High-Rise: trama e significati del film tratto da J. G. Ballard

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Proviamo ad immaginare un’intera città che si sviluppa in verticale, completamente autonoma, quasi interamente isolata dal resto del mondo, all’interno della quale una serie di eventi casuali portano i suoi abitanti a regredire allo stato primordiale fino al raggiungimento di un nuovo ordine.

La regressione umana, intesa come la de-evoluzione comportamentale della nostra specie, è una delle idee principali alla base della produzione letteraria di J. G. Ballard, forse il più grande autore britannico dell’assurdo e del surreale nel secondo novecento, nonché tema cardine del suo romanzo del 1975 dal titolo Il Condominio (High-Rise) in cui lo scrittore immagina un palazzo-città che diventa metafora della società odierna, tra odio sociale, divisioni in classi ed una facciata esterna di finto perbenismo pronta a crollare al minimo scossone. Bastano poche righe introduttive per capire che i temi sollevati dall’opera di Ballard sono oggi più che mai attuali e, infatti, dopo anni di tentativi risolti in un nulla di fatto, High-Rise è arrivato sul grande schermo nel 2016.

Dovevano essere Nicolas Roeg e Paul Mayersberg (L’Uomo Che Cadde Sulla Terra; Eureka) ad occuparsene negli anni novanta, poi fu il turno di Vincenzo Natali (Cube; Splice) nel decennio successivo, ma alla fine a firmare la regia del film è stato Ben Weathley (Kill List; Free Fire), nuova promessa del cinema britannico, su sceneggiatura della moglie Amy Jump. High-Rise è stato un film sfortunato, accolto in maniera troppo tiepida dalla critica e snobbato dal grande pubblico al punto da arrivare sul mercato italiano soltanto a metà del 2017 e direttamente in home video: uno di quei titoli di cui si parla e ci si ricorda troppo poco e che invece meriterebbero una maggiore attenzione, in ragione sia dei temi che affrontano che (soprattutto) della loro bellezza intrinseca. High-Rise: La rivolta è infatti, prima di tutto, una gioia per gli occhi e per sensi: un film in costante bilico tra art-house ed intrattenimento che fin dalle prime scene si colloca al di fuori da qualsiasi moda cinematografica del momento, immerso in un’atmosfera sospesa, onirica e dai tempi dilatati, tra dialoghi rarefatti e scenografie/costumi che rimandano agli anni settanta senza che la collocazione temporale sia mai specificata, ponendo la storia in un inquietante passato alternativo (la radio trasmetterà le parole di Margaret Thatcher nel finale) accompagnato da una delle migliori colonne sonore firmate dal geniale Clint Mansell che mai come stavolta dimostra di aver imparato le lezioni di Philip Glass. Un film che deve essere guardato in lingua originale, non per snobismo ma perché sarebbe un peccato privarsi del piacere delle performance integrali dei tre protagonisti maschili, Tom Hiddleston, Luke Evans ed un immenso Jeremy Irons, cuori pulsanti dell’opera.


La trama

Il dottor Laing (Hiddleston) è un medico che non esercita direttamente la professione, limitandosi ad insegnare all’università, che all’inizio del film si trasferisce in un enorme condominio di ultima generazione (circa duemila abitanti) in seguito alla morte della sorella. Il condominio in cui va a vivere (un complesso di cinque torri che sorgono a bordo di un lago artificiale come cinque dita di una mano, con tanto di falange piegata in avanti) ha tutte le caratteristiche di una città: nei quaranta piani della torre in cui vive Laing non c’è spazio solo per appartamenti, ma anche per centri commerciali, palestre, piscine, campi da tennis e squash, centri massaggi, saune ed ogni altro tipo di luogo ricreativo, tanto da spingere i condomini ad uscire dai suoi confini il meno possibile.

La vita nel condominio è particolare: fin da subito è chiara a Laing la divisione netta in classi sociali che avviene tra le mura del palazzo: i piani bassi (spesso al centro di disservizi) sono riservati alle classi sociali meno abbienti, i piani intermedi alla borghesia ed i piani alti alla ”nobiltà” (le classi più abbienti, che si comportano letteralmente come nobili del settecento durante le loro feste). L’inserimento di Laing nel contesto condominiale procede in maniera graduale e senza particolari intoppi: in breve tempo il giovane medico fa la conoscenza di una nutrita serie di vicini di casa, tra i quali Charlotte Melville (Sienna Miller), con la quale nasce subito una forte attrazione sessuale, il documentarista televisivo Wilder (Evans), che vive ai piani bassi con la moglie Helen (Elizabeth Moss) e i figli, il cronista televisivo Cosgrove (Peter Ferdinando), il borioso specializzando il medicina Munrow (Augustus Prew) cui Laing farà credere per scherzo di avere un tumore al cervello, spingendolo involontariamente al suicidio, e infine il geniale architetto Royal (Irons), ideatore del condominio, i cui progetti sulla carta sembrano “il diagramma inconscio di qualche evento psichico”.

