Chernobyl: la storia vera del disastro nucleare più grave di sempre

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Sono passati più di trent’anni da quel fatidico 26 aprile 1986, quando presso la centrale V.I. Lenin, nell’Ucraina settentrionale, allora facente parte dell’Unione Sovietica, a pochi chilometri dalla città di Chernobyl e a 16 km dal confine con la Bielorussia, si verificò uno dei più incresciosi disastri ambientali della storia. Si tratta del più grave evento avvenuto in una centrale nucleare, menzionato come uno dei due incidenti a cui è stato attribuito il livello 7, che rappresenta il massimo della scala INES, unitamente all’evento occorso nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Chi c’era potrà ricordare quella primavera del 1986 e un panorama geopolitico mondiale completamente diverso da quello attuale. Erano gli anni della perestrojka, del “fair play” tra Reagan e Gorbaciov. La suddivisione del globo in due blocchi ci era quasi familiare, tanto che dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ci siamo sentiti tutti un po’ spaesati e poi delusi, quando abbiamo compreso che quell’evento avrebbe segnato l’inizio di un altro periodo storico, comunque, non esente da conflitti.

L’incidente

Le cause esatte dell’incidente sono ancora abbastanza sconosciute ed, in parte, avvolte da circostanze se non misteriose quanto meno dubbie, come vedremo in seguito.

Intanto è opportuno partire dalle motivazioni che furono indicate, all’epoca, nelle comunicazioni ufficiali. Si parlò di varie cause che portarono al catastrofico incidente: gravi inadempienze da parte del personale sottopagato, sia dell’area tecnica che dirigenziale; notevoli lacune nella struttura e nella progettazione dell’impianto; cattiva gestione economica ed amministrativa. Nell’episodio specifico, sembra che nell’ambito di un test “di sicurezza”, il personale preposto si fosse reso responsabile della violazione di numerose disposizioni cautelative e perfino di “buon senso”, portando il nocciolo del reattore nr. 4 della centrale ad un repentino ed incontrollato aumento della potenza e di conseguenza della temperatura.

Gli esperti in materia comprendono bene che questa situazione determinò la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno ed acqua, che raggiunsero una così elevata pressione da provocare addirittura la frantumazione delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore interessato. Ma le conseguenze furono ancora più caotiche e disastrose, perchè l’idrogeno e la grafite delle barre di controllo a contatto con l’aria generarono, a loro volta, una violentissima esplosione con relativo scoperchiamento del reattore ed il propagarsi di un esteso incendio.

Si dispersero nell’atmosfera numerosi isotopi radioattivi, ovvero i prodotti di reazione contenuti all’interno del reattore. Contrariamente a quanto si pensi, da parte dei non addetti ai lavori, non si trattò di un’esplosione di tipo nucleare, in quanto non si creò una reazione a catena incontrollata di fissione nucleare, come succede, per intenderci, nelle bombe atomiche, ma la tragedia fu appunto determinata da una “causa chimica”, cioè l’eccessivo surriscaldamento del nocciolo del reattore, come già detto prima. Dai rapporti condotti dall’ONU, si apprese che lo scopo del reattore esploso era quello di produrre elettricità per uso civile e plutonio per uso militare. La dirigenza sovietica aveva operato una scelta scellerata per aumentare l’efficienza del sistema, adottando alcune soluzioni tecniche che ne diminuivano sensibilmente la sicurezza.

Prima si è parlato di “grafite”: ebbene proprio l’utilizzo della grafite, in qualità di “moderatore”, associata all’uso dell’acqua leggera come refrigerante, aveva reso più instabile il reattore nr. 4. Il predetto abbinamento era stato voluto per aumentare la produzione di plutonio-239, allo scopo di potenziare gli armamenti militari. Le informazioni raccolte dall’ONU misero in luce che, quando la centrale di Chernobyl era stata completata, l’allora presidente dell’Unione Sovietica, Andropov, aveva incaricato il KGB di verificare le reali carenze strutturali della centrale e la probabile penuria ed inadeguatezza dei materiali usati, assumendosi la responsabilità di controllare anche di persona i punti critici della centrale, per correggerne le deficienze. Risulta evidente che le iniziative di Andropov non trovarono concreta realizzazione neanche da parte dei suoi successori.

Le reazioni a caldo

Appena dopo l’incidente, il governo sovietico cercò di nascondere la notizia del gravissimo disastro, o quanto meno mirò a sminuirne le dimensioni catastrofiche. Ci vollero diversi giorni, affinchè l’effettiva portata del disastro fosse percepita nel resto del mondo.

