Tranquillity Base Hotel & Casino: gli Arctic Monkeys e il divismo di Alex Turner

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Volevo solo essere un membro degli Strokes, ora guarda che disastro mi hai fatto fare”

Alex Turner inizia l’ultimo disco degli Arctic Monkeys, Tranquillity Base Hotel + Casino (2018) con queste parole che sanno di addio e commiato (con qualche rammarico) a una scena indie che sembra ormai davvero terminata. No, Turner non è stato un membro degli Strokes, ma ha colmato la propria mancanza mettendo su un proprio gruppo che coniugasse garage rock a dance, portando alla ribalta quello che prenderà il nome di indie rock in Inghilterra, e dominando la scena musicale d’Oltremanica per dieci anni buoni. Star Treatment, prima traccia del nuovo album, inizia però con un piano da lounge bar ed effetti da space pop, insomma praticamente tutto l’opposto delle chitarre sporche con ritmo dance e dalla batteria sincopata e potente di Whatever People Say I am, That’s What I’m not (2006).

Che cosa è successo agli Arctic Monkeys? Ecco forse per rispondere al meglio a questo domanda bisogna aggiustare un po’ il tiro, e spostare il riflettore sul frontman della band: che cosa è successo ad Alex Turner?

“Volevo solo essere un fantasma, una di quelle cose di cui ti saresti potuta scordare”

Alex Turner è cambiato nel corso degli anni: ha sperimentato, collaborando con Miles Kane nei The Last Shadow Puppets e portando avanti progetti solisti, come la colonna sonora del film Submarine (2010); ma soprattutto, Turner si è praticamente stabilito in pianta stabile a Los Angeles, dove per forza di cose ha scoperto nuove sonorità. Tutto ciò però non può comunque giustificare un cambio di rotta così radicale come Tranquillity Base Hotel + Casino. Il punto è un altro. Il punto è che Turner, guardando ora con cognizione di causa la discografia degli Arctic Monkeys all’inverso, sembra aver sempre come ovattato e limitato la sua vena artistica preponderante.

Il nuovo album degli Arctic sembra essere quello che viene fuori se fai incontrare David Bowie, una banda swing, Paul McCartney e un vibrafonista jazz in un lounge bar losangelino alle due passate di notte, con un pianoforte un po’ retrò in un angolo pronto per essere usato. Il punto è che questo tipo di sonorità emerge fuori quasi sempre nei pezzi più intimistici (e solistici) di Turner nella discografia del suo gruppo: da Riot Van in Whatever People Say I am, That’s What I’m not (2006) a Only Ones Who Know in Favourite Worst Nightmare (2007), da Conerstone in Humbug (2009) a Piledriver Waltz in Suck it and See (2011). Sembra quasi che la chitarra di Jamie Cook e la batteria di Matt Helders abbiamo sotterrato per tutto questo tempo la vena intimista da lounge bar del loro leader, e che solo ora, con una maturità (e forse anche un po’ di saccenza) tutte diverse, Turner abbia trovato il coraggio di imporsi veramente sugli altri membri del proprio gruppo.

Già perché a prescindere dalla svolta forse troppo repentina, il vero problema di quest’album sembra essere quello dell’assenza di coralità, coralità che era forse uno dei maggiori pregi degli Arctic Monkeys. Le chitarre sono sparite, bisogna farsene una ragione, ma lo stesso basso per tutti i 40 minuti del nuovo album si ripete sugli stessi ridondanti giri. Anche la batteria, da sempre punto di forza del gruppo, raggiunge momenti avvilenti: essa sembra essere incarcerata in un ritmo da piano bar che non sembra appartenergli affatto. Insomma in parole povere l’ascolto dell’album lascia la sensazione che gli altri membri del gruppo non solo non abbiano apportato praticamente nulla di nuovo al lavoro creativo gettato dall’alto del loro frontman, ma che addirittura non provino nemmeno il minimo piacere a suonare le nuove tracce: sembrano totalmente estranei alla svolta di Turner.

È forse per questo che l’album raggiunge dei buoni momenti praticamente solo quando il divismo tutto particolare di Alex Turner si concede delle contenute esplosioni. Ora, Turner da AM (2013) si è iniziato a costruire un’immagine un po’ retrò e romantica, lavorando anche sul proprio stile, puntando su capelli lunghi portati all’indietro e vestiti che mashano senza troppi problemi pieni ruggenti anni ’20 con contaminazioni anni ’50. Tra l’altro questa evoluzione nell’estetica dell’immagine di Turner sembra aver investito in pieno anche gli altri membri del gruppo, come possiamo notare da questa foto presa dal servizio fotografico fatto per il nuovo album.

I nuovi Arctic Monkeys.

