La Noia di Alberto Moravia: il nulla che inghiotte i significati della realtà

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Una volta, al mercatino dell’usato, finii per caso a sfogliare le pagine di un vecchio libro. Era intitolato La Noia, di un certo Alberto Moravia. Ne rimasi affascinato sin dalle prime righe.

Ma come, un pittore disperato, mancante della propria ispirazione, che all’improvviso distrugge una tela che dipinge da sei mesi?

Dino, questo è il nome del protagonista, è un giovane e ricco trentacinquenne, che risiede con la madre in un appartamento in via Appia, a Roma. Ama trascorrere le giornate dedicandosi alla pittura, ma non è un borghese qualunque, lui quell’ambiente lo detesta, così come la famiglia, principale causa del suo disagio.

Resosi conto dell’insignificanza dei rapporti con le cose materiali che lo circondano, egli vede di fronte a sé una grande voragine nera: la noia.

“Per molti la noia è il contrario del divertimento, io invece potrei dire che la noia per certi aspetti e simile al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà”.

Questa consapevolezza lo induce a perdere l’ispirazione artistica, tanto che decide di trasferirsi in un appartemento in via Margutta, ed è proprio lì che avviene la lacerazione della tela. Già, Dino nonostante il trasloco non vede spiragli di luce nella voragine. Oramai ogni pensiero, oggetto o balenio, è pronto a mutare nella pungente noia di cui è schiavo.

Nella casa di fianco alla sua, ci abita un vecchio pittore di nome Balestrieri. Quest’ultimo ama dipingere ritratti di nudi femminili, ed è un erotomane, tant’è che Dino trascorre molto tempo ad osservare dalla finestra, persino a contare, tutte le donne che settimanalmente entrano nel palazzo.

Balestrieri però, tutt’un tratto muore e a Dino arriva la notizia che abbia chiuso gli occhi proprio mentre era a letto con una donna. La donna in questione si chiama Cecilia, ed ha appena diciassette anni. “Adolescente dalla vita in su, donna dalla vita in giù” . I due si incontrano per la prima volta nella casa, oramai “impregnata dall’odore nauseabondo e ripugnante dei mobili della casa di un morto”, per puro caso. L’atteggiamento dei due è pressochè simile per tutto il libro, ed è singolare sin dalle prime parole: Dino riempe Cecilia di domande di qualunqe genere e la ragazza si limita a rispondere perlopiù in monosillabi, mantendo un’asetticità che la contraddistingue in ogni capitolo.

I due iniziano ad incontrarsi spesso, specialmente perchè Dino è infervorato dall’idea di sapere come Balestrieri sia potuto morire proprio durante l’atto sessuale con la ragazza in questione.

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Horst Buchholz e Catherine Spaak ne La Noia, film di  Damiano Damiani del 1963

Dopo frequenti visite (erano diventate quotidiane), Cecilia decide di diminuire il numero di appuntamenti, usando furbescamente la scusa dei genitori poco permissivi, ma Dino si insospettisce, infatti dopo averla seguita per un intero pomeriggio la vede con un altro uomo: Luciani.

Al protagonista, oramai atterito dalla disarmante scoperta, non vengono date spiegazioni, anzi la ragazza non pare in nessun modo sconvolta, asettica e reticente in ogni momento, dice di amare tutti e due. Per lei ogni accaduto assume insignificanza, ogni cosa è così perchè deve essere così a priori.

Il giovane inizia a seguirla ovunque e a darle soldi per avere degli appuntamenti, che però la ragazza spende con Luciani, un uomo non benestante. Le cose non migliorano e il ragazzo fa addirittura una proposta di matrimonio che si rivela vana.

Dopo ripetuti avvenimenti, Dino tenta il suicidio, andando a schiantare l’auto contro un platano. Si risveglia nel letto di un ospedale ed inizia ad osservare in posizione supina, un albero dalla finestra.

Nel prologo dirà:

Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza. Per esempio, può accadermi di guardare con una certa attenzione un bicchiere. Finchè mi dico che questo bicchiere è un recipiente di cristallo o di metallo fabbricato per metterci un liquido e portarlo alle labbra senza che si spanda, finchè, cioè , sono in grado di rapressentarmi con convinzione il bicchiere, mi sembrerà di avere con esso un rapporto qualsiasi, sufficiente a farmi credere della sua esistenza.”

Nell’epilogo invece dirà:

“In realtà non ero quieto, ero soltanto fortemente occupato dalla sola cosa che in quel momento mi interessasse davvero: la contemplazione dell’albero. Non pensavo niente, mi domandavo soltanto quando e in che modo avevo riconosciuto la realtà dell’albero, ossia ne avevo riconosciuto l’esistenza come di un oggetto che era diverso da me, non aveva rapporti con me e pure tuttavia c’era e non poteva essere ignorato.”

Queste ultime due frasi, riassumono tutt’al più l’essenza del libro intero, ovvero il ritrovamento della realtà, seppur non completo, da parte del protagonista dopo il tentato suicidio. Tramite quel gesto, dimostra di aver ottenuto ciò che desiderava, quindi constata l’esistenza della realtà attraverso una sua volontà. Sembrerà un gesto estremo, inopportuno, ma cimentandosi nella lettura del libro, si noterà quanto l’inappropriato accaduto sia stato necessario in quel momento.

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Alberto Moravia

Dino è tormentato, succube di un mondo che oramai non gli appartiene più, non stringe legami con niente e nessuno, ed inevitabilmente tutto ciò che Moravia scrive di esso trova riscontro nella situazione politica, economica e sociale che si viveva a Roma nel dopoguerra.

Man mano che si consumavano i capitoli del libro è maturata in me l’idea che “la noia” in realtà non sia altro che l’incarnazione di Cecilia: sterile, reticente, buia, viene a trovarti quando meno te l’aspetti, ma poi ti tradisce e sei tu che vai a cercarla, ma nell’impossibilità di riaverla cadi in una profonda disperazione.

Ad ognuno, però, consiglio di trarre la propria di interpretazione, da un libro che di noioso, non ha assolutamente nulla.

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