E Morì con un Felafel in Mano: quando la follia diventa cinema

Quando si parla dell’opera letteraria E Morì con un Felafel in Mano di John Birmingham, da cui il regista Richard Lowenstein pesca a piene mani, quello a cui si è indotti a pensare è un’intera conversazione, surreale e sotto effetto di droghe pesanti. Un flashback continuo di esperienze vissute in quasi cinquanta appartamenti da parte del protagonista Danny alias Noah Taylor, che nonostante ora sia abbastanza conosciuto, si è sempre ritagliato interpretazioni anche in passato, con film considerati di nicchia: nei primi anni Duemila aveva all’attivo già collaborazioni importanti ad Hollywood, piccoli ruoli in Lara Croft: Tomb Raider di Simon West e in Quasi Famosi di Cameron Crowe.

L’avventura parte dalla quarantasettesima abitazione dove il nostro Danny, ossessionato da Jack  Kerouac, spera di pubblicare il suo romanzo “pornografico” su Penthouse, così da pagare gli affitti arretrati ed evitare di essere buttato fuori di casa. Sta inoltre cercando di sopperire alla recente rottura con la donna che aveva amato e idealizzato come la migliore possibile. C’è da riconoscere al regista di Melbourne che non deve essere per nulla stato facile mettere in scena farneticazioni di ogni tipo, pensieri repressi ed addirittura riti pagani contro il patriarcato, discorsi filosofici che sfiorano soltanto la complessità, scrittori russi e rivoluzione Bolscevica, trentenni australiani estraniati da un mondo in cui si intravedeva già la pragmaticità del futuro meno “Easy” che sarebbe giunto.

Qualcun altro ha tentato un esperimento simile, in salsa più europea: con Il condominio dei cuori infranti Samuel Benchetrit è riuscito, in modo meno esagitato, a mettere in scena un intero condominio della periferia francese, dal sapore visionario e romantico, con un’ottima cricca di attori che spaziano dalla magnifica Isabelle Huppert a Valeria Bruni Tedeschi, e con un insolito personaggio, letteralmente allunato, come Michael Pitt. Quello che accomuna entrambe le pellicole, oltre che ai pregi sopracitati, è un’insolita, sfacciata sincerità, di quelle che nella vita reale percepiamo sempre di più con minore intensità: assaporiamo appieno le varie sfaccettature della diversità umana in un mondo che è diventato una produzione non soltanto di oggetti, ma anche di esseri “in serie”. L’emblema delle persone che si sono affidate agli ideali, all’arte e ad un certo tipo di musica, quasi ad omaggiare la rivoluzione culturale e sessuale degli anni Sessanta, ma che non ha portato poi ad un mondo più alla portata di tutti.

Tutte queste considerazioni partono dal cultore assoluto della tintarella albina, il povero Flip (Brett Stewart), colpevole di aver condotto una vita con la passione per le droghe e che avrebbe solo voluto gustarsi quel dannato felafel davanti alla televisione, senza sospettare minimamente che non sarebbe arrivato a concludere il pasto. Un film così apparentemente sgangherato non poteva che avere una colonna sonora degna, con brani che spaziano da Ennio Morricone ai The Stranglers, strizzando l’occhio anche ad un musicista che possiede un’aria quasi mistica come Nick Cave e con una chicca di un gruppo nato solo per un album con lo pseudonimo di Passengers, capitanati da Brian Eno.

E poi ci sono gli U2 di Miss Sarajevo, cornice perfetta alle delusioni d’amore che Sam confessa a Danny, che poveraccio tenta di scampare senza successo agli ispettori delle tasse, riuscendo anche con un discreto successo ad ingannarli, spacciandosi prima per il musicista britannico Billy Bragg ed in seguito puntando altissimo con Dostoevskij. E se consideriamo che lui aveva avuto a che fare con bancari attempati, cultori della tintarella albina, pippatori di gas esilarante, patetiche attricette nevrasteniche, ciucciatori d’acido, coltivatori di funghi allucinogeni, bazzicatori di postriboli, ciccioni telematici, integraliste del separatismo lesbico, giapponesine ermetiche in tenuta tigrate di merda… beh, un pelino di incazzatura la avremmo avuta tutti.

felafel

In tutto questo tirare a campare con una vena intrinseca di escherismo, si possono trarre certamente delle conclusioni serie, dall’approccio alla esistenza così volubile e spesso priva di significato, alle piccole grandi ambizioni della vita di ognuno. In sintesi una esplorazione approfondita all’interno dell’insania, stimolata continuamente da personaggi tipicamente naïf, ma allo stesso tempo seducenti. Come non fare amicizia con questo genere di soggetti? Un rimedio efficace al tedio e ad i giorni sempre uguali, proprio quello che voleva evitarci uno dei maggiori poeti del Novecento, un certo Pablo Neruda.

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