Ondine: Neil Jordan e la sua fiaba nella penisola di Beara

Alcuni gradi di complessità emotiva a volte lasciano spazi angusti, ma anche piacevolmente inebrianti, proprio come la brezza marina nel Sud-Ovest dell’Irlanda. È proprio in queste terre, così mistiche e piene di leggende, che si sviluppa la sceneggiatura di Neil Jordan, oramai portato per questo genere di storie. Il regista di Sligo, infatti, non è nuovo al racconto di leggende della sua terra d’origine: da The butcher boy a Byzantium, tratto dalla pièce teatrale di Moira Buffini, il regista è riuscito a portare al grande pubblico veri e propri tasselli della cultura dell’Isola. Noto anche, soprattutto al pubblico americano per avere riprodotto su pellicola pezzi della storia recente dell’Isola di smeraldo, come non ricordare La moglie del soldato che vinse l’Oscar come migliore sceneggiatura, o Michael Collins con un Liam Neeson talmente ispirato che gli portò gloria nel nostro festival di Venezia con la Coppa Volpi, oltre al Leone d’Oro come miglior film.

Come spesso succede nel nostro Paese però, con i film “Indipendenti” si ha sempre un po’ di difficoltà di distribuizione. La pellicola riesce a giungere nel Bel paese solo nel Duemiladieci, in pratica a un anno dalla sua proiezione nelle sale, e non sarebbe neanche così grave, pensando che altri capolavori del primo ventennio del nuovo secolo riescano a vedere le nostre sale o televisioni anche a distanza di diversi anni (ad esempio il tanto discusso Hunger di Steve McQueen, uscito nel Duemilaotto, ed arrivato da noi nel Duemiladodici grazie alla BIM).

Il cast di Ondine comprende l’attore feticcio di Jordan, Stephen Rea, nel ruolo di un prete che, più della religione in sé, si occupa della spiritualità dei propri fedeli, e Colin Farrel, attore dublinese oramai famoso in tutto il mondo che, senza tutti quei manierismi da belloccio che spesso gli affibbiano nei film d’oltreoceano, interpreta il pescatore Syracuse. Un uomo che è riuscito a combattere l’alcolismo, anche se ancora pienamente in lotta con se stesso, con alle spalle un matrimonio naufragato ed una bambina che ha problemi nel deambulare, ma quest’ultima con una grande propensione alla scoperta, e soprattutto amante delle leggende dell’Isola.

La piccola sogna quasi ad occhi aperti, infatti spesso cita il romanzo fantastico di Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie. Sino ad un certo punto, la pellicola mantiene intatti i suoi misteri, raggiungendo lo status ossimorico di “fiaba reale”, facendo in modo che lo spettatore sia portato a credere che sia tutto favolistico ed impossibile, mantenendo l’iperscrutabilità tanto cara agli irlandesi, non facilmente analizzabili, anche secondo il padre della psicoanalisi Sigmund Freud. La realtà della storia, che impetuosamente farà la sua apparizione, certo non ci distoglierà dal sapore e dalla magia della penisola e della piccola cittadina di Castletownbere, immersa in una bolla temporale che è sempre più raro trovare in Europa.

Una pellicola che singolarmente si ricollega ad un oramai vecchio classico cinematografico irlandese, tratto anch’esso dal libro Secret of the Ron Mor Skerry di Rosalie K. Fry, e che trattava soprattutto delle creature mitologiche teriomorfe dal nome Selkie. Queste creature, appartenenti non soltanto alla mitologia irlandese ma anche scozzese ed islandese, secondo la leggenda erano degli esseri umani mutati in foche. C’è da aggiungere che la maggior parte delle storie riguarda però le fanciulle, di solito bellissime ed angosciate, che vivono vicende travagliate e dopo molte vicissitudini trovano la felicità sulla terraferma.

Il film di Jordan insegue questa chimera, alla fine offrendoci uno sprazzo di realtà. Riguardando anche una sorta di immigrazione, non come vista oggi, e soprattutto da Paesi che si considerano difficili a praticarla. Il mitologico canto e la quasi onirica visione dell’attrice Alicja Bachleda, che allevierebbe il mal d’animo di qualsiasi persona la incontri, porterà anche fortuna alla bambina ed a suo padre. Le musiche neanche a dirlo sono di una delle band più mistiche degli ultimi anni: quei Sigur Rós che hanno stregato il Continente con il loro rock sperimentale, richiamando atmosfere di purezza, lontane dalla modernità ossessiva delle nostre lande, portandoci in quell’Islanda, loro patria e anch’essa protettrice della leggenda dei Selkie.

I variegati drammi umani che si dipanano per l’ora e quaranta della pellicola, alla fine trarranno sollievo uno dall’altro, con armonie lente, ma in nessun modo aduggiate. I continui capovolgimenti di veduta, offrono alla narrazione quel ritmo che fa riflettere lo spettatore, rappresentando la perdita della religione “convenzionale” a causa di un destino avverso, che si affida però, quando è quasi giunta l’ora di rinunciare, a rilanciare, magari affidandosi agli Dei pagani di un tempo, ed a cui il vecchio Continente si affidava da millenni prima del Cristianesimo. Nella voluta instabilità tra favola e materialità, il film trasuda un fascino difficilmente quantificabile, mostrandoci tra l’altro posti di una bellezza unica, facendoci confidare nel famoso lieto fine, che grazie agli occhi innocenti di una bambina possono rendere benevolo anche il destino più avverso.

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