L’Amica Geniale: la serie che ha riportato l’Italia a Hollywood

“Che orgoglio, ma ci pensi? In America, in questo preciso istante, stanno tutti a guardare un film in italiano… in napoletano, addirittura!”

Sarebbe interessante capire a partire da quale anno abbiamo iniziato a stupirci che a Hollywood abbiano un occhio di riguardo per il cinema italiano. Fino a qualche decennio fa, sembrerà strano alle nuove generazioni, ma – udite, udite – era la normalità. Il mio professore di Storia e critica del cinema diceva sempre: “il cinema è nato in Francia, ma ha mosso i suoi primi passi in Italia; gli Stati Uniti sono la bella donna con cui alla fine è convolato a nozze, da adulto e disilluso: ma il primo vero e unico amore è stato Torino.” E c’è da credergli.

I primi kolossal storici sono italiani; le gesta eroiche dei condottieri romani e le battaglie delle divinità, sempre italiani. I set, gli studi, gli effetti speciali, le grandi produzioni: tutto italiano.

La serie di Saverio Costanzo non c’entra niente con tutto questo, ma ha un merito: nel continente nuovo si sono ricordati di noi, dopo un bel po’. Certo, negli ultimi anni non siamo passati indifferenti. Salvatores, Tornatore, Benigni, Sorrentino e tanti altri, magari anche un po’ più nell’ombra.

C’è stato un periodo, però, in cui le strade erano tappezzate di star nostrane, esattamente come oggi i grattacieli newyorkesi vestono il volto di Lila e Lenù. Sto parlando dei Premi Oscar di cui abbiamo fatto incetta dagli anni ’40 ai ’70, ovviamente di De Sica e Fellini, di Sofia Loren e Germi. Ma anche Di Troisi, Mastroianni, Eduardo De Filippo, Ettore Scola, Monica Vitti, Antonioni, Bertolucci, Petri, Monicelli, Anna Magnani. Insomma, la lista sarebbe lunga e variegata.

E L’amica geniale assomiglia a tutto questo. Scontato ma vero il parallelismo immediato con il neorealismo, fatto di emozioni viscerali e paesaggi desolati, come il rione isolato nell’irrealtà sconfinata di una Napoli ancora polverosa e lontana dall’idea di metropoli che sarebbe diventata.

Così come la recitazione degli attori, sapientemente guidata dal regista, che fa venire fuori una disperazione che implode degna del migliore Lamberto Maggiorani in Ladri di biciclette. E la similitudine potrebbe continuare, sulla stessa onda, proprio con “il piccolo Bruno”, ossia Enzo Staiola, con lo sguardo incollato alla rabbia del padre come ladro a sua volta di emozioni, che tanto assomiglia agli occhi magnetici di Ludovica Nasti, scuri di un’intensità talmente profonda che non può essere definita diversamente da quello che appare evidente proprio a tutti: arte allo stato puro.

Se n’è accorta anche la puteolana per eccellenza, Sofia Loren, che in una lettera alla piccola attrice scrive “mi ha commossa.”

Come darle torto. Ha commosso tutti.

E la regia non è da meno. Costanzo accarezza le immagini con inquadrature delicate, senza grande spettacolarizzazione né virtuosismi particolari. Sequenze leggere e controcampi puntuali, niente ralenti, grandi zoom o tagli strani. Accompagna le emozioni degli attori, in una narrazione di pancia che colpisce e lascia senza fiato come un pugno inaspettato.

La naturalezza la fa da padrona, a braccetto con la ricostruzione piacevole di un’ambientazione fuori dal tempo: in quel rione abbiamo abitato tutti, perché potrebbe rappresentare senza grandi forzature l’anticamera dell’infanzia di ognuno di noi.

La cattiveria malinconica di Lila, nutrita dalla frustrazione dei genitori, fa da contraltare all’ingenuità fortunata di Lenù, che per quanto contrastata dalla madre almeno ha la fortuna di avere un padre che crede in lei. Ogni personaggio è approfondito dal punto di vista psicologico quanto basta, e stiamo solo alla seconda puntata.

Inevitabile il ponte con l’autrice dei romanzi, Elena Ferrante, di cui nessuno ancora conosce la vera identità. Un po’ come la vera personalità delle due piccole protagoniste di questa serie tv che, nascosta tra le pieghe delle loro storie disperate, lentamente emergerà negli altri sei episodi che, per il momento, ci aspettano. Magari poi deludono, chi può saperlo. Certo è che i presupposti per un capolavoro ci sono tutti… ne riparleremo a stagione finita.

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