Napoli Velata: una città avvolta nel misticismo, un Özpetek ammaliante e surrealista

C’erano tutte le ragioni per usare un interesse particolare nel guardare l’ultimo lavoro del regista italoturco Ferzan Özpetek. Proprio perché si presentava in questa veste pregna di un misticismo pagano, per una città che si offre con tutto l’essere ad una trama ondivaga e non da tutti.

C’è da dire che una sorta di “spiritualismo” il regista lo aveva affrontato con un filmetto molto carino e dal sapore puramente italiano con Magnifica Presenza, con un Elio Germano molto bravo nei contrasti in una diversità di cui Özpetek si è fatto paladino di certo non da oggi. Qui però è riscontrato un salto nell’ignoto di un certo peso, sembra quasi una questione privata tra popoli del Mediterraneo: non a caso Özpetek (turco di Instambul) percepisce alla grande questa sensazione o raison d’être, che parte da Gibilterra per giungere sulle coste turche (qualche decennio fa fu un altro regista “Mediterraneo” come Salvatores ad esprimere il concetto in modo più semplicistico ma certamente efficace).

 

L’opera ci trasporta sin da subito con delle sinuose inqudrature in tutta la signorilità della borghesia partenopea, e tassello dopo tassello si erige un noir di fronte ad una città dionisiaca, ma soprattutto “Femmina”, in quanto flebile, ma accogliente come una madre che tratta amorevolmente i propri figli, anche quelli disobbedienti. Giovanna Mezzogiorno, nei panni di un anatomopatologo dal carattere apparentemente inaccessibile, incontra Andrea, un uomo conosciuto ad una festa, lui riesce a conquistarla e la conduce ad una notte appassionata. Finalmente lei, dopo anni di timidezza e solitudine si sente nuovamente viva, ed al risveglio i due si promettono di incontrarsi nel pomeriggio. È proprio qui che avrà inizio una indagine poliziesca ed esistenziale che condurrà la donna fino nel ventre di una città contaminata tra sacro e profano. La protagonista grazie ad un infausto evento sarà costretta ad approfondire il suo passato pieno di ombre, di cui era riuscita a rimuovere solo la superficie, rendendo in alcuni casi allo spettatore la difficoltà nel giudizio e nella analisi.

È inutile dire che in una città con millenni di storia gli scenari risultano molto suggestivi, dalla Cappella del Principe di San Severo, dove è esposto il Cristo Velato, al chiostro del Museo di San Martino dove si gioca alla tombola vajassa, alla scalinata della Farmacia degli Incurabili. Una Napoli così avvolgente ricorda quasi la Roma Sorrentiniana, anche nella ex Capitale del Sud sembra si attenda da un momento all’altro un Gep Gambardella che fa capolino da qualche vicolo. Però nella città Partenopea, nonostante la tragedia di fondo, il risultato è meno serioso e più incline alla giocosità.

Giovanna Mezzogiorno, che ritorna a lavorare con il regista dopo tredici anni risulta convincente in tutta la sua bravura e bellezza, si affida completamente al racconto, abbandonando tutta la sua figurata indeformabilità e dedicandosi alle passioni più carnali, creando così in chi la guarda un desiderio, ma anche una immensa ammirazione. Suo sparring partner è l’attore romano Alessandro Borghi, che dopo aver partecipato all’ultimo film della trilogia del compianto Caligari, trasforma ogni suo lavoro in qualcosa che va oltre la semplice recitazione, raggiuggendo anche in poche scene lo spettatore come pochi.

Il risultato finale mescola noir e melodramma, Özpetek approfondisce il discorso in tutte le sue vairabili e trasmuta una città magnifica e troppo spesso bistrattata, perché è lei la vera protagonista con tutte le sue contraddizioni e bellezze. Ci regala un dramma intuito già nella prima onirica sequenza della scalinata ovoidale, che sembra quasi rendere omaggio ad un grande del cinema thriller come Hitchcock. Il film è certamente l’anello di congiunzione tra la Mezzogiorno e la Buy nelle Fate ignoranti, perché per l’ennesima volta viene generato un legame tra l’incontro e la perdita (tanto caro ad  Özpetek), con una conseguente elaborazione del lutto, e con personaggi ambigui e sfarzeschi, perfetti abitanti di una città che ha reso la sua teatralità una delle arti più apprezzate nel mondo, oltre che a lasciarci alla fine con un enorme senso di misticismo per le stradine solitarie. Obbligandoci a capire la fugacità della nostra esistenza in questo mondo, in questo eterno svago di vita e morte che ci lascia sempre in bilico.

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Come spesso è capitato nella sua cinematografia, il regista sembra ci sussurri un segreto e si metta a nudo, invece quando ci sembra di essere giunti ad una soluzione, ci rendiamo conto di essere più confusi di prima, dove si può vedere nulla e tutto. Così come nelle più classiche riflessioni siamo portati a domandarci: “È la vita che imita l’arte, oppure il contrario?”

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