Il cerchio che si chiude: 8 volte Subsonica

«”Subsonica”? E che vuol dire?»

«Vuoi la risposta seria o quella strana?»

«Strana. Ma fai il serio.»

«Va bene. Samuel propose “Sonica”, Max “Subacqueo”. Erano brutti entrambi, ma insieme ha funzionato.»

«Ok, ma che vuol dire?»

«Non lo so. Per quanto mi riguarda, però, ha a che fare con il suono. È un “sottosuono”, fatto di suggestioni elettroniche che, nel primo omonimo Subsonica, riprendono gli esperimenti effettistici dei primi Chemical Brothers fino a contaminarsi con il rock psichedelico dei Talking Heads, poi tutti d’accordo con Microchip emozionale, la conferma con Amorematico, la risposta alle accuse di poca confidenza con gli strumenti “veri” con Terrestre, il ritorno alla commistione elettrica con L’eclissi, l’esperienza del concept con Eden, la scoperta dell’elettro-pop, senza mai rinunciare al fascino rockettaro anche se più rarefatto, con Una nave in una foresta, fino a… »

«L’ultimo album. Otto

«Esatto. Otto perché è l’ottavo. Come Otto e mezzo, solo che in quel caso Fellini, indeciso e meta-letterario, il film l’aveva considerato “mezzo”; i Subsonica invece, convinti e autoreferenziali, lo considerano “otto”: lo mettono in discografia pieno, e fanno bene. Le sonorità sono di nuovo “subsoniche”, più distanti dal pop di alcuni pezzi dell’album precedente e più ispirati alle origini.

Otto parte con Jolly Roger, ripartendo in realtà direttamente dagli anni ’90, innalzando la bandiera della morte che non riesce a rinunciare alla grinta dell’adolescenza, gridando soddisfatti che però “adesso siamo qui”, chiudendo il cerchio disegnato dall’otto che riunisce passato e futuro, curvando per le spire di un presente che li ha divisi in progetti individuali ma ritrovati con lo stesso vigore delle corde picchiate da Vicio, puntando ora all’infinito.

Continua con L’incubo, fortemente vicina alle sonorità elettro-funk del primo album, costruita sulla paura dell’ignoto che il desiderio di restare ancorati alle nostre certezze ci trasmette inesorabilmente. La strofa, inoltre, è rinforzata dalle rime di Willie Peyote, nuova anche se già affermata speranza del rap torinese.

«Dubbi e sogni adolescenziali che crescono, insieme al disco, attraverso le incertezze dell’età adulta, quindi.»

«Vero, e anche dentro un suono nuovo, più maturo anche se orgogliosamente non manca di strizzare l’occhio al passato. Ed è proprio il caso di Punto critico che, su stessa ammissione dei Subsonica, “se Microchip emozionale uscisse oggi, conterrebbe con tutta probabilità sonorità come queste”. Per quanto riguarda il testo siamo alla coscienza sociale, all’ammissione di un’identità completamente affermata e antitetica alla realtà di oggi, sintetizzata in quegli “anni senza titolo” che bene rendono l’idea di una deriva spersonalizzante, cifra stilistica dei tempi difficili che viviamo.

Fenice invece risorge dalle ceneri, come la mitologia c’insegna. È una figura simbolica fortemente ancorata alle problematiche del XI secolo, dai luoghi di lavoro fino alle mura domestiche passando per le Università, individuabile in una qualsiasi personalità dominante che, sempre meno di rado, infestano le nostre esistenze e da cui dobbiamo solo fuggire, imparando a risorgere ogni volta.»

«Interessante. Quindi, da quello che mi stai dicendo, di commerciale niente. Cosa che non mi dispiace, anzi.»

«Beh, non è proprio vero. Qualcosina c’è, anche se parlare di “commerciale” con i Subsonica è sempre un confine insidioso: niente di studiato a tavolino, piuttosto semplicemente più “orecchiabile”. Stiamo parlando di Respirare, con vaghissime influenze anni ’80 (Lucio Battisti e Loredana Bertè su tutti) e Bottiglie rotte, hit di lancio anche se con riferimenti al rock psichedelico di David Byrne.»

«E poi, e poi, e poi?!?»

«Ti sto incuriosendo, eh? E poi Le onde, pianoforte e melodia di Boosta con ampie aperture elettroniche ad arricchire la suggestione di un pezzo che parla della morte di un amico carissimo, collega fraterno dei Subsonica: Carlo Rossi, produttore e punto di riferimento della musica d’avanguardia e non solo della scena torinese. L’augurio di un buon viaggio, in una nuova dimensione. Magari “tra il tempo e le sue onde”.

Dopo le pulsazioni iniziali, tra il groove elettronico di Punto critico e gli echi di Colpo di pistola riscontrabili in Fenice, s’arriva al lato più delicato di Otto che con L’incredibile performance di un uomo morto e Nuove Radici, rallenta il ritmo in previsione del pogo live che farà stramazzare al suolo per la stanchezza i fan e a cui bisogna dare in pasto un lento, ogni tanto, per non portarsi nessuno sulla coscienza di ritorno a casa.

Interessante in particolare il punto di vista di Nuove Radici che pone l’accento sui cosiddetti “contadini 2.0”, giovani che spesso, pur avendo studiato, decidono di mettersi a lavorare la terra. Con nuova consapevolezza e un futuro da sperimentare.

Per finire, Cieli in fiamme e La bontà che, insieme a Respirare e L’incubo portano nel testo la firma di Samuel, più presente nella scrittura rispetto agli altri album forse anche in seguito al coraggio derivato dalla sua appena provata esperienza da solita con il suo Codice della bellezza. La penultima traccia è potente, suonata quasi in chiave “demonologyca” (per citare anche il gruppo parallelo di Max e Ninja) con incursioni elettroniche di Boosta e pennate violente di Vicio; l’ultima, invece, contrappone alla dolcezza della melodia un arrangiamento quasi dubstep, da ballare sotto cassa con i bassi che fendono la carne fino ad arrivare a pulsare nelle vene.»

«Insomma, ti è piaciuto.»

«Si capisce così tanto?»

«Così tanto.»

«Niente, niente, niente che non va?»

«E va bene, una cosa c’è: dopo la scoperta clamorosa della ghost track di Eden – che prendeva per il naso i complottisti che accusavano Samuel & Co. di satanismo – io ormai ci resto male se l’album finisce con l’ultimo pezzo e basta. Ma va bene. Me ne farò una ragione.»

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