Uno degli eventi che mise in allarme l’opinione pubblica mondiale, fu quando la mattina del 27 aprile, in Svezia, alcuni lavoratori della centrale di Forsmark, misero in moto l’allarme in base ai rilevatori di radioattività. All’inizio si pensò di un danneggiamento alla stessa centrale svedese, ma poi ci si accorse che le radiazioni provenivano dalla relativamente vicina Unione Sovietica. Le successive pressioni internazionali fecero si che il governo sovietico rilasciasse le prime dichiarazioni, scarne e confuse, per la verità, che in brevissimo tempo si diffusero in tutto il mondo.

Dopo il sopralluogo della commissione d’inchiesta guidata da Legasov, si cominciò ad evacuare la zona del disastro, così come documentato da Nazarenko. Il giornalista riferì della calma che regnava nella zona, poiché nessuno era veramente consapevole di cosa stesse accadendo, anzi, la notte dell’esplosione, centinaia di persone rimasero fuori fino a tardi per ammirare i bagliori della luce scintillante sopra il reattore, quasi si trattasse di un suggestivo spettacolo pirotecnico. Soltanto un mese dopo, nel maggio del 1986, furono evacuati tutti i residenti nel raggio di 30 km dall’impianto, circa 116.000 persone.

Molto complessa si rivelò la rimozione dei detriti, dopo lo spegnimento dell’incendio ed arginata, in qualche modo, la situazione di emergenza. Fino al 1990 il ritmo fu davvero frenetico: i “liquidatori”, come furono chiamati coloro che operarono in condizioni al limite del sopportabile, con tanto di certificazione e medaglia associata, secondo la migliore tradizione sovietica, dovevano uscire sul tetto, caricare a braccia un blocco di grafite di circa 50 Kg di peso e gettarlo velocemente nello squarcio; altri, invece, provvisti soli di un misero badile, dovevano spalare i detriti sempre all’interno dello squarcio del reattore. L’unica ricompensa promessa a questi “eroi” fu una pensione anticipata di tipo militare, peraltro, in seguito, neanche concessa a tutti.

I “liquidatori” pagarono a caro prezzo la loro generosità ed il loro desiderio di riscatto sociale, perchè, muniti di indumenti protettivi che potevano garantire solo un minimo di tutela dalle radiazioni ed esposti a turni troppo lunghi, inesorabilmente misero a rischio la propria salute, scivolando verso tremende patologie.

Una menzione particolare deve essere rivolta ai “liquidatori” che contribuirono ad erigere il cosiddetto “sarcofago esterno”, di cui parleremo in seguito, perchè rappresenta l’eredità finale del disastro ambientale di Chernobyl.

Le conseguenze del disastro

L’ UNSCEAR (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation) ha condotto per circa vent’anni uno studio approfondito, di carattere sia scientifico che epidemiologico, sui gravosi effetti del disastro. Si riporta un numero di 57 decessi, ricollegabili direttamente all’incidente, anche se il numero effettivo non lo conosceremo mai. A ciò si deve aggiungere la previsione originaria di circa 4000 tumori alla tiroide da ascrivere al disastro, in particolare tra persone che all’epoca dell’evento erano nell’età dello sviluppo. Ma le stime veritiere sono di gran lunga più preoccupanti: si parla di decine o addirittura di centinaia di migliaia di morti di cancro, come conseguenza al disastro di Chernobyl, destinate a continuare anche negli anni a venire.

Stabilire una stima certa è molto difficile, anche perchè non si conoscono le statistiche relative al cancro nelle zone più critiche in un periodo antecedente all’esplosione e, pertanto, non si può confrontarla a quella successiva all’evento. È necessario, inoltre, ricordare che il cancro è una malattia che, talvolta, si sviluppa lentamente, molto spesso con cause iniziali non chiaramente individuabili.

Risulta incontrovertibile, in ogni caso, che lo scoppio del reattore nucleare di Chernobyl provocò ingentissimi danni ai terreni e alle acque, pregiudicando in maniera netta la salute di migliaia di persone. Tra le conseguenze ambientali più allarmanti, i cui effetti si sentono ancora adesso, bisogna rammentare la contaminazione del suolo con alcuni materiali fortemente radioattivi, tra cui il cesio-137. Si riportarono alcune immagini dalla luce sinistra e surreale, come quella di alcuni pini di una foresta situata nei pressi della centrale che assunsero un colore rossiccio-marrone, prima di morire definitivamente. Per questo aspetto inquietante, da scenario apocalittico post-moderno, il luogo fu denominato “foresta rossa”, quasi ad assumere un significato simbolico e semantico della tragedia che si era consumata nell’area.

