Catch-22: un’amara resa all’assurdità dell’esistenza

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Catch-22 è il romanzo più famoso di Joseph Heller, riconosciuto tra i lavori in lingua inglese più importanti del ventesimo secolo. Reduce della Seconda Guerra Mondiale egli stesso, Heller ambienta la sua denuncia anti-bellica sull’isola toscana di Pianosa (non una circostanza storica). Qui, in un’imprecisata fase della guerra (probabilmente nella seconda parte del 1943), è stanziato il 256esimo squadrone dell’aeronautica americana, di cui fanno parte i protagonisti del romanzo, che da qui partono per il sempre crescente numero di missioni.

Stilisticamente, il romanzo di Heller rientra nei canoni della letteratura dell’assurdo, pervaso da un’irrazionalità che va dalla causalità degli eventi all’illogicità dei dialoghi tra i tanti personaggi. Tra questi spicca il capitano Yossarian, un bombardiere (come Heller), determinato ad essere esonerato dal volare in altre missioni, fallendo a causa del Comma 22 del titolo italiano, inizio e fulcro dell’assurdo del libro. Per essere esonerati dal combattimento, bisogna essere dichiarati pazzi dal medico dello squadrone, Doc Daneeka, al quale non basta che chiedere. Ma il Comma 22 recita che “chiunque voglia smettere di combattere, non è realmente pazzo”. Per cui, “tutto ció che bisognava fare era chiedere; ma non appena lo si fosse chiesto, non si era più pazzi e si dovevano volare altre missioni”.

Il Comma 22 è il primo segnale dell’assurdità delle regole e delle convenzioni su cui si basa l’esercito rappresentato da Heller, cosí come le stesse posizioni occupate dai membri dello squadrone, assegnate secondo la stessa mancanza di logica che guida le loro azioni. Le motivazioni secondo le quali si agisce non corrispondono mai a quelle che dovrebbero essere in realtà, né conta davvero: ad esempio, che siano immotivate o che seguano un doppio fine di chi le decide, le promozioni non avvengono mai per merito, per capacità o per un bisogno reale della struttura militare. L’esercito appare come una macchina in cui uomini e regole non sono che ingranaggi da cui la macchina prescinde, poiché ciò che deve essere fatto, sarà fatto in un modo o nell’altro. La macchina, quindi, funziona e non funziona allo stesso tempo, poiché il suo fine ultimo, se mai è esistito, è andato perduto. Che serva o meno, la macchina bellica continua la sua marcia, fine a se stessa.

L’irrazionalità della sua struttura, la banalità delle motivazioni che muovono i personaggi e l’evidente mancanza di scopo nelle azioni militari, sono le prime componenti della forte critica dell’apparato militare da parte di Heller, che costella lo squadrone di personaggi pavidi, narcisistici, calcolatori o egoisti. Il modo in cui sono rappresentati i personaggi è un segnale forse anche più incisivo della visione negativa dell’autore sulla guerra: nessuno di loro possiede la statura morale per essere elevato ad eroe. Per un romanzo pubblicato negli Stati Uniti del 1961, dove i reduci della Seconda Guerra Mondiale erano tenuti naturalmente in massima considerazione, rappresentare l’esercito americano come una sfilata di anti-eroi, un’accozzaglia di nevrotici individualisti, era una feroce rottura con la narrativa e l’immaginario popolari sui veterani.

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La critica di Catch-22 non si limita all’esercito. Ad esempio, anche al di fuori dello squadrone, il mero opportunismo è il motore delle azioni di quasi ogni personaggio. Uno degli esempi più lampanti è il decrepito magnaccia che i soldati incontrano a Roma: “ero fascista quando Mussolini era al potere e sono antifascista adesso che è stato deposto. Ero un fanatico filo-tedesco quando i tedeschi erano qui a proteggerci dagli americani, ed ora che gli americani sono qui a proteggerci dai tedeschi, sono un fanatico filo-americano. […] [Gli Stati Uniti] non avranno in Italia un partigiano più leale di me, ma solo fino a che [restano] in Italia”.

