Full Metal Jacket: analisi e significato del film

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Nonostante sia considerato uno dei film di guerra più belli di sempre, la guerra, in Full Metal Jacket, è una presenza che arriva lentamente, esplodendo in tutta la sua tragicità solo nella seconda metà della visione. Perché la verità è che né la guerra né il Vietnam sono i veri protagonisti del film. Sotto questo punto di vista, l’opera di Stanley Kubrick si dissocia dall’idea hollywoodiana di film bellico e diventa più una analisi sull’individuo e sul rapporto che si instaura tra realtà ed essere umano, di fronte alle esperienze estreme raccontate nel contesto della guerra.

Il tema costante del film, quello presente dall’inizio alla fine e che continua a essere approfondito e accerchiato da ogni prospettiva, è l’individualità. O meglio, l’esigenza di annullarla: il modo in cui l’essere umano, di fronte al percorso completo di addestramento militare e partecipazione attiva alla guerra, è forzato a rinnegare il proprio carattere, i propri tratti distintivi e persino la sua stessa umanità. È un tema profondo che appare nel film sotto forma di molteplici immagini e dialoghi ad effetto: i titoli di testa con i ragazzi rasati, tutti trasformati in un unico sguardo ed un unico aspetto fisico, segno dell’omologazione necessaria ad iniziare il percorso; la presentazione dell’istruttore Hartman, che spiega chiaramente che fino alla fine dell’addestramento i soldati non sono nemmeno esseri umani, mentre al termine saranno un’arma (entrambe le forme sono tutt’altro che umane); il celebre dialogo di Joker sulla dualità dell’uomo riguardo la scritta “nato per uccidere” e il simbolo della pace, che fa emergere l’effettiva impraticabilità dell’espressione umana in quegli ambienti; e infine la scena finale, coi soldati che cantano la canzone di Topolino, un tentativo disperato di riallacciarsi con la propria infanzia ed afferrare il proprio lato umano prima che sparisca per sempre.

Joker diventa così il protagonista pretestuoso del film, l’unico tra tutti che si sforza di conservare la propria identità in un ammasso di uomini diventati macchine da guerra. Una possibilità che è stata preclusa a tutti gli altri, caduti uno per uno sotto i colpi delle violenze psicologiche che il mondo militare ti fa cadere addosso per trasformarti in soldato. Il soldato “Palla di Lardo” sarebbe stato l’altro personaggio che, suo malgrado, viveva ancora il proprio lato umano, ma l’accanimento su di lui lo fa soccombere: alla fine dell’addestramento il soldato finisce per identificarsi solo ed esclusivamente col suo rapporto col fucile, e da lì la decisione di far sì che la propria vita lasci il segno attraverso la sua arma, uccidendo Hartman e poi suicidandosi.

La verità è che lungo tutto il percorso del film, e nonostante tutte le resistenze messe in gioco, anche Joker subisce la trasformazione. Dopo esser passato lungo tutti i gironi dell’inferno della guerra, dopo aver più volte dimostrato di avere una dualità difficile da gestire nel mondo militare, dopo le sue contraddizioni e i suoi tentativi di riconciliazione, alla fine Joker scopre di non essere “un duro”, di non essere un bravo soldato, quando di fronte al cecchino che prova a sparargli perde il controllo della propria arma. Solo quando il cecchino è mezzo morto al suolo, nella scena finale, con gli uomini disposti a cerchio intorno a lui in una sorta di vero rito di iniziazione, Joker fa la sua scelta: il suo volto cambia nel momento in cui decide di perdere la propria umanità ed uccidere una donna, la stessa cosa che a metà film trovava ripugnante solo all’idea. E non a caso, con la colonna sonora che riprende i suoni ovattati del momento in cui Palla di Lardo si suicida.

Full Metal Jacket diventa così il racconto di una resistenza impossibile, dell’incompatibilità tra essere umano e macchina della guerra. Qualcosa di più di una critica feroce alla guerra o ai meccanismi sociali che gli ruotano intorno, qualcosa di più vicino ad una analisi profonda dell’uomo. È per questo che, dopo la prima visione, a molti sfugge il vero significato del film: perché il regista non ha mai perso occasione di mostrare le contraddizioni, l’insensatezza, l’assurdità dei meccanismi della guerra. Più che offrirci un unico messaggio, un disegno chiaro, Kubrick ha voluto farci sentire confusi, passivi, impotenti, incapaci di una giusta valutazione delle cose. Come gli stessi soldati con cui abbiamo vissuto il film.

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