I primi problemi cominciano con la comparsa dei primi blackout, che lasciano i primi piani del palazzo al buio: la tensione tra i condòmini comincia a serpeggiare e a crescere in brevissimo tempo; dopo un primo periodo di spaesamento, la condizione di buio indotto porta le persone ad un nervosismo sempre maggiore. Il malcontento è incarnato dalla figura di Wilder, che intende guidare la protesta verso i piani alti nei confronti dei quali è sempre più insofferente. È a questo punto che cominciano a manifestarsi i primi episodi di violenza, prima nei confronti degli animali (principalmente i cani) e, in seguito, tra uomo e uomo. Ormai interamente coinvolto dal blackout, il palazzo è diventato una sorta di società autonoma in coi ogni regola fondamentale del vivere civile sta crollando: in un tripudio di risse a mani nude, stupri e orge, la guerra di classe tra piani alti e bassi sta riportando progressivamente i condòmini alla condizione primordiale.

In tutto questo, Laing ha un ruolo passivo di osservatore, solo minimamente coinvolto dalle vicende sanguinose che lo circondano: chiuso nel suo appartamento, in preda a strani sogni e intento a verniciare i muri, il dottore osserva gli accadimenti precipitando lentamente in uno stato di semi-apatia, arrivando persino ad avere un rapporto sessuale con Helen (la moglie incinta dell’unico vero amico che ha trovato nel palazzo). Mentre la guerra e l’anarchia sono ormai totali, gli uomini di Royal progettano di far scatenare una “guerra tra poveri” (che nei loro piani dovrebbe portarli ad assumere il controllo di tutto il palazzo) che potrebbe avere inizio solo togliendo di mezzo Wilder, il capo della rivolta, che ha iniziato una folle scalata (sia reale che metaforica) verso l’ultimo piano, ed ora si è stabilito nell’appartamento di Charlotte (che ha ripetutamente violentato, dopo aver scoperto che la donna ha avuto un figlio con Royal).

Rapito dagli uomini di Royal che vogliono imporgli, previa minaccia di morte, di lobotomizzare Wilder (e che hanno già rapito Helen), Laing si rifiuta di eseguire l’intervento in quanto Wilder è probabilmente l’uomo più sano dell’edificio. Invitato a cena da Royal, che non vuole ucciderlo dal momento che i due hanno ancora una partita di squash in sospeso, il dottore non presta le sue cure nemmeno ad Helen (che partorisce nella stanza accanto aiutata un dipendente e dalle donne di Royal) in quanto preferisce conversare con il folle architetto: Royal ammette di aver commesso un errore nella progettazione del condominio, consistente nell’aver inserito troppi elementi (cioè troppi gruppi sociali) che hanno portato al fallimento del suo progetto iniziale, che però potrà rivelarsi un utile prototipo per eventuali “sviluppi futuri”.

Raggiunto finemente l’ultimo piano, Wilder (ormai completamente caduto in uno stato semi-animalesco) ha un confronto diretto con Royal e lo uccide con un colpo di pistola (primo colpo d’arma da fuoco in una guerra combattuta a mani nude) prima di essere a sua volta raggiunto e ucciso a coltellate dalla moglie e dalle altre donne dell’architetto. A tre mesi dal suo insediamento nel condominio, Laing è ora una sorta di monarca per i sopravvissuti della guerra: le violenze si sono risolte in un nuovo ordine, più primitivo, in cui ogni individuo è libero di essere quello che è, senza freni. Il film si chiude con Laing sulla terrazza del proprio appartamento, intento a mangiare la zampa arrostita di un cane, mentre osserva con soddisfazione l’inizio di un blackout nel palazzo accanto: una nuova rivolta è alle porte e con essa nuovi pazienti/sudditi.


I significati del film

Non deve essere facile adattare Ballard per il grande schermo: c’è riuscito magistralmente David Cronenberg con Crash negli anni novanta, mentre dalla sua autobiografia Steven Spielberg ha tratto L’impero del Sole (1987), ma in generale si contano pochissime trasposizioni dalle opere del geniale autore. Weathley riesce nel delicatissimo compito di tradurre in immagini le sue suggestioni, senza confezionare un film che spiega “a parole” ciò che accade sullo schermo: la forza di High-Rise (e forse anche la causa del suo scarso risultato commerciale) risiede infatti nel suo essere un film che attraversa i generi (si va dalla fantascienza ucronica all’horror, passando per il dramma, la satira sociale e il thriller) in cui le sensazioni reali e quelle intangibili dei sogni prevalgono in ogni momento sulla parola.

Nonostante l’atmosfera quasi perennemente onirica e la surrealtà di tutto ciò che accade (com’è possibile che un condominio possa isolarsi dal resto del mondo?), la scansione degli eventi e le manifestazioni di violenza assumono un valore simbolico e metaforico talmente chiaro da portare ad immaginare che ciò che è in scena non sia affatto assurdo ma addirittura plausibile. Forse il miglior complimento che si possa fare ad High-Rise è proprio questo: sembra vero e proprio per questo fa paura. All’interno di questo palazzo infernale, che può essere la nostra società o (come suggerisce Laing) la nostra mente, vi è un equilibrio estremamente precario, sempre pronto a saltare per dare origine al puro caos che porta con sé la distruzione e la rinascita senza dare garanzie su chi ce la farà e chi no.

Aiutato da un cast di primissimo livello e da un eccellente comparto tecnico (la fotografia è di Laurie Rose, le scenografie di Mark Tildesley), il regista e montatore regala al cinema inglese il miglior adattamento di Ballard da vent’anni a questa parte, un film in grado colpire (e anche di infastidire, a tratti) e forse non adatto a tutti i gusti, ma indubbiamente vivo dall’inizio alla fine.

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