Once (Una Volta): dentro il film di Falling Slowly e Markéta Irglová

Vi siete mai chiesti dopo The Commitments e l’esperimento della band che aveva infiammato le periferie di Dublino, che fine abbiano fatto i vari componenti? In realtà Roddy Doyle (autore del racconto che ispirò il film di Alan Parker) nel 2013 è arrivato a redigere il quarto capitolo della cosiddetta “Trilogia di Barrytown”, che comprendeva le vicende della famiglia Rabbitte trasposte cinematograficamente anche da Stephen Frears.

Vi ricordate quel rosso chitarrista che si esibiva insieme al suo inseparabile amico Derek Scully presso Grafton Street? Perché è proprio di lui che andremo a parlare: un vero “Irish busker” come non se ne vedono più. Glen Hansard, un dublinese doc che lascia la scuola a soli tredici anni per dedicarsi alla sua grande passione, la musica. Nel Novanta fonda la band a cui è ancora molto legato, i “The Frames” e con loro incide ben sei album. Ironia della sorte, però, quello che lo farà conoscere al di fuori dei confini della sua amata isola sarà un piccolo ruolo proprio nel film di Alan Parker, che nel novantuno lo sceglie per interpretare un musicista di una sgangherata band soul nei sobborghi della capitale irlandese.

La vita però, come spesso accade, può rivelare ritorni imprevisti e piacevoli sorprese. Proprio nel 2006 l’ex bassista della band di Hansard, John Carney, decide di creare un lungometraggio con una storia semplice ma ben rifinita e pensa subito alle musiche del suo amico Glen, all’inizio senza coinvolgerlo più di tanto. Infatti in principio il regista irlandese pensa di affidare il ruolo principale a Cillian Murphy, attore che, come ogni buon irlandese che si rispetti, ha una passione innata per la musica, tanto da arrivare ad un passo dal contratto discografico prima di diventare attore. Murphy rifiuta di recitare in Once, sia per la necessità di dover interpretare brani con consueti cambi di ottava, quindi inadatti alla sua voce, sia per non dover recitare accanto ad una “improvvisata”, seppur grande musicista come Markéta Irglová. Così la scelta finale risulta quasi obbligata e ricade su Hansard, che a dire il vero non ne è entusiasta, anche perché la sua unica esperienza cinematografica risale ai primi anni Novanta e non si ritiene capace di reggere un così tanto gravoso impegno. Alla fine le rassicurazioni del vecchio amico, e la promessa di partecipare appieno in tutti le fasi del processo creativo, lo convincono ad accettare.

Il film girato in poco più di due settimane e per le varie abitazioni di alcuni amici del  cast e del regista (tra cui anche la casa di Hansard, dove la mamma Catherine fa un piccolo cameo) è stato girato con il teleobiettivo ,non avendo le autorizzazioni necessarie per riprendere in strada e per non ricevere eventuali proteste da parte dei passanti. Una scena da tenere a mente è quando Glen raccatta per strada altri musicisti intenti a suonare Whisky in the jar accanto alla statua dell’eroico Phil Lynott. Con queste premesse il budget si è rivelato molto limitato, supportato dalla sovvenzione da parte dell’Istituto cinematografico nazionale irlandese e dai risparmi dello stesso Carney.

Descritto da Steven Spielberg come film ispiratore, è una di quelle opere che ovviamente fa immedesimare lo spettatore con le vicende dei protagonisti, in una Dublino dai colori plumbei ed a volte pastello. Complice anche la fotografia non proprio “pulita”, ma intenzionalmente povera, ci illustra le semplicità di vite e situazioni comuni, ma non per questo prive di quella magia, riservata dalla speranza e dalla sperimentazione della fuga. A dire il vero, come spesso capita con i film di nicchia, in Italia è stato distribuito con qualche anno di ritardo, sino a quando la Sacher film di Nanni Moretti ha deciso di acquisirne i diritti. Applauditissimo al Torino film festival e vincitore al Sundance del premio del pubblico, è riuscito a ritagliarsi anche un premio Oscar come miglior canzone, Falling Slowly.

Se pensate che il film è costato centocinquantamila dollari, e ne ha incassato quasi venti milioni solo negli Stati Uniti, si comprende appieno come la pellicola abbia colpito a fondo il cuore degli spettatori, diventando già un piccolo cult. Film ovviamente supportato  dall’album del duo Hansard/Irglová dal titolo Swell Season, come il nome della band, e tratto dall’omonima raccolta di racconti dello scrittore ceco Josef Škvorecký. La pellicola, anche se a tratti potrebbe far pensare ad una sorta di musical, riflette più una vena documentaristica, dove la storia, grazie alla musica, traccia il percorso emotivo dei due protagonisti, che grazie a questo interesse in comune si incontrano, ma in fondo è come se si ritrovassero, essendo spiriti affini. Il finale, neanche a dirlo, regala un’ulteriore conferma che l’arte, di qualsiasi genere sia, principalmente si costruisce con le idee, non con il budget, e Carney ha saputo sfruttare al meglio le poche risorse a sua disposizione, confezionando una piccola perla nel panorama cinematografico contemporaneo.

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