Cuphead, un videogioco differente: storia di un instant classic

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Cominciamo con una favola, e quindi al passato. C’erano una volta due fratellini canadesi di nome Chad e Jared Moldenhauer. Figli di una coppia di appassionati delle Silly Simphonies e dei Fleischer Studios, venuti su a pane e console a 16 bit in una cittadina del Canada di nome Regina. I due si promisero, non ancora compiuti i dieci anni, di sviluppare prima o poi un videogioco tutto loro. Chad, il più grande, cominciò a scrivere fiabe, e Jared, l’artista di casa, ad illustrarle la notte al fioco lume d’una lampada. Per il resto le loro giornate trascorrevano placide tra la scuola, qualche tiro a canestro e interminabili sfide a Contra, Megaman e Thunder Force.

Beh, che dire, tutti sappiamo come vanno queste cose: di fantasia in fantasia, di missione in missione, gli anni passano svelti… E così, un bel giorno, i nostri due fratellini si ritrovarono adulti, e decisero che fosse giunto il momento di provare a tradurre in realtà il loro sogno d’infanzia. Ma nelle fiabe non c’è mai, o quasi mai, nulla di semplice o di scontato. Tutto va guadagnato col sudore della fronte. All’alba del nuovo millennio fecero qualche timido esperimento di sviluppo, tentarono di vendere qualche idea, di mettere in piedi un team, ma la fortuna non arrise loro. La vita li prese quindi in consegna, dividendoli e orientandoli verso un destino ben diverso da quello immaginato. Chad finì per qualche tempo a fare il grafico in Ontario, mentre Jared decise di rimanere a Regina per occuparsi dell’attività di famiglia… Ma i sogni, quelli veri, perdono forse qualche battaglia, ma non, infine, la guerra.

Ed è qui che comincia la seconda parte della storia (quella, per intenderci, al presente indicativo). Siamo nel 2012. Chad e Jared visionano il documentario Indie Game: The Movie. Premiata al Sundance Film Festival e incentrata sullo sviluppo dei giochi indipendenti Fez, Braid e Super Meat Boy, la pellicola riavvicina i fratelli Moldenhauer al loro sogno. Il messaggio è chiaro: dalla propria scrivania, oggidì, si può creare di tutto, persino un videogame in grado di sfondare a livello internazionale. Seguono così mesi di sperimentazioni, schizzi, bozze, disegni, test di gaming… Viene coinvolta nel progetto anche Maja, la moglie di Chad, consulente finanziaria con l’hobby dell’illustrazione. Nasce lo studio MDHR e il sogno dei fratelli Moldenhauer risorge. Il mondo di Cuphead comincia a prendere forma, si definisce ogni giorno di più. Il protagonista dell’avventura è uno strampalato ragazzino con una tazza al posto della testa che, spostandosi di mondo in mondo, viene chiamato a sfidare una trentina di pittoreschi e folli nemici. Il boss finale sarà nientepopodimeno che il diavolo in persona, con cui Cuphead e suo fratello Mugman (lo conoscerete giocando in modalità coop) si sono messi nei pasticci.

Dopo alcuni rinvii che fanno temere il peggio, Cuphead esce finalmente per Xbox e PC il 29 settembre 2017. Il successo è immediato e clamoroso. I forum e i siti dedicati non parlano d’altro per mesi.

Amanti di quel gameplay arduo che richiede concentrazione massima, coordinazione fulminea e prontezza di riflessi, del run and gun e del platform rigorosamente 2d, dell’action cartoonistico e parodiante alla Metal Slug, i due fratelli sfornano un videogioco eccezionale sotto ogni punto di vista. La grafica si rifà alla cosiddetta epoca d’oro dei cartoon, gli anni ’30 del secolo scorso, e buona parte degli sfondi e dei personaggi sono interamente disegnati a mano. Quando nel 2014 viene mostrato uno shooter di Cuphead, inserito in una clip che presenta i titoli indie in arrivo per Xbox, al pubblico e alla stampa non sfugge affatto la particolarità estetica del gioco. E una cosa del genere, in effetti, non si era mai vista: la cura dei dettagli è maniacale, la caratterizzazione dei personaggi geniale. Lo shooter non dura più di cinque secondi, ma sono i  cinque secondi che cambiano la vita dei fratelli canadesi e di Maja. Abbandonati i propri lavori ed arricchito il proprio entourage di una ventina di collaboratori, i tre cominciano da quel momento a dedicarsi esclusivamente allo sviluppo del titolo. E gli sforzi e il rischio corso, va detto, vengono puntualmente premiati dall’entusiasmo mostrato dal pubblico e dalla critica all’uscita del gioco. La lunga gestazione ha portato alla realizzazione di una piccola perla low budget, i videogamers di tutto il mondo sono in visibilio, la biblica attesa è stata lautamente ricompensata.

Perché Cuphead non è solo strepitoso a vedersi, un vero e proprio spettacolo per gli occhi, ma è anche meraviglioso a giocarsi. La veste stravagante e ricercatissima da cartone animato retrò, allucinata e surrealista, un poco macabra e clownesca, coloratissima ma anche oscura e fascinosa, misteriosa, tutto sommato inquietante, non è altro che il palcoscenico su cui si realizza un’avventura divertentissima da giocare, un po’ shoot ‘em up e un po’ run and gun, ricca di perigli e di boss dagli attacchi quanto meno strampalati, di cui dovrete imparare a menadito tutti i pattern. La giocabilità è eccezionale, ottima la qualità dei controlli. Ci sono anche una manciata di livelli run and gun, sei in tutto il gioco, necessari per guadagnare le monete con cui acquistare nuove armi e skills. Per gli scontri potrete inizialmente scegliere tra due modalità, Simple e Regular. Non appena avrete terminato il gioco una prima volta sbloccherete la modalità Expert, a detta di molti pressoché impossibile da giocare.

Non fatevi trarre in inganno, infatti, dallo stile grafico favolistico: Cuphead è difficilissimo. Per darvi un’idea della complessità del gioco, sappiate che a qualche mese dalla sua uscita si stimava che solo il 7% dei giocatori l’avesse finito, che una buona percentuale l’avesse abbandonato strada facendo, e che il restante 20% stesse battagliando invano contro boss che non volevano saperne di andare al tappeto. D’altronde, “don’t deal with the Devil!”.

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