Il Vento che Accarezza l’Erba: la rivoluzione irlandese secondo Ken Loach

Quello che colpisce della diciannovesima pellicola del sempreverde Ken Loach sono anche le sensazioni, gli umori che quel film ha instaurato in altri popoli europei durante la distribuzione nelle sale. Nel 2006, in Italia, anche se con giudizi abbastanza positivi, prevalse un impulso anti-ideologico, come se il “nervo” del nostro popolo si fosse talmente sopito da addirittura criticare chi insisteva su fatti passati, ma che tutt’ora purtroppo si fanno sentire.

A tutti questi illustri signori sarebbe bastato leggere Un giorno della mia vita, diario tenuto dall’attivista irlandese (diventato poi parlamentare) Bobby Sands. In seguito venuto a mancare in carcere perché nell’epoca moderna (e sotto il governo della distruttrice dello stato sociale Margaret Thatcher) ancora si può morire di fame in una “Struttura” come poteva essere l’inferno del carcere di Long Kesh. Ci sarebbero centinaia di storie simili, portate al cinema anche da Jim Sheridan e Neil Jordan, ma è doveroso soffermarci sulle origini dell’indipendenza irlandese vista da un inglese doc come il regista del Warwickshire.

Il titolo originale è The wind that shakes the barley (“Il vento che scuote l’orzo”), un verso tratto dagli scritti del poeta irlandese Robert Dwyer Joyce che recitano:

“Arduo era per le parole di dolore prender forma, spezzare i legami che ci vincolano. Ma ancor più arduo sopportar l’onta delle catene straniere che ci legano. E così dissi: la valle nella montagna cercherò al mattino presto per aggiungermi ai coraggiosi uomini uniti, mentre dolci venti scuotono l’orzo“.

La pellicola è stata quasi interamente girata a Cúil Aodha, nella contea di Cork, ed annovera nel cast attori di buon livello, tra cui spicca Cillian Murphy, da anni nel giro di Hollywood  oltre che star della serie ambientata nel primo dopoguerra Peaky Blinders. Con intransigenza e immune da comodi paragoni, il vecchio Ken confeziona un ritratto veritiero e tormentato di quei rivoluzionari irlandesi che in seguito al trattato di pace con la Gran Bretagna decisero di non deporre le armi, costretti ad indirizzarle ad amici e parenti.

“Mi auguro che questa pellicola faccia ritornare l’Inghilterra agli anni dell’imperialismo, perché raccontare la verità sul passato è vitale per comprendere meglio il presente”. Queste sono state le parole del regista quando è riuscito a strappare a Pedro Almodóvar la Palma d’oro al cinquantanovesimo festival di Cannes, un premio più che meritato per una carriera infinita come la sua. Ken infatti si è di continuo battuto per il suo progetto artistico, da sempre schierato dalla parte delle fasce più deboli della società: di queste ci ha raccontato alcune tra le piaghe più dolenti dello scorso secolo, con film che risultano come pugni nello stomaco ad una società perbenista ed ipocrita. In questo conflitto che si protrasse prima con la guerra d’indipendenza (1919-1921) e poi con la conseguente guerra civile (1922-1923), persero la vita in molti, molto spesso neanche maggiorenni. Uomini che si batterono contro l’oppressione britannica, imposta con una spirale di violenza inaudita. Il gruppo paramilitare che si occupava della resistenza irlandese, ed istituito dallo stesso Churchill (all’epoca Segretario di Stato per la guerra), portava il nome di “Black and tans”, letteralmente i “Neri”, per via del colore delle uniformi. Grazie alla loro brutale ed immotivata violenza, si guadagnarono addirittura un plauso dal ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels, che voleva produrre un film sull’argomento.

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Le sofferenze di un intero popolo sono setacciate attraverso le vicende di due fratelli, Teddy e Damien, prima uniti nella guerriglia fino alla dichiarazione d’indipendenza del 21′, poi divisi da accordi di pace definiti da Damien inaccettabili, dato che tagliavano fuori dalla futura Repubblica irlandese tutto l’Ulster. Di conseguenza non si sarebbe realizzata la svolta decisiva che si augurava la maggior parte della popolazione. Questo fu tema di dibattito e scontro anche tra il futuro presidente della Repubblica Éamon de Valera e il futuro Ministro delle finanze Michael Collins, di cui Neil Jordan nel 96’ parlerà ampiamente, con due grandi attori come Liam Neeson e Alan Rickman.

Teddy a differenza del fratello, credeva che per il momento il trattato stipulato con gli inglesi dovesse bastare, rappresentando quella fetta d’Irlanda che credeva si dovesse ottenere a piccoli passi la definitiva liberazione, percorrendo un periodo di passaggio all’insegna del compromesso. Un obiettivo comune, diviso però sul metodo di come conseguirlo, un vento che percuote il manto erboso dell’isola di smeraldo, regalandoci percezioni che prevaricano lo schermo rimanendo impresse negli occhi di chi guarda.

Ancora una volta Ken Loach, grazie anche alla magnifica sceneggiatura del collaboratore di sempre Paul Laverty, butta nel cestino le accuse in patria di essere accomondate verso i presunti terroristi, catturando il significato di cosa può rappresentare un ideale, ma anche l’avventatezza della gioventù, l’amore per la libertà e la crudezza del conflitto. Una lacerazione necessaria sul cammino per la democrazia.

 

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