni propositi e si torna al punto di partenza.

A febbraio 2008, Maynard dichiara a Mtv che la formazione sta iniziando la stesura di un nuovo lavoro, non si sbottona troppo a riguardo né i fan lo prendono troppo sul serio: non solo visti i proverbiali tempi abbastanza dilatati della band nel produrre dischi di solito, ma anche perché sono passati nemmeno due anni dall’uscita del monolitico 10,000 Days e c’era chi lo stava masticando ancora. Per avere successive istruzioni in merito agli addetti ai lavori, infatti, si arriva direttamente a marzo di due anni dopo, direttamente sul sito ufficiale della band. Tra un mare di righe astratte da ricordare il blog di Robert Fripp, si allude al fatto che i tre musicisti si stiano curando dell’assetto strumentale del disco, mentre Maynard si trovava impegnato ad ultimare quello che sarebbe stato Conditions of My Parole, il secondo (e probabilmente il più efficace tra i tre) disco dei Puscifer, il suo progetto parallelo dal sapore sfumato verso il pop, un po’ l’equivalente stilistico dei Peeping Tom per Patton, considerando anche il numero di ospiti e l’approccio ironico e meno impegnato della proposta. Per quanto capitoli qualitativamente minori rispetto agli altri due progetti in cui Maynard è coinvolto (i Tapeworm ahimè non li contiamo più, anche se avranno fatto da base ideologica), i Puscifer in realtà saranno l’unico vero appiglio in merito all’evoluzione del cantato stilistico dell’artista fino al 2018. Una sorta di palestra per l’ugola in cui i fan analizzeranno il suo percorso, oltre ad usarli da “metadone” in questo periodo d’astinenza verso i progetti che creano realmente l’hype.

Nel maggio 2012 i Tool tornano a farsi sentire, ironizzando sulle parole di Harold Camping, una sorta di predicatore anziano che, una volta colpito da ictus, iniziò a tempestare i network americani con la sua presenza, annunciando più volte la fine del mondo durante quei mesi ai suoi seguaci, alcuni di essi si tolsero addirittura la vita suggestionati da tali dissertazioni. Maynard e compagni asserivano che avrebbero fatto in tempo a fare uscire il nuovo disco prima che tale catastrofe si fosse abbattuta: “Magari per il 15 o 22 maggio, chissà”. In realtà di una cosa si erano probabilmente resi conto: usare con parsimonia le dichiarazioni, mostrandosi tra il serio ed il faceto, era una strada comunicativa che funzionava dal punto di vista reputazionale. Soprattutto nell’era dei social network dove, se diffondi quattro righe di comunicato, potresti trovarle a rimbalzare per il web durante i 4/5 mesi successivi, dipende da quanta aspettativa la gente effettivamente trova in te. E i fan dei Tool a riguardo sono una categoria a parte: pronti persino a spulciare tra le righe di codice sorgente della loro pagina Twitter per scorgere qualche inedito dettaglio investigativo ancora celato ai più. Tutto ciò è palesemente noto ai quattro musicisti, che essenzialmente da anni giocano su questi aspetti, fuori e dentro gli album. A riguardo arriva un’altra comunicazione della band a fine anno, di Danny Carey, che sostiene che oltre la metà del disco sia quasi pronta e che: “Suona alla Tool” (maddai!).

A settembre 2013 è il turno di Maynard a farsi sentire: “i Tool han ripreso a far musica nuova su tutti i fronti”, che tradotto dovrebbe alludere al fatto che anche lui abbia iniziato a mettere mano alle parti vocali del nuovo album. Sei mesi dopo, durante un Meet&Greet con i fan, alla domanda specifica sul nuovo disco, Adam Jones dichiara che è pronto al 100% ed è in uscita per il giorno successivo. Apriti cielo i clickbait e i rumors a riguardo, il giorno dopo il musicista è quasi costretto a sottolineare lo scherzo, ma ovviamente più che colpa sua la colpa, anzi la CAUSA, è dell’hype mal gestito tra fan e sete di visite al sito degli addetti ai lavori, oramai il nuovo disco dei Tool è diventato il nuovo Godot, assieme all’uscita di Half Life 3. Da questo periodo in poi (un po’ onestamente anche prima, ma l’impressione diventa, come la loro musica: progressiva), più che di note, è come se stessimo parlando di un incrocio tra un meme e una involontaria indagine sociologica per qualche tesi triennale di comunicazione. Pian piano questo secondo aspetto tenderà ad ingoiare il primo, in una sorta di hype tra il malsano e il divertente, a seconda di chi lo subisce o se lo gode. Quello che è certo è che alcuni problemi fisici abbiano ritardato il naturale svolgimento di una delle session in programma, Carey ha avuto un incidente di moto. In realtà ci sono anche alcune cause legali in corso che si trascinano da quasi un decennio e che finiranno solo nei mesi a seguire.

