Gli ultimi James Bond: Daniel Craig e Pierce Brosnan

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“Solo pochi uomini hanno interpretato questo ruolo: sulla Luna ce ne sono stati di più”

Pierce Brosnan

Il franchise cinematografico più longevo di sempre partorirà a breve un nuovo capitolo, il venticinquesimo del canone, che in omaggio a queste nozze d’argento – in termini di episodi prodotti – si intitolerà semplicemente Bond 25, atteso per l’aprile del 2020.

Il marketing si è già messo in moto facendo trapelare alcuni dettagli della trama e attirando l’attenzione dei media sulla novità più dirompente e discussa: il nuovo Agente 007 sarà una donna, l’attrice britannica di colore Lashana Lynch, recentemente apparsa in Captain Marvel.

In realtà si è trattato di un’esca per titoli acchiappaclick, giocata sull’equivoco tra personaggio e ruolo: pare che nel prossimo film James Bond si ritirerà dal servizio su qualche isola tropicale, mentre il suo codice 007, vacante, verrà riassegnato a una agente donna che avrà il compito di convincerlo a rimettersi in gioco.

Ritroveremo quindi Daniel Craig nella sua quinta e probabilmente ultima interpretazione: la lotteria per sostituirlo è già iniziata da qualche anno, finora con risultati nulli.

Se un excursus attraverso più di mezzo secolo di produzioni cinematografiche sarebbe troppo gravoso, proviamo allora a ripercorrere le ultime due incarnazioni dell’agente doppio zero, paradigmatiche e dense di significati, nonché concettualmente antitetiche.

Pierce Brosnan: essere Bond

“La considero un dinosauro misogino e sessista, una reliquia della Guerra Fredda…”

Goldeneye, 1995

Le vicissitudini di Brosnan per arrivare a indossare lo smoking di James Bond sono note a tutti: successore designato di Sir Roger Moore, non riuscì a rescindere il contratto con la NBC che lo legava alla serie Tv Remington Steele.

Il ruolo fu quindi assegnato al gallese Timothy Dalton, attore di talento con curriculum shakespeariano, che portò in scena un Bond cupo e violento molto distante dai suoi predecessori, troppo in avanti sui tempi per essere apprezzato dal pubblico.

Visti gli insuccessi al botteghino, la produzione decide di ritornare al passato, possibilmente regale e fastoso: sciolte le questioni legali, nel 1995 l’attore irlandese è quindi pronto a dare una svolta alla propria carriera.

È un Bond tirato a lucido quello di Brosnan, il cui charme cristallino ricompone la fisionomia del personaggio dando vita a un ibrido tra i due archetipi della saga: da un lato l’imperturbabile fiducia di Sean Connery, prestanza atletica inclusa; dall’altro lo humour e la raffinatezza dandy di Roger Moore. È restaurazione, gloriosa, dopo i tentennamenti di Dalton.

L’esordio con Goldeneye sarà fulminante tanto quanto deludenti i tre episodi successivi, giocattoloni tecnologici tenuti in piedi da un Brosnan sempre centrato e all’altezza del ruolo, purtroppo mal supportato da script e regia.

Quello di Brosnan è la summa del “bondismo” tout court, il distillato purissimo, la quintessenza: è il James Bond ideale, quello che appartiene al mondo delle idee platoniche e risiede nell’immaginario collettivo, stratificatosi in quasi settant’anni di produzioni letterarie e cinematografiche. Il soffio di Brosnan nelle narici del personaggio ci consegna un Bond manierista, un iper-Bond che impugna la pistola, beve il Vodka-Martini e seduce le donne esattamente nel modo in cui tutti si aspettano lo faccia: non sappiamo spiegarlo razionalmente, ma è così.

Perché Brosnan aderisce con naturale disinvoltura all’icona Bond, la incarna come fosse nato per quel ruolo. L’efficacia della sua interpretazione lo avvicina al magnetismo di Connery, senza pose da macho; l’eleganza impeccabile a Moore, senza scadere nel caricaturale.

La categoria estetica dell’apollineo calza a pennello per descriverlo: è un Bond sempre in controllo, misurato e dotato di quella coolness – un superiore distacco dalle situazioni – che attribuiamo da sempre al personaggio. La sua rappresentazione scenica diviene più realistica rispetto al passato ma rimane ancora bidimensionale, con una distanza di sicurezza che passa tra l’eroe e il pubblico: disegnato con limitata profondità psicologica, ci stupisce e diverte senza impegnarci troppo emotivamente.

Molto amato dagli appassionati, che lo considerano il Bond più completo, Brosnan è forse l’ultimo erede di una stirpe non più replicabile nel nuovo secolo, una “reliquia” – come lo definisce M – da conservare in bacheca.

Daniel Craig: disprezzare Bond

“Arm yourself because no-one else here will save you…”

You Know my Name – Casino Royale theme song, 2006

Il nuovo secolo inizia in modo traumatico: gli attentati dell’11 settembre 2001 cambiano lo scenario internazionale, inaugurando l’epoca del terrore globale e della guerra asimmetrica.

Anche Bond è costretto a cambiare, sotto la spinta degli eventi e della concorrenza che ne imita – talvolta meglio – lo stile e le imprese (Mission Impossible, la saga di Jason Bourne).

La EON Production, ora guidata dalla figlia di Albert Broccoli, decide di rilanciare il prodotto compiendo una vera rivoluzione copernicana, uno strappo epocale con la tradizione.

Acquisiti i diritti del primo romanzo di Ian Fleming, la parte viene affidata al poco conosciuto Daniel Craig, un inglese biondo e fisicamente lontano dai canoni estetici del personaggio: sarà un nuovo e azzardato Bond, protagonista del reboot del franchise.

