La storia dei The Dream Syndicate, i Velvet Underground degli anni ottanta

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La storia del rock a volte sa essere anche ingiusta, come succede ad esempio quando alcune band eccellenti appaiono sulla scena e scompaiono poco dopo senza lasciare particolari tracce se non tra la critica e i colleghi. Il caso dei The Dream Syndicate è in questo senso emblematico: quella che comincia ora è la storia di un gruppo che meritava molto più di ciò che ha avuto e che oggi più che mai merita di essere riscoperto.

La storia dei Dream Syndicate comincia a Davis, California, tra la fine degli anni settanta e l’inizio del decennio successivo, quando due amici e colleghi di università decidono di iniziare a suonare insieme: si tratta di Steve Wynn (chitarra e voce), Kendra Smith (basso e voce) che insieme a Russ Tolman e Gavin Blair (futuri membri dei True West) fondano i The Suspects, la prima band new wave della zona. In seguito a quell’esperienza Wynn comincia a militare in diversi gruppi musicali finché nel 1981 (dopo aver inciso un singolo con una band chiamata 15 Minutes) conosce il chitarrista Karl Precoda, con il quale decide di dar vita ad un nuovo gruppo cui partecipano anche Kendra Smith e il batterista Dennis Duck. Scelto il nome The Dream Syndicate in omaggio all’ensamble musicale newyorkese formata tra gli altri da LaMonte Young, John Cale e Tony Conrad a metà anni ’60, il gruppo esordisce live il 23 febbraio 1982 ed incide un Ep autotitolato di quattro tracce subito dopo, sotto la produzione di Paul B. Cutler (futuro membro della band).

Quello che distingue i Dream Syndicate dal resto dei gruppi new wave attivi in quel periodo è la loro attitudine musicale. Principali esponenti del Paisley Underground (un sottogenere piuttosto popolare nella California dei primi anni ottanta, che mescola tra gli altri la neo-psichedelia e il garage rock) i Dream Syndicate sono quanto di più lontano si possa immaginare dalla tipica rock band di quel decennio: fortemente debitori dello stile dei Velvet Underground (Wynn renderà numerosi omaggi a Lou Reed lungo tutto il corso della sua carriera solista), di Neil Young e dei Television, i quattro giovani musicisti hanno l’obiettivo ambiziosissimo di riportare in auge la psichedelia, l’improvvisazione e il rock chitarristico eliminando l’attitudine punk degli anni precedenti e ricollegandosi direttamente al sound delle band più sperimentali di fine anni sessanta, ma con un’energia tutta nuova e con il solo ausilio di due chitarre, un basso e una batteria. Dimenticate il synth-pop e le drum machine: i Dream Syndicate sono in tutt’altro campo da gioco e campionato.

Il primo disco della band si intitola The Days of Wine and Roses, esce nell’ottobre del 1982 ed è il loro capolavoro: la stampa specializzata non ha paura di sbilanciarsi e lo definisce “un disco dei Velvet Underground non scritto da Lou Reed” e se l’affermazione può creare un po’ di scetticismo all’inizio basta un primo ascolto per capire che quelle parole non sono buttate a caso: la venerazione di Wynn per Lou Reed è evidente già dal titolo del disco (che richiama la splendida Sweet Jane) ma quello che colpisce fin da subito è che non ci si trova di fronte ad un’imitazione/parodia senza personalità, ma ad un disco solidissimo in cui nessuna delle nove canzoni è sotto tono rispetto alle altre e non c’è neanche un momento morto. Brani come Tell me when it’s over, Halloween (una ballata splendida), When you smile, Too little too late (con la splendida voce di Kendra Smith) e la title track sembrano uscire direttamente da una sessione perduta di Reed e soci, ma c’è spazio anche per brani che ricordano la furia degli Stooges, come Definitely Clean e Then she remembers, per il blues stralunato e psichedelico di Until lately e per l’ottima That’s what you always say, che parte con un giro di basso killer ad opera di Smith su cui si innestano prima la batteria e poi gli splendidi duelli chitarristici di Wynn e Precoda (musicista eccezionale, sparito troppo presto dai radar).

L’aspetto migliore di tutto questo è che, trovandoci nel 1982 e non più nel 1967, i progressi delle tecniche di registrazione hanno fatto sì che il suono dell’album sia praticamente perfetto, regalando la gloria meritata ai feedback, alle distorisioni e alla violenza sonora del gruppo. The Days of Wine and Roses non passa del tutto inosservato, vende bene e riceve recensioni entusiastiche, ma non riesce a sfondare del tutto. I Dream Syndicate passano il 1983 ad esibirsi in apertura dei concerti di gruppi come R.E.M. e U2 e l’anno dopo decidono che è tempo di riprovarci, questa volta con un album prodotto col preciso obiettivo di vendere ed ottenere un grande successo.

