Riccardo Cocciante, Margherita: una poesia per una donna che non c’è

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La fortuna di chiamarsi Margherita ed avere qualcosa in comune con una regina e una grande astrofisica. Un nome che rimanda alla delicatezza di un piccolo fiore bianco che troviamo in qualsiasi prato e i cui petali puntualmente rimangono vittime dei dubbi sentimentali delle adolescenti di tutto il mondo.

Date queste premesse, dunque, sarebbe mai potuto sfuggire all’attenzione dei musicisti? Se cerchiamo nel vasto mare della musica colta, ecco Schubert con la Margherita all’arcolaio tratta dal Faust di Goethe, angosciata dalle promesse fatte da colui che ha venduto la propria anima al diavolo. Ma la Margherita più “popolare”, quella alla portata di un ascolto più diffuso, è una sola: nata nel 1976 dalla penna di Marco Luberti e Riccardo Cocciante, con arrangiamenti di Vangelis (ex tastierista degli Aphrodite’s child).

Quando si chiede al cantautore italo-francese chi sia questa donna dalle straordinarie virtù, la risposta è sempre una: “Non esiste […], tutte le mie canzoni sono allegoriche: io mi considero un impressionista”.

Un sospiro di sollievo per la protagonista di Bella senz’anima, insomma.

Io non posso stare fermo con le mani nelle mani
Tante cose devo fare prima che venga domani
E se lei già sta dormendo io non posso riposare
Farò in modo che al risveglio non mi possa più scordare
Perché questa lunga notte, non sia nera più del nero
Fatti grande dolce luna e riempi il cielo intero
E perché quel suo sorriso possa ritornare ancora
Splendi sole domattina come non hai fatto ancora

Contenuto nell’album Concerto per Margherita, il brano ha una storia curiosa: dopo una notte intera di lavoro, i due autori si rendono conto di essersi concentrati su tutto tranne che sul testo di una delle tracce. Pare che, sulla stregua della leggenda che circola intorno alla nascita di Nel blu dipinto di blu”, Luberti, tornato a casa, abbia sognato il famosissimo verso “Io non posso stare fermo con le mani nelle mani” e da quella prima scintilla il resto si sia riversato dalla mente alla carta quasi di getto, come un impulso incapace di essere domato. Lo stesso che ci trasmette anche la musica, curata da Cocciante con gli arrangiamenti elettronici di Vangelis – fresco di collaborazione con Claudio Baglioni per l’album E tu… – caratterizzata dal suo tipico crescendo che, nel finale, ricorda le atmosfere “invincibili” delle opere a tema epico; il pezzo ci cattura così tanto fin dal primo istante che non ci accorgiamo nemmeno del fatto che, sulla carta, un accostamento del genere possa sembrare incoerente rispetto alle immagini piene di gioia e un po’ hippie di persone che ballano per strada, dipingono le città di mille colori e tacciono per lasciare che lei canti.

Margherita è un inno di straordinaria bellezza per le immagini che la protagonista evoca con la sua sola presenza(-assenza): una su tutte, forse la più incisiva, è quella in cui viene paragonata al vento, la cui forza sa causare dolore – ma del tutto inconsapevolmente e involontariamente. È la sua natura, la stessa che la rende vicina ad una ninfa o ad una divinità a cui si donano fiori, stelle (in memoria di quel “Tu per me sei luna e stelle” con cui Gino Paoli omaggia Ornella Vanoni in Senza fine) e un riparo per dormire.

Perché Margherita è dolce, perché Margherita è vera
Perché Margherita ama, e lo fa una notte intera
Perché Margherita è un sogno, perché Margherita è il sale
Perché Margherita è il vento e non sa che può far male
Perché Margherita è tutto, ed è lei la mia pazzia

Davanti a questa canzone di solito si reagisce in due modi: subito si fa silenzio, si ascolta parola per parola la voce energica di Cocciante convincerci dell’esistenza di una persona tanto perfetta, ma nel momento in cui il crescendo diventa sempre più evidente ci si lascia coinvolgere e ci si unisce al finale in fortissimo.

Chiunque Margherita sia (o non sia), quindi, ne siamo un po’ tutti innamorati.

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