La stessa scena, qualche frase prima, evidenzia invece un’altra delle idee centrali di Catch-22: il confine tra normalità e follia, che arriva dalla psicanalisi alla letteratura dell’assurdo attraverso il surrealismo.

Discutendo sull’importanza relativa della vittoria in una guerra, Nately, un giovane, idealista soldato americano, accusa il vecchio di parlare “come un pazzo”. Il magnaccia si diverte a stravolgere le parole di Nately:

[Nately:] per tutto ciò per cui vale la pena vivere, vale la pena morire.
[Anziano]: per tutto ciò per cui vale la pena morire, vale la pena vivere.

E ancora, e soprattutto:

[Nately:] Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio.
[Anziano]: Meglio morire in ginocchio che vivere in piedi.

Nately, forse l’unico che davvero crede allo scopo della guerra, vede nel vecchio magnaccia un pazzo senza morale, poiché secondo la filosofia di vita di quest’ultimo, la sopravvivenza viene prima di tutto. Allo stesso modo, anche Yossarian, che vuole smettere di volare per paura di morire, viene considerato pazzo da tutti gli altri. In un certo senso, entrambi hanno una visione più pragmatica della guerra, ma soprattutto vengono considerati malati di mente perché agiscono per istinto di sopravvivenza: inevitabile, in una guerra fondata sulla pura assurdità. In un mondo popolato di pazzi, la follia è normalità, e viceversa.

Il confine con la follia è “nascosto” nel Comma 22 del titolo e di cui sopra: “sarebbe stato pazzo a volare altre missioni e sano a non farlo, ma se era sano doveva volare. Se avesse volato, sarebbe stato pazzo e non avrebbe dovuto; ma se non avesse voluto, sarebbe stato sano e avrebbe dovuto”. Nessuno vuole volare, ma tutti devono farlo: perfino formalmente, lo squadrone è bloccato in una zona tra follia e normalità.

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Un altro confine percorso da Heller, strettamente connesso al tema della follia, è quello tra sogno e realtà, anch’esso derivante dalla psicanalisi. La mancanza di logica negli eventi, accentuata dal continuo uso di analessi e prolessi, contribuisce a creare un’atmosfera quasi onirica, che raggiunge il suo apice l’ultima volta che Yossarian si trova a Roma. Delirante, il soldato vaga per la città tra immagini di morte e violenza. Tra le altre, vede prima un cane venire picchiato e subito dopo, come un déjà vu, la stessa scena, ma con un bambino al posto del cane. Questo passo, assolutamente surrealista e a cui la ripetizione dà una struttura circolare che rafforza l’impressione onirica, è il climax che porta Yossarian alla risoluzione finale: “la notte era piena di orrori, e pensò di sapere come doveva essersi sentito Cristo al camminare per il mondo, come uno psichiatra in una corsia piena di matti, come vittima in un carcere pieno di ladri”. Nel suo stato tra sogno e realtà, Yossarian, riconosciuto unanimemente come pazzo, realizza di essere invece l’unico sano, circondato da folli. Non è un caso che il capitolo si intitoli “La Città Eterna”, come eterno è il sogno che si ripete circolarmente, uguale eppure diverso, metafora dell’assurda esistenza dalla quale non c’è scampo, come un grande, perfetto Comma 22.

Questa visione negativa era stata anticipata dallo stesso Yossarian, in un dialogo con una delle sue tante amanti, la moglie del luogotenente Scheisskopf, alla quale espone la sua idea di un Dio al più inutile, e incompetente nel migliore dei casi. All’obiezione della donna, che gli suggerisce, seppur atea, di non parlare di Dio in quel modo, in quanto potrebbe punirlo, Yossarian risponde con una domanda che riassume tutta la concezione negativa sull’esistenza: “Non mi sta già punendo abbastanza?”.

Catch-22 si rivela così un romanzo molto più profondo della semplice metafora anti-bellica con cui viene spesso semplificato. Vario nello stile quanto denso nei contenuti, è come una maschera che sembra ridere della guerra e dei suoi attori, ma dietro alla quale si nasconde in realtà un’amara resa all’assurdità dell’esistenza.

Miguel Forti

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