Gli Intoccabili: una pellicola epica sull’arresto di Al Capone

“You’re nothin’ but a lot of talk and a badge!”, tradotta poi in italiano con “sei solo chiacchiere e distintivo!”, è probabilmente una delle più grandi battute nella storia del cinema. Riuscì con una naturalezza superba a metterla in bocca ad un De Niro forse un po’ troppo svogliato nel ruolo di Al Capone, il bravissimo sceneggiatore David Mamet. Quest’ultimo, insieme al regista Brian De Palma e ad un cast stellare, riesce a costruire Gli Intoccabili, un film che è entrato già da tempo a gran diritto nell’Olimpo dei classici americani di sempre.

Il regista, di chiare origini italiane, era già una vecchia conoscenza di Robert De Niro, dato che avevano già lavorato insieme in un’opera controversa ma molto apprezzata in Europa dal titolo Ciao America!. De Palma, conosciuto ormai da tempo nel circuito cinematografico americano, si era fatto apprezzare dal grande pubblico grazie a Carrie – Lo sguardo di Satana, tratto da un romanzo di Stephen King, e Obsession – Complesso di colpa, per poi proseguire con Blow out e l’eccessivamente osannato Scarface. Il gran colpo però, quello che lo consacrerà per sempre è sicuramente quest’opera dell’Ottantasette.

Tra i piano sequenza che lo caratterizzano e la peculiare abilità nelle riprese a rallentatore, uno dei registi fondatori della “New Hollywood” si permette perfino di citare Sergei M. Eisenstein e la sua Corazzata Potëmkin, con la scena della scalinata di Odessa e quella benedetta carrozzina che tiene sulle spine il pubblico sia nella città che affaccia sul Mar Nero, quanto alla Union Station di Chicago.

Gli anni Trenta del Novecento americano, ed il suo proibizionismo sono ricostruiti magnificamente, strizzando l’occhio alla tipica malinconia di C’era una volta in America del maestro italiano Sergio Leone di qualche anno prima. La pellicola è interamente costruita sulle memorie di Eliot Ness: agente del Bureau of Investigation che, dopo aver catturato Capone, andò vicino anche all’arresto del famoso “Macellaio di Cleveland”, che come Zodiac quasi quarant’anni dopo, sfuggì alla giustizia portando un destino nefasto al resto della sua esistenza.

La Paramount, che fece investimenti ingenti per il film, ne fu ripagata con un incasso che superò di gran lunga i cento milioni di dollari, costituendo nuova linfa ad un decano del cinema come Sean Connery, nonostante il suo pessimo accento irlandese che richiedeva la pellicola, fruttandogli un Oscar come miglior attore non protagonista. Contribuì anche a lanciare carriere importanti, come quella di Kevin Costner e Andy Garcia che, nei ruoli di Ness e del poliziotto italoamericano Giuseppe Petri, si ritagliarono un futuro nella città delle stelle. Il reparto costumi si avvalse del contributo dello stilista italiano Giorgio Armani, che grazie alla pellicola diventò amico di De Niro e donò al cast quel tocco di classe nei particolari che rende ancora di più i ruoli dei personaggi memorabili.

La colonna sonora riguarda ancora una volta il nostro Paese, con quell’Ennio Morricone abile a plasmare una martellante inquietudine, toccante la dipartita di Connery/Jimmy Malone tra le braccia di Ness/Costner e l’emblematica medaglietta di San Giuda Taddeo, patrono dei poliziotti e delle cause perse.

Ci sono ovviamente alcune discrepanze storiche tra gli intoccabili di De Palma e quelli realmente esistiti. Infatti, il team che diede la caccia a quello che per la stampa statunitense e per il capo dell’FBI J. Edgar Hoover veniva considerato il nemico numero uno, era composto inizialmente da cinquanta agenti, poi ridimensionati a quindici, ed infine nuovamente ridotti ad undici. Come spesso accade però, Capone non fu incarcerato per gli innumerevoli omicidi e le svariate attività illegali, ma semplicemente per evasione fiscale. La condanna comportò cinquantamila dollari di multa e undici anni di reclusione, poi ridotti a sei anni e cinque mesi per buona condotta. Ovviamente il malavitoso all’interno delle mura carcerarie fece una vita migliore rispetto agli altri “residenti”, e continuò a gestire da lì i suoi affari, proprio per questo dopo tre anni fu trasferito nella famosa, (anche per l’immaginario collettivo), prigione di Alcatraz.

La lotta tra bene e male, che in tutto il film emerge a tinte chiarissime (a differenza dei gangster movie “moderni” dove il confine tra il bene e il male è quasi sempre labile – chiedere a Scorsese per chiarimenti), fa sfoggio anche di piccoli particolari storici, come il set da barba che viene usato dal barbiere che rade De Niro, realmente usati per il boss di Chicago. In conclusione il nichilista De Palma ci lascia facendo sapere a Ness che il folle proibizionismo americano sta per concludersi, quasi a vanificare tutto il lavoro dei quattro agenti con la dipartita di due di loro, con il detective che promette di andare sicuramente a farsi un goccio.

L’ironia più sorprendente è che realmente Ness alla fine diventò alcolista, e Capone perirà per una malattia oggi facilmente curabile. Tutto ciò discerne però dall’estetica sorprendente di un’opera che sin dai titoli di testa ci immerge in un mondo oramai troppo lontano per comprenderlo appieno, proprio per questo immensamente affascinante. 

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