Anything Else: quando Woody Allen raccontò se stesso

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Una volta ero in un taxi, era parecchi anni fa, stavo cianciando con il tassista a proposito di queste cose di cui blateravi tu, poco fa: la vita, la morte, il vuoto universo, il significato dell’esistenza, l’umana sofferenza.

E il tassista mi disse: “Guardi, è come tutto il resto”.

Riflettici.

Con una nutrita serie di aneddoti dissacranti sul fatalismo e l’imprevedibilità della vita – come questo – David Dobel ragguaglia l’allievo acquisito Jerry Falk, durante una delle loro frequenti passeggiate a Central Park. Sarà forse un caso, ma quasi scimmiottando i suoi stessi personaggi, Allen crea una cornice di eventi schietta e spontanea a partire dall’assunto che qualsiasi quesito esistenziale attanagli la mente umana sia, senza girarci troppo intorno, semplicemente effimero. Un po’ come tutto il resto.

Uscito nel 2003 dopo Hollywood Ending e due anni prima di Match Point (in mezzo, il non memorabile Melinda e Melinda), Anything Else è ad oggi – al contrario di un riscontro non entusiasmante della critica – uno dei pezzi più sanamente esplicativi del Woody Allen-pensiero.

Dentro uno scenario costruito come un Io e Annie degli anni duemila, il regista ha spesso lasciato intendere come il film abbia, in effetti, sintetizzato i caratteri cruciali della sua personalità e le tappe delle sue primissime fasi di carriera. Quando nell’anonimato faceva recapitare gag e battute comiche alle testate dei piani alti di Manhattan, ancora al liceo, districandosi tra folli amori adolescenziali, scrittura ed ambizioni mai banali.

La pellicola racconta le vicende di Jerry Falk (Jason Biggs), squattrinato sceneggiatore comico di New York che sogna di sfondare nel mondo dell’intrattenimento, di scrivere un libro e di vivere della sua arte. E che, sotto l’ala distruttrice di uno sfrontato agente dalle dubbie competenze e di cui è rimasto l’unico cliente – Harvey Wexler, interpretato da Danny De Vito – si imbatte nell’anziano autore David Dobel (Woody Allen).

Quest’ultimo, arrivato stancamente ad accontentarsi di una cattedra scolastica per guadagnarsi da vivere, prende a cuore la sorte del giovane scrittore, imprigionato in una personalità troppo debole per poter decidere da solo del proprio destino. Gli promette che esiste una via per essere scagionati dalle costrizioni inutili in cui soggiorna, che lo fanno accontentare di una vita al ribasso delle sue possibilità. Gli propone l’occasione della vita a Los Angeles, per diventare autore di uno show televisivo con un contratto vero, in collaborazione.

Entrambi alle prese con crisi generazionali e incapaci di virare l’inerzia della propria vita nella maniera più funzionale, i due sembrano avere una connessione spontanea che va oltre l’ambito in cui cercano fortuna ed in cui avviene il loro incontro.

Scrivono battute per la scena stand-up comedy newyorkese, sono di fede ebraica, vivono con un approccio anacronistico la loro città ed amano fanaticamente la musica jazz e le torch song. Inoltre, hanno sogni nel cassetto decisamente più grandi di quanto la routine in cui si invischiano gli può garantire. Con la sostanziale differenza che uno è appena ventenne, l’altro uno sveglio squilibrato sulla sessantina.

Un carattere altamente suggestionabile e scarsamente attento ai tranelli della sua stessa personalità, Falk è l’emblema di chi non fa altro che procrastinare una vita concretamente felice, libera dall’inettitudine e dal masochismo dei cronicamente indecisi. Di fatto, il territorio su cui Dobel pungola per tutto il tragitto: Allen vuole raccontare di se stesso e delle decisioni sbagliate della tarda adolescenza, del primo frettoloso matrimonio, della perseveranza di paure persistenti ed ostruenti di un’inclinazione ingenuamente leggera.

