The Rum Diary: alla ricerca dello spirito di Hunter Thompson

Questo articolo racconta il film The Rum Diary di Bruce Robinson in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Diciamolo subito, la pellicola in questione non ha entusiasmato i palati più fini del cinema, come spesso capita quando si porta in scena un racconto, per di più autobiografico, di un mostro sacro della letteratura americana come Hunter S. Thompson. Tutti o quasi ricorderanno il giornalista scrittore principalmente per Paura e disgusto a Las Vegas, una selvaggia cavalcata nel cuore del sogno americano, poi tramutato dal regista Terry Gilliam in Paura e delirio a Las Vegas nella trasposizione cinematografica.

È inutile dire che un film che parla di un viaggio allucinato per gli Stati Uniti, complice l’abilità del regista ad assimilare una storia incredibile proprio perché reale e di attori in stato di grazia come Johnny Depp e Benicio del Toro, abbia riscosso un enorme successo, sulle orme del romanzo del Settantuno. In questo caso però è più salutare, nonostante gli innumerevoli e piacevolmente apprezzabili vizi dell’autore, dedicarsi su uno dei cosiddetti romanzi minori, che hanno quel tocco già smaliziato di un uomo che non si avvicina neanche alla trentina, e che cerca la sua occasione per proseguire con la sua passione: la scrittura, accettando anche impieghi poco gratificanti a livello professionale.

La vicenda va collocata sulla linea temporale degli eventi della vita dell’autore, a dieci anni prima del trip in preda agli acidi con il corpulento avvocato samoano Dr.Gonzo, tra l’altro quest’ultimo nato dall’epiteto dato dal giornalista Del Boston Globe Bill Cardoso allo stesso Thompson. Il termine “Gonzo journalism” è riferito ad un tipo di scrittura che mette al centro lo stile e le impressioni personali più che i dati oggettivi, così da creare non più quel resoconto neutro dei fatti, ma condendolo con particolari ed umori che rappresentano un resoconto migliore e più teatrale della notizia. Altri esponenti di questa sorta di nuovo giornalismo sono ad esempio il compianto critico musicale Lester Bangs o Tom Wolfe, autore di un capolavoro della letteratura mondiale come Il falò della vanità, da cui è stato tratto l’ennesimo film sotto l’egida di Brian De Palma, dall’enorme successo al botteghino.

Il ruolo da protagonista, in pratica affidato d’ufficio ad uno dei migliori amici dello scrittore, Johnny Depp, rende il film piacevole nel senso più classico del termine. La pellicola, affidata alla regia di quel Bruce Robinson, salito alla ribalta per quel Shakespeare a colazione e che anche se con un seguito di film piacevoli, non si è ancora ripetuto sui fasti degli esordi. E pensare che la stesura iniziale avrebbe preteso la riconferma dell’unico membro americano dei Monty Python: Terry Gilliam, che sicuramente sarebbe riuscito a fare bene con gli scritti di un autore che ama, e che ha trasposto così bene su pellicola.

Se c’è un ruolo in cui Depp dà il meglio di se, tra le innumerevoli interpretazioni anche drammatiche dell’attore nativo di Owensboro, quello della persona affetta da dipendenze gli calza a pennello in maniera impressionante. Frutto anche della sua aria da bello e tenebroso, enigmatico e con conoscenze importanti in ambito extra-cinematografico, che hanno contribuito ulteriormente a formarlo professionalmente. Così è riuscito a costruirsi una carriera apprezzabilissima, a cui però manca un coronamento: quell’Oscar tanto agognato e che avrebbe meritato.

In questo film Depp interpreta un giornalista semi-alcolizzato in piena crisi creativa, perlopiù profondamente innamorato di quella Amber Heard nel ruolo di Chenault, ammaliante e che probabilmente rappresenta una delle più belle attrici nel panorama Hollywoodiano, anche se ancora non completamente espressa in ruoli che potrebbero consacrarla definitivamente. Curiosità: in seguito alla pellicola, i due convogliarono a nozze, con un altrettanto divorzio lampo, fonte ancora di forti dissidi tra i due, contribuendo ancora una volta all’aura “maledetta” di Depp.

L’assenza di una realtà volitiva nella costruzione della pellicola si fa sentire, venendo però edulcorata da ruoli minori, che creano un microcosmo vagamente interessante: Michael Rispoli, alias Bob Sala, nel ruolo di compagno di avventure e collega nelle tragicomiche avventure di Depp/Paul Kemp è la spalla perfetta. Con l’aggiunta di Moburg, interpretato da Giovanni Ribisi, reporter oramai completamente dedito all’alcool, con l’insolita ed insana passione per i discorsi di Hitler, che ascolta in vinile quasi quotidianamente.

Il maggior pregio di quest’opera riuscita a metà è che se solo avesse azzardato maggiore ardore, probabilmente si potrebbe parlare già di un classico in onore dello scrittore scomparso nel Duemilacinque e sulla cui morte, ancora oggi, nonostante il presunto suicidio, ci sono zone d’ombra. Fa piacere comunque poter ammirare il regalo che Johnny Depp ha tentato di fare all’amico scomparso, dedicandolo principalmente oltre che agli amanti dello scrittore, anche a chi vuole cominciare ad approfondire la storia di Thompson, annoverandolo tra i reperti certamente necessari.

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