“I Tool stanno nella sala di registrazione accanto alla mia!”, Mikkey Dee dei Motorhead annuncia sui social, presentandosi accanto al faccione di Adam Jones nella inquadratura nel febbraio del 2015. Rimettendo in moto la macchina dell’hype, almeno finché Maynard non placa tutti dal suo account, bollando possibili e trionfali annunci che siano realmente registrando, usando l’hashtag: #gullible. Cioè “creduloni”. E mentre qualcuno inizia effettivamente a riflettere su quanta distanza ci sia tra gli adepti del precedentemente citato Harold Camping (che intanto era morto, senza vedere l’album) e una certa frangia di  appassionati pronti a prendere per buono qualsiasi cosa giri sul web, gli aggiornamenti continuano ad arrivare da fonti prevalentemente esterne alla line up. Perché sono le stesse webzine a cercarle in maniera spasmodica. Così è il turno di Buzz Osborne far notare alla redazione di Teamrock durante un’intervista che probabilmente la formazione non ha nemmeno messo ancora piede in studio, siamo a giugno 2016 (e in effetti tale fase entrerà realmente nel vivo a marzo di due anni dopo). Ad oltre dieci anni effettivi dall’ultimo lavoro.

“Ma no, dai! Deve esserci qualcosa”, sembra esclamare il popolo di Reddit, che persegue a fare a gara nella community a chi inventa la rumor più verosimile, che poi finisce alle webzine, che rilanciano sui social che al mercato mio padre comprò. Tutto ciò diventa utile per la formulazione di nuovi hashtags di Maynard su twitter, uno di questi #dumb (stupido) è riassuntivo alla perfezione.

Danny Carey, in un podcast di Metalsucks, a fine anno dopo ipotizza che il famigerato nuovo disco uscirà per l’anno seguente, sbaglia la previsione di soli otto mesi, in pratica un vero parto. Tempo dopo corregge il tiro: sarà il 2019. E Maynard da Twitter conferma a mò di oracolo. Da maggio in poi, il restante proseguo della storia è più o meno noto a tutti, compresi i due brani suonati dal vivo nelle ultime leg di tour che in qualche modo avevano dato un minimo assaggio alle aspettative dei fan. Fear Inoculum esce il 31 agosto, leakato alcuni giorni prima, e vive di un concept diverso dai precedenti e maggiormente gravitante su una ossessione verso il numero: il sette. Musicalmente (i tempi ritmici dei riff hanno riferimenti matematici), a livello lirico (citazioni testuali) e persino le tracce sono effettivamente a tale numero.

10,000 Days è musicalmente distante e vicino allo stesso tempo dal nuovo lavoro. Lontano riguardante l’approccio in cui si mostrava all’ascoltatore, di certo in maniera più diretta e con soluzioni solistiche meno timide all’interno delle composizioni: passaggi compatti, climax che timbravano la loro presenza nei giusti istanti e parti vocali più varie nelle soluzioni stilistiche e persino nell’aggressività e alcuni passaggi easy listening. Per altri versi però i due lavori si avvicinano quando si identifica una certa mappa su cui questi pentagrammi si muovono: la seconda parte del disco del 2006 era discretamente imbevuto di passaggi ed intermezzi e tracce in generale più ambientali, ad ubriacare le suggestioni dell’ascoltatore e portarlo verso un mood più dilatato di una spirale continua e persistente. Fear Inoculum afferra questa lezione come fosse un farmaco e lo inietta direttamente endovena a sei delle sette composizioni della sua faretra. Perché una delle critiche maggiormente ascoltate in queste settimane di uscita dell’album, per me è fondamentalmente sbagliata: ovvero non è che ci siano meno “canzoni” rispetto al solito, asciugando di intermezzi, outro e intro strumentali vari, il numero presente nel predecessore era onestamente simile.

Le perplessità riguardo questo (comunque buon) lavoro sono penso altre. La scelta, innanzitutto, di mirare molto al groove delle composizioni, scegliendo arrangiamenti cliclici di inseguimenti tra basso-chitarra-batteria per alcuni generosi minuti è a volte un’arma a doppio taglio. In certi punti si crea una densa atmosfera mistica, in altri passaggi insistiti sugli stessi accordi però, la sensazione che si avverte è di trovarsi alcuni pentagrammi afferrati con forza e sensibilmente stiracchiati, con la pretesa di trasformare una persona di un metro e settanta in una da cinque centimetri più alta. Pneuma è la sintesi (oddio, eufemismo!) adatta per rivelare alcuni passaggi un po’ a vuoto, che magari strategicamente sarebbero volti a creare una sensazione di mood soffocante, un fare ossessivo psichedelico, ma che a conti fatti mirano un po’ alla gola della longevità del progetto. Perché, con il passare degli ascolti, questa sensazione non giunge e sembra semplicemente che la canzone prosegua in un’altra sezione della suite con qualche minuto di ritardo rispetto a quando sarebbe dovuta arrivare. Come se in Roundabout degli Yes, la chitarra acustica nell’incipit si mettesse a plettrare per altri 8 giri prima di farsi accompagnare dal basso e la restante band.

