Funeralopolis: un documentario shock, la Milano che nessuno racconta

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Un documentario musicale,
una storia drammatica,
una commedia all’italiana,
un’indagine sociale,
un film di denuncia,
un film sentimentale,
un pugno nello stomaco

(www.funeralopolis.it)

Una pellicola coraggiosa e un regista con un enorme talento potrebbero essere la formula perfetta per un grande successo, ma siamo in Italia e il coraggio difficilmente viene premiato.

Funeralopolis è un documentario del 2017 diretto da Alessandro Redaelli e prodotto da K48. Si costruisce grazie alla telecamera del regista, che si sposta tra Bresso e le periferie di Milano, riprendendo minuto per minuto le giornate di Felce e Vash. Questi due pressoché unici rappresentanti dell’hard-core rap in Italia, si dividono tra live, musica ed eroina. Le storie differenti di due ragazzi si intersecano con tante altre vite inghiottite da un’incessante corsa alla morte nell’ombra della metropoli.

Felce, già trentenne, è laureato in architettura, Vash, più giovane, si è fermato alla terza media. Uniti  dalla musica e dalla precarietà della provincia, aspettano la morte, mentre cercano la vita. Cantano il degrado nelle loro liriche aggressive, mentre ballano in un cimitero.

Girato nel corso di un anno e mezzo tra il 2015 e il 2016, decine di ore di filmati danno piena voce al grido spesso inascoltato della periferia soffocata dall’ombra della grande città. Una telecamera coraggiosa quella di Radaelli, che non fa rumore, non sporca la purezza della spontaneità, ma sopratutto non censura. Bestemmie, riti pseudo satanici, ‘buchi’ ripresi in primissimo piano: la più sincera narrazione del contesto in cui i due protagonisti si muovono.

Funeralopolis non giudica, semplicemente riprende, la riflessione è nell’occhio di chi guarda non veicolata dal documentario. Mancano i colori nel grigiore delle palazzine agli estremi dell’agglomerato urbano, e come ha spiegato lo stesso regista mancano anche nel film:

“La scelta di raccontare il mondo in bianco e nero è dettata dalla necessità di non estetizzare le immagini mostrate e il loro contenuto, uniformando tutti i momenti narrati: l’immagine in cui Vash bacia la sua ragazza assume lo stesso peso visivo di Vash che vomita per strada o di Felce che si inietta eroina. Il bianco e nero riduce il compiacimento nel mostrare il sangue delle ferite provocate dalla droga, creando distacco e dando allo spettatore la possibilità di guardare all’evento con la consapevolezza che si tratta di eventi reali, ma narrati attraverso il filtro del racconto cinematografico.”

Continua Radaelli spiegando le tecniche di regia:

“La scelta di schiacciare i personaggi nell’angusto formato dell’ 1,66:1 vuole rispecchiare il disagio di un gruppo di ragazzi costretti dentro ad una realtà in cui ogni respiro è faticoso, ma non solo: come il bianco e nero, rappresenta un modo per evitare una spettacolarizzazione delle azioni inquadrate. È un formato ormai raro al cinema (dominato dai formati panoramici) e lontano dal 16:9 televisivo.”

Il film prende il titolo dall’omonimo brano di Vash prodotto da Felce, nel quale è racchiusa molta della filosofia dei due protagonisti, riscontrabile pienamente nel loro percorso raccontato all’interno del documentario. Interessante notare la contrapposizione tra la colonna sonora (vicina alla lirica) del film che accompagna questi due artisti e la brutalità e l’aggressività della musica prodotta da quest’ultimi. Scelta sapiente e riuscita se si considera che utilizzare brani rappresentativi del loro percorso musicale sarebbe stato fuorviante per l’occhio dello spettatore, avrebbe dato ai protagonisti uno scudo che parlasse per loro. La colonna sonora scelta li priva della loro maschera di forza dei beat duri dell’hard-core rap e li mostra allo spettatore nudi, nel candore della pelle bianca resa dall’assenza di colori, nelle contraddizioni della loro quotidianità.

Questo documentario underground si pone sul solco delle magistrali narrazioni dell’eroina e della periferia del cinema italiano: Amore Tossico di Claudio Caligari e L’imperatore di Roma di Nico D’Alessandria. Perché seppur gli ultimi due titoli citati sono film di finzione sono accomunati da un estremo realismo e condividono con Funeralopolis la totale assenza di pietismi e soprattutto di giudizi.

In particolar modo una scena richiama al grande capolavoro di Caligari: il momento in cui i protagonisti in macchina cantano per Elisa, così come succedeva nella pellicola degli anni ’80 con Cesare e i suoi amici, interrogandosi sul senso del testo e sulle sue possibili allusioni a una ragazza tossicodipendente.

Il valore socio-politico intrinseco nell’opera è dimostrato dal fatto che il documentario è rimasto al di fuori dei circuiti della grande distribuzione. Lo stesso regista ha dichiarato in un’intervista a Vice “Secondo me il cinema e gli altri media che veicolano racconti hanno sempre uno scopo sociale; la differenza tra le cose belle e le cose brutte è che quelle brutte lo dichiarano spudoratamente. Quindi io non prendo una posizione, non mi interessa mettere un cartello e dire che l’eroina fa male, perché se uno pensa che l’eroina fa male lo pensa già da prima, indipendentemente dal documentario. Se ti dico già cosa pensare, non ha più senso fare un film.

Un prodotto che poteva fare scandalo, disturbare l’opinione pubblica, ha ottenuto invece la produzione del DVD solo due anni dopo. Ha fatto il suo esordio in concorso al Biografilm 2017 di Bologna e la sua prima internazionale in Germania durante la sessantesima edizione del DOK Leipzig a Lipsia. Poi è stato il fulcro di serate, spesso organizzate da associazioni culturali, che hanno radunato curiosi riempendo le sale dei cinema d’essai. Eventi questi, che con un piccolo atto di resistenza culturale, hanno contribuito a diffondere quanto spesso nel cinema rimane sconosciuto.

Ma di Funeralopolis troppo poco si è parlato; ed è un male, o meglio un dato preoccupante, perché significa non essere in grado di guardare in faccia la realtà narrata dal documentario. Nella Milano dello sviluppo economico, della crescita industriale e del lusso del bosco verticale non c’è posto per le siringhe dei sobborghi.

Ma l’eroina e il degrado a Milano esistono, anche se si finge il contrario; e se Funeralopolis è scomodo e fastidioso da guardare significa che ha perfettamente assolto il suo compito.

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