Paradiso Perduto: il film di Alfonso Cuarón che rilegge Dickens

Probabilmente uno dei film passato più in sordina del regista messicano, anche se il risultato è una esaltazione estetica dell’amore nel senso più puro del termine. Quella purezza quasi scomparsa e di cui in molti andiamo alla ricerca e che si sa, qualcosa che rappresenta un cavallo di battaglia del regista di Città del Messico, coi suoi piani sequenza e le sue descrizioni meticolose, realizzate attraverso la fotografia ricercata del bravissimo Emmanuel Lubezki.

Prima del successo planetario con film certamente di pregio – ma forse più adatti alle grandi platee – come Gravity e l’angoscioso, profondamente distopico I figli degli uomini, Cuarón ha ricercato l’amore tramite le pulsioni giovanili. Sia che sia più onirico e romantico come in questo caso, che più lascivo e torvo come in  Y tu mamá también del 2001. Se in quest’ultimo a subire i turbamenti dell’amore sono due giovani ragazzi messicani (entrambi faranno carriera, Diego Luna e Gael García Bernal), in Paradiso Perduto un giovane Ethan Hawke. Già noto all’epoca soprattutto per due cult generazionali come Giovani, carini e disoccupati e Prima dell’alba, nell’opera vive nella calda ed appiccicosa Florida, coltivando un grandissimo talento come la pittura (con tutti i dipinti e disegni curati dal pittore Francesco Clemente, transavanguardista italiano), riuscendo così a tamponare la sua infinita timidezza.

Il ragazzo è chiaramente limitato dal piccolo villaggio di pescatori in cui vive, ma quasi per caso conosce Estella, interpretata da una figura chiave del cinema femminile degli anni ’90: Gwyneth Paltrow. All’attrice statunitense Cuarón cuce il perfetto ruolo della ragazza benestante e viziata, che vive in casa della zia, la signora Robinson di Mike Nichols, Anne Bancroft. L’attrice è superba nel ruolo della pragmatica e spietata signora Dinsmoor.

Il film è chiaramente tratto dal romanzo di Charles Dickens Grandi Speranze, praticamente un classico della produzione letteraria Vittoriana, considerato una della più grandi opere d’oltremanica e di tutta la cultura occidentale. Il romanzo di formazione dell’autore inglese, differisce in molti aspetti dalla terza opera del regista messicano, ma a conti fatti in entrambi i casi si respira quell’aria unica, condita dagli umori del giovane Finn. E Gwyneth Paltrow, che era già giunta alle luci della ribalta per il piccolo ruolo in Se7en di David Fincher e per il più commerciale Sliding Doors, sa donare al film una ineguagliabile, delicata bellezza.

La storia del ragazzo povero che aspira alla bella ed irraggiungibile ragazza ricca non è di certo una novità nel panorama cinematografico. Tra l’altro l’anno prima, con Titanic, James Cameron aveva trattato l’argomento riuscendo a portare a casa undici statuette dell’Academy, pareggiando Ben Hur di William Wyler nel record di maggior numero di statuette ottenute con un solo film. Alla fine, i due giovani condividono inevitabilmente la stessa condizione, seppur all’inizio con mezzi economici differenti, ed entrambi si precludono la predilezione del sentimento: Finn per via del suo complesso di inferiorità nei confronti di Estella, e lei perché educata dalla zia Nora a non amare, per via di una grossa delusione d’amore di quest’ultima.

I piani sequenza del regista ci fanno attraversare New York superando gli occhi di un Finn oramai andato via di casa grazie ad un oscuro benefattore, anteponendo la sua trepidazione al racconto. Le grandi imprese, in tutti i campi, si annidano nei dettagli, e pensare ad uno dei più grandi attori della storia del cinema in un ruolo minuscolo, ma che dona l’input a tutta la storia, è quasi surreale oggigiorno: invece Robert De Niro, nel ruolo di Arthur Lustig, evaso di prigione, ci riserva emozioni di puro terrore, con quella interpretazione che ricorda il dott. Frankenstein diretto da Kenneth Branagh, custodendo al tempo stesso una via di salvezza per il giovane Hawke.

La colonna sonora è nello spirito dell’opera, con grandi artisti che negli anni ’90 si sono consacrati come Tori Amos ed il compianto Chris Cornell, supportati da figure cult degli anni Settanta/Ottanta come Iggy Pop ed i Pulp.

“Ogni cosa è ciò che è… il colore del giorno, il modo in cui ti sentivi da bambino, la sensazione dell’acqua salata sulla gambe scottate dal sole… a volte l’acqua è gialla a volte è rossa, ma il colore che hai nella memoria varia con il variare dei giorni; io non racconterò questa storia com’è realmente accaduta, ma la racconterò come la ricordo”

È proprio questo il segreto delle nostre menti, che ci ricordano le vicende della nostra vita, smussando le imperfezioni ed arricchendo i ricordi felici di aneddoti che li rendono perfetti. Ed è proprio questo il maggior pregio del regista messicano: aver donato ulteriore magia ad un’opera letteraria già di per sé emozionante, arricchendola senza corromperla con altri mille ammennicoli tipica di alcuni registi che mirano a specchiarsi in se stessi. Un film da vedere assolutamente per riassaporare non soltanto i primi amori giovanili, ma anche quella voglia di rivalsa e di avventura celata a volte nel conformismo delle nostre vite.  

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