Nel periodo successivo all’incidente, tracce di materiale radioattivo sono state rinvenute in tutto l’emisfero nord del pianeta, depositandosi in diverse quantità, a seconda della direzione dei venti e delle piogge, attribuendo, tuttavia, al disastro, la triste dignità di estensione globale.

Le teorie possibili

La problematica dei rischi connessi all’utilizzo dell’energia nucleare non è stata mai risolta ed anche negli ultimi anni è tornata prepotentemente alla ribalta. Nella rivisitazione generale del tremendo evento di Chernobyl, non sono mancate interpretazioni diverse che si discostano dalla versione ufficiale che, come abbiamo visto, ne attribuisce le cause ad errori umani ed alle carenze della struttura. Secondo alcuni, il disastro potrebbe essere stato provocato da un terremoto immediatamente prima dell’esplosione del blocco nr. 4. Infatti, a soli 20 secondi prima dell’evento, si registrò un terremoto di 2,5 di intensità della scala Richter, ad una profondità di circa 400 metri nella zona immediatamente prossima alla centrale. Alcuni esperti ritengono che la forza del terremoto possa essere stata sufficiente per interferire con la tecnologia del reattore.

Secondo i testimoni, il personale avrebbe avvertito inizialmente un colpo secco, con successivi crolli di soffitti e di pannelli. Ci torna in mente, a tale proposito, la celebre frase di Legasov, già menzionato in precedenza come il presidente designato della commissione d’inchiesta che si occupò del disastro, il quale, prima di togliersi la vita nel secondo anniversario dell’incidente, aveva detto “Non ho mentito, ma non ho detto tutta la verità”. Nel 1996 una Commissione russo-ucraina è arrivata alla conclusione che, comunque, il disastro di Chernobyl fosse stato preceduto da un terremoto, ma non sono stati presi provvedimenti in merito alla pericolosità sismica delle centrali nucleari, continuando ad ignorare le reali condizioni geologiche dei luoghi dove sono distribuiti i reattori.

Chernobyl oggi

Abbiamo accennato prima che, già negli anni immediatamente successivi alla catastrofe, si cominciò a costruire il cosiddetto “sarcofago” destinato a sigillare ermeticamente quanto rimaneva dell’esplosione. Il “sarcofago”, in realtà, è una grande coperta realizzata allo scopo di nascondere il reattore distrutto che, ancora oggi, a 33 anni dallo scoppio, è in grado di emettere radiazioni. La sua struttura è imponente, formata in acciaio e cemento, comprendendo l’area più pericolosa, nota come “zona di esclusione di Chernobyl” e racchiudendo ben 200 tonnellate di corium radioattivo, 30 tonnellate di polvere contaminata e 16 tonnellate di uranio e plutonio.

Dieci anni dopo il disastro, nel 1996, non si ritenne possibile riparare l’interno del sarcofago, in considerazione degli altissimi livelli di radiazione. Si pensi, in proposito, che la radiazione di fondo normale in città è di solito intorno ai 20-50 microrontgens all’ora ed una dose letale è di 500 rontgens oltre 5 ore, mentre i livelli di radiazione presenti nel sarcofago si aggirano sui 10.000 rontgens all’ora. Successivamente, dopo altri vent’anni, il 29 novembre 2016, fu completata l’installazione del nuovo sarcofago, prendendo il nome di “New Safe Confinement” (NSC).

È d’obbligo precisare che, anche se l’incidente è associato alla città di Chernobyl, in realtà la centrale nucleare sorgeva più vicina alla città di Pripyat, all’epoca dei fatti abitata da circa 50.000 persone, oggi completamente abbandonata. Le costruzioni come case, scuole ed altri edifici pubblici sono cadute nell’oblio, mentre le strade non sono più state adoperate Per accedere nella zona a rischio è indispensabile ricevere una particolare autorizzazione e sottoporsi, in fase di uscita, ad una specifica doccia per l’eliminazione del potenziale radioattivo.

Per quanto riguarda la vita animale, è avvenuto qualcosa di molto sorprendente. Dopo gli anni immediatamente successivi al disastro, quando la fauna nella zona pressochè si estinse, di recente gli animali hanno ripopolato l’area. Alcuni scienziati ritengono che molte specie di grossa taglia, che prima non abitavano la zona, avrebbero vissuto mutazioni genetiche in grado di renderli più resistenti, soprattutto il bisonte europeo assente da quell’area fin dai primi anni del ventesimo secolo. I lupi, invece, hanno fatto ritorno, ma con una taglia più piccola rispetto al precedente periodo.