Una sensazione quindi di abbondanza che non sempre favorisce la qualità delle composizioni. Riesce ad esempio nella strepitosa seconda parte di Invincible, che si concretizza in maniera epocale nella sua ossessività verso il settimo minuto e va a snodarsi in maniera sempre più affascinante nel suo proseguo. Meno efficace invece nella titletrack, che fa partire quasi in sordina l’intera proposta, con forse l’opener più debole mai realizzato in un disco dei Tool. Senza andare a paragoni troppo impietosi sul passato remoto, quello che manca è la cosiddetta “zampata”, la scossa che arrivava come un gancio sulla tempia partendo con Vicarious e indirizzava l’esperienza. La scelta di vivere strumentalmente un po’ in penombra, a fari spenti, non rende certo l’album brutto o detestabile, semplicemente è un rischio che fa portare a casa più di qualche difetto. In questo, Culling Voices sembra la più equilibrata, densa, e non certo perché si ferma sui dieci minuti, ma perché presenta un songwriting più compiuto, dinamico e ragionato in tutte le sue sezioni.

Un riferimento è obbligatorio a Maynard che, Puscifer a parte, è effettivamente cambiato nelle sue melodie e in diversi se ne saranno già accorti con Eat The Elephant l’anno scorso (altra ragione di vari slittamenti nella release date dei Tool) con gli A Perfect Circle. Il suo stile lo si avverte più serafico, d’accompagnamento alle partiture strumentali come se a volte le stesse parcheggiando, maggiormente tattico e attendista. I parallelismi con la band di Billy Howerdel potrebbero anche non fermarsi qui, considerando che anche in quel versante si arrivava con un disco dopo tanti anni di digiuno e (stendendo un velo sul parzialmente orribile eMotive) ci si era trovati dinnanzi un lavoro che doveva fare i conti con le sue imperfezioni abbastanza palesi, fisiologiche considerando anche l’età degli interpreti, che risaltavano dinnanzi ai due dischi precedenti degli A Perfect Circle, autentici capolavori per l’alternative rock moderno. Ma è un “rischio” che corrono tutti i grandi quando si rimettono in gioco e aveva colpito, chi più e chi meno, gente come Pixies, My Bloody Valentine e altre band in odore di reunion con una discografia piccola e solidissima. Più grande eri, più saranno visibili i difetti, tanto più sarà probabile che arriveranno le psicosi tra critica e fanbase, tra chi bollerà il lavoro come una delusione assoluta e chi proverà a tacere ogni perplessità ribadendo che è solo “un altro capolavoro”.

Ai Tool sta infondo capitando la medesima cosa, con un moltiplicatore di tredici (tecnicamente una decina) anni di hype rimbalzato tra i media e la band (che è stata influenzata dalle eccessive aspettative e il controproducente timore di non aver fatto abbastanza, almeno sentendo Maynard in alcune interviste recenti) che avrebbero persino potuto rendere questo lavoro un altro Chinese Democracy, fortunatamente non siamo certo a quei livelli.

Possiamo semmai riassumere pregi e difetti di questa opera con le ultime due tracce, da una parte la strumentale Chocolate Chip Trip, che sembra una sorta di mero drum solo da encore standard di un loro concerto, affogato in qualche synth e servito al tavolo “stiracchiato” a quasi cinque minuti, dall’altra la superba 7empest, highlight dell’intero disco. Quest’ultima una perla dal fare Crimsoniano (impossibile non cogliere citazioni da Frame By Frame, del resto Pitchfork in una recensione esagerata nel voto definiva gli stessi Tool come dei King Crimson con la maschera da Joker), in cui Adam Jones sfoga tutto il suo estro in memorabili porzioni strumentali, intervallate da ottimi cenni d’intesa con i suoi colleghi del ritmo e un Maynard a mordere i polpacci.

Mettendo da parte altri tre intermezzi strumentali della digital deluxe (anzi, paradossalmente ahimè considerandoli!) la sensazione che si ha è di avere dinnanzi un 45 minuti di avvincenti Tool, diluiti in una soluzione acquosa che ne vanifica un po’ la qualità e ne appesantisce un po’ l’esperienza. Evocativo, progressive, attendista e che suona sicuramente 100% Tool con qualche suo momento da fanservice e che, implicitamente, riflette ed interpreta in note anche lo scorrere degli anni che sono trascorsi per averlo tra le nostre mani. Lo masticheremo ancora a lungo, dalle casse del nostro stereo oppure negli annunci di altre sedici formati fisici in cui lo faranno uscire nei prossimi anni o nelle chiacchiere di chi abbiamo intorno. Tipo le mie adesso.

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