Medicine Show, prodotto dal veterano Sandy Pearlman, esce nel 1984 ed è un album molto diverso dal fratello maggiore: Kendra Smith ha lasciato il gruppo per fondare i semi sconosciuti Opal e al suo posto è arrivato il nuovo bassista Dave Provost. Nel disco, come nelle performance live della band, viene inoltre aggiunto il piano (suonato da Tom Zvoncheck), totalmente assente nell’altro album. Rispetto al precedente il nuovo lavoro risulta (almeno nelle versioni in studio dei brani) più impostato e meno spontaneo, con la chitarra di Precoda e i suoi feedback selvaggi tenuti maggiormente a freno, ma quello che viene persk in spontaneità è recuperato nella qualità degli otto brani, tutti eccellenti, che rappresentano l’apice compositivo e di scrittura dei testi di Wynn: ancora oggi è difficile capire come mai canzoni come Still holding on to you, Burn, Armed with an empty gun, Bullet with my name on it e la stupenda Merrittville non siano diventati classici conosciuti ed amati da tutti. Quello che è certo è che negli anni seguenti parecchi musicisti hanno preso spunto a piene mani da questo gioiello di album.

Le tante aspettative generate dalla produzione di Medicine Show e la delusione per le vendite non esaltanti del disco (ma comunque migliori rispetto all’album d’esordio) generano malumori nella band, che dopo un po’ di tempo portano all’addio al gruppo di Prevost e di Precoda, quest’ultimo ritiratosi dalla scena musicale in generale. Dopo un anno di pausa di riflessione, Wynn ingaggia Paul Cutler (il produttore del loro Ep d’esordio) come nuovo chitarrista del gruppo mentre al basso arriva Mark Walton, che si era già unito ai Dream Syndicate in passato durante le loro performance live.

Questa versione rinnovata del gruppo dà alle stampe nel 1986 un terzo album dal titolo Out of the Grey, prodotto dallo stesso Cutler. Pur essendo un validissimo disco di alternative rock, Out of the Grey non raggiunge le vette degli album eccellenti che lo hanno preceduto, sia per la mancanza dei virtuosismi alla chitarra di Precoda (la vera spina dorsale dei primi Dream Syndicate) che per via di uno Steve Wynn leggermente meno ispirato nel songwriting rispetto al passato, con brani a tratti davvero molto buoni come la title track (che sarà anche il primo videoclip della band), 50 in a 25 zone e Boston. Sul versante live invece la band si è sempre mantenuta a livelli altissimi, sia in termini di qualità (come dimostrano sia gli ottimi This is not the new Dream Syndicate album… Live! e Live at Raji’s, che le numerose registrazioni bootleg dell’epoca) che di quantità, con tour che hanno toccato tutto il nord America e, a partire dal 1984 anche l’Europa e l’Italia.

Nel 1988 viene pubblicato Ghost Stories, l’album dell’addio. Più cupo e migliore rispetto al precedente (c’è spazio anche per un’ottima rilettura del classico See that my grave is kept clean di Blind Lemon Jefferson) il quarto album dei Dream Syndicate, prodotto da Elliot Mazer e pubblicato dalla Enigma Records vede il ritorno del piano, suonato da Chris Cacavas, ed è arricchito da numerose backing vocals e da alcune chitarre aggiuntive. Un ottimo addio prima dell’inizio della carriera solista di Steve Wynn.

Dopo lo scioglimento del gruppo nel 1989, Wynn comincia a lavorare sia per conto proprio che con altri musicisti e band. Nel corso degli anni pubblica oltre venticinque album, i migliori dei quali sono il disco d’esordio Kerosene Man (1990), l’ottimo Melting in the Dark (1995) e il doppio Here come the Miracles (2001). Nel 2012 arriva a sorpresa la reunion dei Dream Syndicate, col chitarrista Jason Victor (che collaborava da tempo con Wynn nella band Miracle 3) che sostituisce Cutler. Dopo numerosi concerti, tra cui diverse date in Italia, nel 2017 arriva anche il quinto album in studio del gruppo dal titolo How did I found myself here?

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare di una reunion fuori tempo massimo, il nuovo album dei Dream Syndicate è forse il più interessante dai tempi di Medicine Show: naturalmente era inutile aspettarsi qualcosa di innovativo da un gruppo nato trentacinque anni prima, ma il songwriting di Wynn è di ottimo livello, così come le esecuzioni dei suoi colleghi (menzione speciale per Victor, che specialmente nei live non fa rimpiangere i fasti di Karl Precoda), in attesa di scoprire se la storia dei Dream Syndicate ha ancora dei nuovi capitoli in arrivo.

Di The Days of Wine and Roses (che ha una splendida copertina minimalista, con un rettangolo azzurro su fondo bianco al lato sinistro dell’immagine) sono disponibili due ottime ristampe su cd: una del 2001 pubblicata dalla Rhino Records che contiene otto bonus track (l’intero lp d’esordio, le due traccie del singolo dei 15 Minutes e due demo) e una del 2015 a cura di Omnivore con cinque demo inedite.

Di Medicine Show è disponibile una ristampa che contiene anche l’Ep live This is not the new Dream Syndicate album… Live!

Di Out of the Grey esiste una ristampa del 1997 con cinque bonus track, prevalentemente cover (tra cui Cinnamon Girl di Neil Young), mentre di Ghost Stories esiste un’edizione con otto brani aggiuntivi registrati live per uno show radiofonico.

Sul versante live è da segnalare The Days Before Wine and Roses, che contiene vecchie registrazioni live del gruppo

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