Dumbo: le differenze tra il classico Disney e il remake di Tim Burton

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Gli occhioni blu ci sono, ma sono troppo poche lacrime nel Dumbo rifatto da Tim Burton, uscito nelle sale nel 2019 a oltre settant’anni di distanza dal grande classico dell’animazione Disney. Per chi aspettava con ansia l’uscita in sala del dolce cucciolo d’elefante, è probabile che le differenze siano sembrate eccessive. E magari non sempre perfettamente efficaci.

Chi era ansioso di vedere Tim Burton di nuovo alle prese con un riadattamento di un film Disney, dopo aver convinto critica e pubblico con la sua vivida Alice nel paese delle meraviglie, forse é rimasto sorpreso di aver trovato in questo nuovo Dumbo così pochi echi Burtoniani. Ragione che ci spinge a riflettere con maggiore impegno sulle scelte del regista e sulle differenze più rilevanti tra il film originale e il remake. Nel tentativo di capire cosa ha funzionato e cosa no.


I protagonisti

Nel Dumbo originale tutta l’attenzione è rivolta al cucciolo di elefante dalle orecchie enormi: è lui l’unico protagonista del film, e tutto ciò che viviamo è riflesso nei suoi occhi. Dumbo è il punto focale della nostra empatia: il cucciolo deriso da tutti, persino dai suoi simili; il cucciolo al quale viene tolta la madre, l’unica che lo proteggeva e lo incoraggiava, il cucciolo che è inutile, maldestro e dall’aspetto ridicolo che trova il suo unico sostenitore in un topolino, che paradossalmente dovrebbe fargli paura.

Il film di Tim Burton introduce una differenza sostanziale: la presenza dei due bambini, che diventano co-protagonisti del film. Accanto a due esseri umani che interagiscono costantemente durante il film, la figura di Dumbo diventa, se non marginale, ampiamente rivalutata. Il fatto che i due amici di Dumbo qui siano due bambini (invece che un topolino) vira decisamente i meccanismi di identificazione da parte dello spettatore: chi vede il film tenderà ad identificarsi più coi bambini (che mostrano una simile storia di dolorosa separazione dalla madre) che con l’elefante.


Il nome di Dumbo

Nel film originale, l’elefantino viene battezzato come Dumbo dalle elefantesse del circo, proprio per ridicolizzarlo volutamente: originariamente doveva chiamarsi Jumbo Junior, ma gli altri elefanti fanno presto a virarlo in Dumbo, da dumb che in inglese significa stupido. Ciò avviene subito dopo aver visto le enormi orecchie, mentre fino a pochi attimi prima (prima del difetto, della stranezza, del suo apparire come fuori posto) l’elefantino veniva vezzeggiato senza sosta.

Nel film di Burton invece il nome Dumbo sembra nascere quasi per caso, col cartello che lo rappresenta che si rompe e la D che prende il posto della J. Una scelta ben precisa che toglie la carica amara all’identità del protagonista: scherzo del destino invece che frutto della cattiveria del mondo.


La capacità di volare

L’intero incedere del film originale si fonda sulla solitudine totale di Dumbo, perché lui è il diverso, l’altro. L’elefantino viene accettato dal mondo soltanto alla fine delle peripezie, dopo che il mondo scopre che la sua bruttezza costituisce in realtà un attributo eccezionale: con le sue grandi orecchie Dumbo può volare, e ciò avviene solamente alla fine del film. È un atteso lieto fine che porta al ricongiungimento con la madre, chiudendo la visione con un senso di liberazione ambito per tutto il film.

In Burton invece Dumbo inizia a volare fin da subito. Ciò annulla dunque il senso di oppressione che si avrebbe osservando la vessazione nei suoi confronti a causa del suo difetto. La diversità non è il tema centrale del remake, il bullismo sofferto dal piccolo è in fondo molto ridotto. E ovviamente l’effetto emotivo si affievolisce.


Il cattivo

Nel film originale sono tutti pressoché cattivi. Dumbo è un soggetto bullizzato da ogni parte, da chiunque lo veda la prima volta. Il mondo è tutto contro di lui, e dalla sua parte ha solo la madre (la famiglia) e Timoteo (il piccolo topolino, che rappresenta l’amicizia).

Burton capovolge completamente la componente malvagia: il cattivo è fondamentalmente solo Michael Keaton, mentre tutti gli altri personaggi maturano nel film una componente buona. Il male è dunque quantitativamente inferiore, e allo stesso tempo l’oggetto di quella cattiveria è distribuita. Con Burton c’è un cattivo che se la prende con chiunque lo circonda, mentre nell’originale è il mondo ad essere cattivo e Dumbo ne è la principale vittima. Anche qui, una scelta precisa che si allontana dalla struttura emotiva del primo film.


L’alcol e gli elefanti rosa

Nel Dumbo del 1941, la celebre scena degli elefanti rosa è totalmente allucinatoria, psichedelica e terrorifica: quelle immagini rappresentano il riverbero degli elefanti reali che fanno paura a Dumbo, sono dei nemici poiché sono stati loro in primis ad escluderlo. E sono gli stessi che gli hanno dato quel nome, caratterizzando con connotazione negativa la sua esistenza.

Venendo a mancare la netta malvagità nel film di Burton, la scena degli elefanti rosa – seppure visivamente molto bella – non riesce a sconvolgere. Si ferma fondamentalmente alla parte visiva ma perde ogni effetto emotivo. Artisticamente, è parecchio lontana rispetto alla potenza dell’originale.

* * *

In conclusione, stavolta le scelte di Tim Burton sono state nette rispetto alla trama e alla struttura del Dumbo originale. E sono andate tutte a formare una architettura emotiva di intensità minore, nell’esplicita intenzione di dar vita a un film con una rappresentazione dei personaggi più facile da assorbire per il pubblico contemporaneo. Ci si commuove sicuramente molto meno, e si vede un film con pochi effetti sorpresa. Burton poteva agire sicuramente in maniera più coraggiosa, ma ha preferito ritrarsi nell’ombra.

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