Camice nei pantaloni, pantaloni da sartoria e portati a vita alta, capelli lunghi portati al’indietro: gli Arctic Monkeys non solo sembrano essere usciti da La La Land, ma si rifanno a livello estetico in maniera incredibilmente vintage agli anni ’20 e ’50, senza quasi riequilibrare criticamente il proprio stile con la consapevolezza di vivere in un’epoca diversa. L’immagine dai tempi di AM è stata totalmente rivoluzionata: non parliamo più di cattivi ragazzi con giubbotto di pelle e ciuffo alla Elvis; ora gli Arctic sono cresciuti, e sembra ci tengano a farcelo capire anche attraverso la moda, e attraverso la location, ovviamente, che sembra essere una citazione della copertina di Rubber Soul dei Beatles. L’abbigliamento si ricollega dunque a quella nostalgia per i tempi passati che affiora preponderantemente nei testi e nelle musiche di Turner: il frontman non si sente a proprio agio nel mondo contemporaneo, nello star system che sembra averlo pienamente inghiottito, e si perde dunque col mezzo del proprio pianoforte in un estatico vagheggiamento nostalgico degli anni d’oro che avrebbe voluto vivere (gli anni dello swing e gli anni ’70) o rivivere magari in maniera diversa (l’esplosione dell’indie rock), andando a formare quasi un catalogo enciclopedico e essenzialmente non cronologico delle proprie passioni e influenze.

Il nuovissimo pianoforte sembra essere davvero lo strumento che meglio ora si accorda alla nuova immagine di Turner, certo molto di più di quella chitarra usata con strappi e assoli un po’ adolescenziali che certo cozzavano col nascente divismo. Ebbene in alcun tracce, come American Sports e The Ultracheese, Turner si getta totalmente nei suoi amati anni ’50 (e chi se l’aspettava fino a qualche anno fa, eh?), dando libertà di espansione alla propria voce e corredandola con un piano un po’ malinconico ma ben ritmato e alcune volte velatamente dissonante, che accompagna il lirismo nostalgico molto bene.

Certo che questa tendenza solipsistica portata assiduamente e stoicamente avanti per tutti i 40 minuti di album finisce per accorciarsi su se stessa, con l’evidente effetto di appiattimento e monotonia che danno tracce come la title track, oppure come Five Out of Four e One Point Perspective. L’impressione è proprio che Turner non sia stato accompagnato nella creazione artistica dell’album (non per altro Jamie Cook ha dichiarato che i membri del gruppo non sapevano cosa fare della svolta artistica del loro frontman), e che, molto soddisfatto di se stesso per stare finalmente componendo la musica che lo rispecchia maggiormente, Turner non si sia accorto che circa cinque tracce su undici non aggiungono davvero niente all’opera artistica, ma semplicemente allungano il brodo, rendendo di forza mediocri anche i momenti liricamente più suggestivi.

In quest’ottica un semi-miracolo risulta la traccia She Looks Like Fun, in cui Jamie Cook sembra ritrovare se stesso, lasciando stare i bruttissimi assoli dal sapore santaniano con cui ha condito il lirismo di Turner in questo album: il brano è pienamente corale, e gioca intelligentemente sul contrasto tra il lirismo anni ’20 turneriano e il ritmo sincopato e graffiato degli altri strumenti, vivificando lo scialbissimo mood da piano bar del finale dell’album.

Quello che a prescindere dai gusti personali lascia un po’ l’amaro in bocca dell’ultimo lavoro degli Arctic è però sicuramente il fatto che il gruppo sembra essersi tramutato ormai completamente in un perfetto prodotto midcult. Questo tipo di processo, che era già evidente da AM e che ha forse origine in Suck it and see, ha portato il gruppo di Turner a diventare sempre di più il simbolo del prodotto dichiaratamente di massa che però cerca di elevarsi culturalmente, con risultati davvero pessimi. Possiamo identificare midcult tantissimi artisti contemporanei (dalla musica di Lorde, ai film di Ferzan Ozpetek e Paolo Genovese, fino agli stessi recentissimi Maneskin o al duo Meta-Moro): tutti artisti che sono perfettamente e consapevolmente inseriti nel magazzino della cultura di massa ma che vogliono dare l’impressione di comunicare messaggi veri e profondi al proprio pubblico, magari con un’estetica accattivante e pseudo-intellettualoide (la tipica estetica Tumblr, insomma, dove non a caso AM ha spopolato).

Dunque se alla fine si dovesse dare un giudizio su Tranquillity Base Hotel and Casino, forse quello più veritiero sarebbe il sei e mezzo, il sei e mezzo che rappresenta in pieno lo standard midcult, quel bene ma non benissimo che non farà mai diventare l’opera né un capolavoro di cultura alta, né di cultura bassa, tramite delle possibili re-interpretazioni in salsa trash. Certo fa male che un gruppo come gli Arctic Monkeys, nato nel periodo della nuova fioritura delle etichette indipendenti, sia finito per diventare forse a propria insaputa un prodotto midcult, ma forse effettivamente vedendo che fine hanno fatto gli altri protagonisti della scena indie di quegli anni, non ci si poteva davvero aspettare un percorso diverso per Turner and Co.

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