Amanda (Christina Ricci) è la riproposizione di una Annie Hall ancor più cinica quanto ammaliante, altrettanto incapace di scegliere per se. Ed è anche, per via non troppo traverse, la Harlene Susan Rosen che Allen sposa, appena ventenne, nel primo matrimonio, nel 1956. Anche lei incontrata tramite la passione per la musica jazz, quella voglia di farsi trasportare dall’entusiasmo di un appartamento a Manhattan e i sogni di carriera, la vita on the road quando è necessario, anche senza preavviso. Anche lei finita per divorare la sua strada ed immetterlo in un vicolo cieco, con un burrascoso divorzio pochi anni dopo.

Finisce di lì a poco in psicoanalisi, una costante che sarà racconto di tutti gli iconici personaggi della sua filmografia, compreso Falk ed i suoi sogni. Prima degli anni del cabaret, del teatro e dell’inizio in NBC, Allen mandava in segreto i suoi manuali comici ad Earl Wilson, Walter Winchell, il New Yorker, ma le difficoltà che puntellarono quel carattere a metà tra timido, nevrotico e irriverente, sono tutte sintetizzate, rivisitate e trasmesse alla figura di Jerry. Che, dal canto suo, è appena uscito da un matrimonio fallimentare ed ha riversato le sue speranze sull’analisi, non va a letto da sei mesi con la compagna, ha perso l’ispirazione per il suo lavoro. Suona familiare, no?

È l’espediente narrativo che costringe anche qui il protagonista – in un racconto a ritroso della caotica relazione, dall’incontro alla completa rottura di ogni sua logica – a giustificare persino i più sciocchi patti col diavolo, in un esercizio di psicoanalisi del proprio passato e di un approssimativo futuro.

Jerry sarebbe probabilmente stato perfettamente a suo agio con Brooke, la compagna con cui era in procinto di metter su famiglia. Ma decide di complicarsi da solo le cose, dandosi in pasto al fascino dell’interruzione della routine, ad auto-infliggersi nozioni che non avrebbe voluto sapere sul sesso e sul tradimento, a cercare di essere sempre, per forza, qualcosa di più dello standard. Come del resto la perfetta indole dei più nevrotici personaggi scritti da Allen insegna.

Dobel mette Falk davanti alla realtà di tutte quelle cose che, irrimediabilmente, lo portano ad uno stato di incontrollabile passività: una compagna che lo tradisce ripetutamente – e che lui difende in modo ingenuo, anche davanti l’evidenza –, un agente che vuole prosciugare il suo conto in banca senza procurargli delle vere opportunità di crescita, un presunto psicanalista che è interessato solo a ricucire la trama dei sogni più strambi che racconta.

Anche nei segmenti più comicamente maldestri, quando si impone di preparargli un kit di sopravvivenza “non si sa mai da chi ci si debba difendere”, Dobel comunica che è sempre bene avere un piano B, che il destino gioca brutti scherzi e ti può scombinare tutte le carte, in qualsiasi istante. Certo, puoi finire a parlare della nicchia del torchy jazz e comprare ristampe incredibilmente costose ed introvabili, con una bella donna. Innamorartene, andarci a letto clandestinamente, tra stanze d’albergo di lusso a Broadway e gite in notturna fuori porta.

Ma solo per rimpiangere di non aver cambiato vita, così stupidamente, facendo un salto nel vuoto e rimanendo a secco di ispirazione anche a notte fonda, nel territoiro più fertile per l’arte dei più esclusi dalla normalità. Che scappare da una tranquilla realtà per scegliere i problemi non è, a conti fatti, la soluzione degli stessi. Che si può sempre pensare di fare qualsiasi altra cosa che non sia quella obsoleta, purché si reagisca.

L’idea di fondo in Anything Else, del resto, è che Allen racconti di se stesso davanti ad uno specchio, e che Falk non sia altro che una sua acerba ed inesperta rivisitazione in lungometraggio. Dobel è la stessa persona, arrivata dal futuro, a mettere in guardia il giovane, aspirante autore comico che il sacrificio della carriera passa da cose ben più importanti e sensate di infatuazioni giovanili, circoli per bene di un’industria ricca di marcio, letti di strizzacervelli incapaci di fare il proprio lavoro.

Gli amori, le paure, le ansie, il cinismo e l’ironia dissacrante sono il ritratto dei personaggi e delle vicende di Anything Else.

Che, del resto, è il racconto della filosofia di Woody Allen.

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