Somethin’ Else: il dinamico equilibrio jazz di “Cannonball” Adderley

La, La# e Si come si sollevassero dalla polvere spinti da un denso soffio. Cascata di note verso un sofferto, sensibile Do e ancora finalmente ad un lungo e liberatorio Do#, nota tonale: accorata, disperata e consolatoria al contempo.

A sigillo di un capolavoro del jazz è Julian “Cannonball” Adderley che scolpisce questa Dancing in the dark, creando un posto intimo nel cuore dell’ascoltatore. Un luogo tacito, segreto, dove si mitigano i fremiti dell’anima come diceva Steinbeck: “dove un uomo sia un uomo e se ne ravveda”.

Tra Be Bop e Calore umano

Mi piace proprio immaginarmelo John Steinbeck scrivere L’inverno del nostro scontento ascoltando Somethin’ Else, uscito fresco per Blue Note nel 1958, proprio tre anni prima del suo ultimo romanzo.

Un disco che spiega compiutamente perché nel 1957, per sostituire un John Coltrane perso nell’eroina e dietro a Thelonious Monk (ma questa è un’altra storia), l’ineffabile intuito di Miles Davis si posò proprio su un insegnante di liceo della Florida.

In realtà Adderley si fece notare nella scena new yorkese dopo esservisi trasferito nel 1955 per laurearsi: le sue esibizioni col fratello Nat alla tromba, misero in luce il suo carisma e il suo stile, tanto che fu prontamente definito “the new Bird”. Certo la padronanza era stellare e i tessuti sapevano essere complessi, ma la definizione era impropria se vogliamo, perché la personalità del nostro non era propriamente be-bop.

Fu infatti questa personalità unica ad attirare le orecchie di Miles Davis che già da anni stanco delle furie melodiche parkeriane e delle complicazioni armoniche post bop, aveva deciso di cambiare le carte in tavola e Adderley rappresentava una pedina importantissima nel suo disegno a venire; disegno così formalmente ineccepibile che rischiava di perdere calore e abbisognava sì di grande tecnica, ma immersa in un suono poderoso e intriso dello spirito bandistico del Sud degli States.

Sentiva il bisogno di una portanza blues genuina da inserire nel contesto delle sue futuristiche e scheletriche concezioni armoniche, quelle che poi portò all’eccellenza assieme a Bill Evans in Kind of Blue (Columbia 1959), il disco jazz per antonomasia, la nascita del modale: fu la definitiva consacrazione di Adderley tra i mostri sacri, e il suo contributo fu tutt’altro che secondario. Il suo carisma conferì al lavoro il lato “umano”, il respiro materno: quello di Dancing in the Dark, appunto. Umanità da contrapporre al cinico rasoio della tromba davisiana.

Somethin’ Else è fotografia del passaggio dei tempi. Moriva il be bop e il jazz si avviava in quel lungo percorso che portò anni avanti alla fusion, a Bitches Brew e ai Weather Report di Zawinul di cui Adderley fu mentore. Ma qui la fine degli anni 50 è cristallizzata e distillata in purezza.

Ed è proprio la caratteristica di questo lavoro, che vede Davis (raramente comprimario) come maestro di cerimonia ad introdurre i temi e ad incrociare i fiati.

Verso il modale

Ma sarebbe riduttivo considerarlo un disco di Davis sotto falso nome, perché “the prince of darkness” al tempo incideva “Milestones”, tutt’altro materiale, già orientato al modale e “Somethin’ Else” non lo è: qui l’armonia non è ancora a mero servizio delle scale di riferimento.

Lo si potrebbe definire un classico del “jazz” da combo. Classicamente nel periodo di passaggio tra la fine del be bop e l’inizio del cool. Non a caso pubblicato dalla Blue Note di Van Gelder. Ibrido riuscitissimo che lascia un piede nell’origine orchestrale degli standard, e mette l’altro verso il futuro senza mai volutamente realizzarlo.

Un disco che dopo oltre mezzo secolo di vita non da mai l’idea del polveroso, ma neppure mai è stato considerato in qualche modo moderno.

Il primo pezzo la dice lunga. Una classicissima Autumn Leaves, le foglie morte, presentata in una misteriosa salsa minore latin, a preludio di un tema di tromba che squarcia il cielo e apre ad una improvvisazione di sax che è sintesi del post bop, che soffia con disarmante naturalezza alla testa e al cuore.

Segue Love for Sale dall’elegante apertura pianistica rivitalizzata ancora sul filo del latin, a mostrare il livello del duo ritmico Blakey-Jones, trattenuta fino al tema minimale, aprendo ad un bop quasi classico in cui Adderley umanizza Parker e si addentra in arditi percorsi incastrati e digeribili in modo accattivante anche dai non esperti: “Cannibale”.

Il lato B si apre su una title-track all’insegna della brillantezza e del dialogo. La tipica chiarezza espositiva di Davis firma il brano e non ha rivali: i suoi temi indicano la via da percorrere. Somethin’ Else viaggia che è una meraviglia, ancora oggi.

Il sontuoso pianismo di Hank Jones incarna lo spirito delle grandi orchestre e dona alle improvvisazioni la necessaria solidità armonica. La mano che ha percorso tutta la storia del jazz diventa fondamentale nel penultimo episodio, quello più blueseggiante: “One for Daddy-O” a firma Nat Adderley.

Verso la fusion

Il rapporto di Davis col blues è sempre stato ambivalente. Ha sempre cercato di fuggirne tramite la sintesi di melodie trasversali, e al contempo ne ha sempre desiderato l’efficacia armonica fino al punto di generare una personale “specie di blues”, il suo “Kind of Blues”.

Qui più in sordina, pare più rispettoso del fascino coinvolgente di un leader che permette sempre libertà di indagine. Una qualità decisamente da evidenziare. Pur ben saldo nella preparazione e nella tradizione, Adderley nella sua carriera è sempre riuscito a dare spazio alle menti pionieristiche: a testimoniarlo indelebile quella meravigliosa “Cannon ball” in “Black Market” (Weather Report, Columbia 1976) che è commossa dedica personale di Zawinul alla morte del direttore che lo lanciò nel grande jazz.

In mezzo alle rivalità sanguigne e a tante biografie dai tratti cupi, la carriera di Adderley pare essere definita da una rara essenza, definita in origine e non da tormentate ricerche. Un musicista lontano dai riflettori che ha dato un contributo importante alla storia del jazz, lasciando in eredità tra i tanti lavori un disco esemplare, come era lui. Classico eppure diverso da tutto il resto: somethin’ else, appunto.

He’s the most underrated musician of the century. Hardly anybody talks about Cannonball, but he was a giant. He was his own guy. He didn’t play like Charlie Parker. He played like no-one else.”

Joe Zawinul, 1997
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