Casino Royale esce nel 2006 fra la curiosità generale: sarà un successo enorme, di pubblico e critica, che osannerà l’interpretazione di Craig come la più intensa e realistica vista finora.

Il film è a detta di molti il migliore dell’intera saga e presenta un paio di sequenze rilevanti per comprenderne la discontinuità rispetto al passato.

Nella prima, un giovane e grezzo Bond si presenta a M (Judy Dench) come un figlio ribelle alla burbera ma benevola madre: ha gli occhi cisposi e un viso irregolare, sembra un adolescente incazzoso più che una spia gentleman. Qui Bond si rivela per ciò che è sempre stato: un adolescente allergico alle responsabilità e ai legami, il mondo il suo parco giochi. Ma non sarà più così.

Nella scena all’Ocean Club di Nassau, Bond esce dal mare a torso nudo come un fotomodello in passerella, riprendendo Ursula Andress nel film inaugurale della saga: non è una semplice citazione, neppure un colpo a effetto per rimarcare il ribaltamento dei ruoli nel nuovo secolo. Piuttosto una dichiarazione d’intenti su ciò che vedremo, su ciò che sarà il nuovo James Bond. Sarà ambiguo, abile nel confondere lo spettatore come nel sottrarsi alle vecchie definizioni: tanto esteriormente macho quanto femminile nella sua fragilità; impavido e determinato come non mai, eppure dubbioso e mai spensierato. Dotato di quella terza dimensione – la profondità psicologica – di cui avevano difettato i predecessori.

Daniel Craig riesce a dar vita a un Bond quasi espressionista per intensità drammatica, con la sua maschera asimmetrica e rugosa, la brutalità con cui affronta situazioni da cuore in gola. Lo plasma con volontà prometeica per combattere le precedenti incarnazioni che tentano di manifestarsi nel suo corpo di attore: lo sforzo smisurato per tenere a bada i vari Connery, Moore e Brosnan – che vorrebbero emergere dall’inconscio popolare che abita anche in lui – quello sforzo lo cogliamo nell’espressione sempre concentrata che lo accompagna. La rudezza si impone nel personaggio, non lasciando spazio a mollezze da damerino inglese.

C’è disprezzo per il Bond classico, sottolineato esplicitamente nelle parole di Vesper Lynd/Eva Green – “…dal taglio dell’abito è andato a Oxford … ma lo indossa con un tale disprezzo!”.

Disprezzo che diventa disgusto per le pose affettate del suo predecessore: se Brosnan usa il Martini come un cliché del personaggio, con la misura che lo contraddistingue, Craig non esita a considerarlo per quello che è – un superalcolico, da trangugiare come farebbe un qualsiasi broker frustrato il venerdì sera – abusandone platealmente.

Perché Daniel Craig è il lato dionisiaco del personaggio Bond. Ne incarna magnificamente il dolore primordiale, quello dell’eroe consapevole della propria mortalità, che cerca di ingannare sfidando continuamente la morte, con rabbioso disprezzo per la vita.  Ne incarna con rara intensità il tormento, di chi deve farsi carico della salvezza del mondo e di un’esistenza solitaria da agente segreto.

Dionisiaco per il suo rapporto con gli elementi ancestrali della vita: in Skyfall ritrova il legame con il sangue (i ricordi della famiglia) e la terra (la casa d’infanzia in Scozia), un lavacro necessario per ristabilire un’identità messa in discussione; nonché uno scudo al suo universo che sta implodendo sotto i colpi di una multinazionale del terrore che si nasconde tra le ombre e tra i suoi stessi amici.

Il Bond cosmopolita e nomade di lusso che avevamo imparato a conoscere, bidimensionale, con Craig diventa uomo dalle profonde radici nel mondo, con i limiti e le ferite di ogni comune mortale – e tanti dubbi sul proprio ruolo.

Quando le nazioni scompaiono riemerge l’individuo, con il suo carico di angosce e i legami con le origini. L’Inghilterra della guerra fredda poteva permettersi un Bond fumettistico e romanzato, leggero e ottimista, disegnato con lo spessore psicologico di un foglio di carta: il Bond del XXI secolo invece emerge ambiguo dalle spume del mare come farebbe una Bond-girl qualsiasi, il corpo glabro di chi non possiede ancora un’identità, l’espressione truce di chi cova incertezze e rabbia.

Mitologia pop

“Avete provato a vivere senza miti? Non sono forse peggiori i risvegli, più dure le giornate di lavoro, più triste l’amore, più prevedibile il futuro?”

Paco Ignacio Taibo II

James Bond è riuscito fin dall’esordio a catturare un pubblico vastissimo, affascinando finanche intellettuali e presidenti, da Kennedy a Umberto Eco. Una vasta letteratura critica ha cercato di spiegare il fenomeno, riconducibile a un concetto universale: redenzione.

Come ogni eroe che si rispetti, Bond redime l’uomo comune dalla meschinità di un’esistenza prosaica, ne riscatta le umiliazioni e l’impotenza nei confronti del mondo.

Come un supereroe, privo di superpoteri ma esente da superproblemi, ci mostra una via di fuga, una possibilità, puramente astratta ma funzionale al nostro benessere: perché James Bond esiste realmente, sedimentato nella nostra psiche come la mitologia o le credenze religiose.

E allora viene da pensare che la figura dell’agente segreto potrà anche essere obsoleta per il mondo liquido e confuso in cui viviamo, ma essenziale per continuare a fare risplendere la costellazione di miti che popola il nostro immaginario.

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