L’Arancia Meccanica di Anthony Burgess e il “nadsat”, il linguaggio dei Drughi

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Ritmo. La parola chiave del romanzo feticcio di Anthony Burgess è ritmo. Un ritmo incalzante, su cui si costruisce una narrazione violenta, lisergica, rapida, senza soluzione di continuità. Ritmico è il succedersi degli eventi, trascinati vertiginosamente di pagina in pagina dal burattinaio di Manchester, agili, scattanti, in qualche misura generazionali. Ritmico è il linguaggio, un martello che batte e incalza, non pondera mai, ma violenta la pagina, avanza come un dio pagano e reietto di neologismo in neologismo, di mottata in mottata, di eccesso in eccesso.

L’opera, pubblicata in Inghilterra nel 1962, arriva in Italia solo nel 1969 per i tipi di Einaudi, col titolo Un’arancia ad orologeria (è solo dal 2005 che il testo è stato riedito col titolo del film di Kubrick, Arancia Meccanica, per ovvi motivi).

L’universo burgessiano è costruito attraverso una sorta di slang del tutto originale, per certi versi figlio del cockney, per altri onomatopeico, per altri ancora sviluppato sulla base di analogie e somiglianze tra cose. Il linguaggio creato da Burgees, detto nadsat, utilizzato perlopiù dai drughi (o soma), è un mix perfettamente cesellato di inglese colloquiale e russo, arricchito da parole inventate di sana pianta dall’autore. Kubrick se ne servì generosamente per il film, anche se per alcune espressioni preferì compiere la stessa operazione di Burgess, dando libero sfogo alla propria smania creativa.

In inglese linguaggi del genere vengono chiamati Artlangs, termine tradotto in italiano, di solito, con la formula “lingue artistiche”. Nonostante abbia un minor impatto rispetto al corrispettivo anglosassone, questa espressione ben lascia trasparire la forza della carica creativa ed espressiva che questi linguaggi portano con sé. Si pensi ad esempio alla “neolingua” di George Orwell in 1984, o ai vari idiomi sviluppati da Tolkien, o ancora al cityspeak di Blade Runner, e si avrà un’idea dell’eterogeneità e dell’incredibile funzionalità di tali codici linguistici nel contesto letterario e cinematografico, e allo stesso tempo di quanto essi siano stati necessari, agli autori, per trasmettere al meglio il proprio messaggio.

Nel nadsat burgessiano le parole sembrano essere state create apposta per offrire ai drughi la possibilità di esprimere in maniera consona ogni loro eccesso, ogni loro devianza. Ogni loro lazzo, violenza, sentimento, pensiero ferino o profondo o omicida, sembra provenire dal linguaggio e a questo rimandare, in un circolo vizioso che senza posa si nutre di sé, un gioco perverso che altro non è che una perfetta compenetrazione di narrazione e lingua, eventi e idioma usato per narrarli. Burgess, linguista smaliziato, abile manipolatore, conoscitore e rimescolatore di lingue, creatore di semantiche artificiali, calca la mano, e come un demiurgo plasma il suo capolavoro. Bog, ad esempio, designa Dio, babushka una donna anziana, cancer una sigaretta (dallo slang cockney), Charlie (mutuato da Chaplin, che ricorda chaplain) un prete/cappellano, cutter il denaro, Gulliver il cervello (dall’assonanza con un termine russo che significa sia pene che testa), mentre lo stesso titolo del libro, Un’arancia a orologeria, viene direttamente dallo slang cockney. “Essere sballato come un’arancia ad orologeria” significa infatti, stando al gergo londinese, essere fuori di testa.

Probabilmente, senza il nadsat, Arancia Meccanica sarebbe una buona storia, una storia di violenza, di degrado e delinquenza giovanile, senz’altro scandalosa per i Sixties ma tutto sommato abbastanza innocua per i giorni che viviamo, mossa da domande universali ma purtroppo prive di facili risposte, né oggi né mai, moderatamente generazionale, sicuramente intrigante ma originale solo in parte. È il linguaggio che dà la spinta propulsiva, che prende il testo e i personaggi e li rende definitivamente quello che sono, li arma e immortala nell’eterno, li ritrae come lupi affamati, a pennellate intense e vivide, ne esalta la vocazione criminale, permette al lettore di sfondare il muro delle pagine e perdersi tra le righe del testo, scorrazzando qua e là coi soma. Burgess corre, assembla espressioni, taglia parole, smazza frenesia narrativa a pacchi, incede come un caterpillar, scardina e decostruisce il lessico, lo ammanta di epica, lo riveste di comicità, ironia, sarcasmo, violenta il vocabolario e ci restituisce un mondo che non potrebbe essere diverso da come lui lo ritrae per la sua storia.

Se la perfezione risiede nel matrimonio riuscito tra forma e contenuto, Burgess è il prete sull’altare, intimo conoscitore dell’anima dei due sposi, e pronto a credere all’eternità che offre loro.

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