Il turismo e la copertura mediatica

Da qualche anno ci sono sempre più turisti che vogliono visitare l’area più contaminata d’Europa. La serie di HBO Chernobyl ha avuto il merito di riportare l’attenzione internazionale sul luogo del disastro nucleare più famoso del ventesimo secolo. Con ogni ragionevole probabilità, la precitata serie, che ha ricevuto un ottimo consenso dalla critica ed è stata distribuita in molti Paesi del mondo, farà ulteriormente aumentare il numero delle visite nell’area, dove fino al 26 aprile 1986 sorgeva la centrale nucleare Vladimir Lenin. Si stima che solo nell’anno 2018 sia stata visitata da circa 60mila persone.

Come si diceva prima, l’accesso nella zona è disciplinato da numerosi divieti, tra cui quello di risiedere e di svolgere attività commerciali. Le principali eccezioni sono rappresentate dai vari giri turistici organizzati da molti operatori del settore, articolati in uno o due giorni, che dall’estate in corso saranno dedicati ai luoghi specifici indicati nella fortunata serie televisiva. In tale contesto, tuttavia, viene spontaneo chiedersi se queste gite di alcune ore in una delle zone più contaminate del mondo, siano pericolose o meno per la salute. Le autorità ucraine concessero la possibilità di visitare Chernobyl una decina di anni fa, sostenendo che una breve permanenza in quell’area costituisca un’esposizione alle radiazioni minore rispetto ad un viaggio in aereo. La misurazione attuale delle radiazioni in “millisievert”, nell’area di Chernobyl, conforterebbe in linea generale questa opinione. Ma, è d’obbligo precisare, che l’area di “alienazione” non è stata contaminata allo stesso modo sull’intera superficie, essendoci piccole porzioni del territorio dove la quantità delle radiazioni risulta essere un centinaio o perfino un migliaio di volte superiore a quella normale. Gli operatori turistici evitano di portare i visitatori in quella zona o quanto meno vi rimangono per pochissimo tempo. Inoltre, devono essere prese importanti precauzioni, come quella di evitare di assorbire i contatti con le particelle radioattive; non mangiare nella zona di alienazione; indossare vestiti coprenti e scarpe chiuse, da lavare immediatamente al momento del rientro nel luogo di soggiorno; non sedersi a terra o appoggiarsi alle pareti; non toccare alcunchè, né portare oggetti via con sé.

Una particolare menzione merita il film-documentario Il complotto di Chernobyl- The Russian Woodpecker, opera del regista Chad Gracia, presentato al Sundance Film Festival 2015, dove si aggiudicò il Gran Premio della Giuria. La pellicola mette in evidenza i legami tra il disastro nucleare e la “Duga”, un’antenna che ai tempi della Guerra Fredda doveva interferire con le comunicazioni occidentali e diffondere la propaganda sovietica. Una struttura che, in realtà, non avrebbe mai funzionato effettivamente ma che, forse, sarebbe stata una delle cause del tremendo incidente, quasi si trattasse dell’emblema di una cultura massificante, mai però veramente entrata nell’animo dei destinatari, bensì imposta con la forza e con la politica del lavaggio del cervello. Il protagonista, Fedor Alexandrovic, nel bel mezzo della rivoluzione ucraina, dovrà compiere una terribile scelta: se rivelare ciò che ha scoperto oppure tacere per proteggere la propria famiglia.

A più di 33 anni dall’evento, il disastro nucleare di Chernobyl è rimasto nel nostro inconscio collettivo, come un monito a non sfidare troppo le leggi della natura, seguendo l’improvvida logica dell’assolutismo ideologico e dello sfruttamento economico. Le città fantasma della zona dopo la tragedia ci offrono, in scala ridotta, il quadro del possibile scenario apocalittico che potrebbe coinvolgere l’intero globo terrestre, a seguito di un’eventuale guerra nucleare o di una serie di incidenti di ancora più gigantesche dimensioni. Tuttavia, la ricostruzione dell’area danneggiata ed il ripopolamento quasi spontaneo da parte di alcune specie animali, provenienti anche da territori lontani, ci devono fa riflettere sulla capacità intellettuale acquisita dall’uomo di sapersi sempre reinventare e sulla forza della natura che riesce a vincere anche le condizioni più sfavorevoli.

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