Cosa ci distingue dagli psicopatici? David Foster Wallace dialoga tra Dexter e American Psycho

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Vi siete mai chiesti, magari guardando una notizia di cronaca nera su un telegiornale, cosa possa spingere qualcuno a compiere un atto omicida e cosa frulli nella sua mente nei momenti precedenti? E se ci sia, prima del fatale evento, una differenza strutturale [neurologica, psicologica, culturale (intendendo questa come somma di fattori socio-educativi esterni)] tra noi e lui? Beh, la risposta di Dexter, famosa serie televisiva in onda su HBO e ora disponibile sul catalogo Netflix, è che una differenza tra serial killer e noi c’è. Lo stesso Dexter lo è ed inizialmente il suo mondo e il nostro non sono commensurabili, perché vi è un abisso a separarli. Il mondo di Dexter è basato su un trauma, l’uccisione della madre davanti ai suoi occhi, rimosso difensivamente dal conscio in funzione autoconservativa. La giornata di Dexter è un quotidiano ripetersi di una finzione, quella di far parte di un mondo, quello sociale, che non è suo, intervallato dalla lunga routine del serial killer che culmina con l’atto omicida e realizzazione dell’impulso/desiderio.

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Qualcosa di simile a ciò che avviene in American Psycho di Bret Easton Ellis (1991), che però non fornisce alcuna caratterizzazione piena del personaggio. Quasi come spettatori trascendenti assistiamo alle scene di vita di Patrick Bateman, personaggio incredibilmente distante. Sarei già tentato, parlando di questo protagonista, di dire “disumano”, facendo emergere una briciola della tesi di questo articolo. Anche nella realizzazione cinematografica è emerso un personaggio piatto, quasi assente, assorto e il monologo finale del film sembra decretare l’impossibilità di qualsivoglia riscatto dimensionale del personaggio.

Neanche un briciolo di autocoscienza salverà Bateman: non c’è catarsi, perché non c’è «scambio dialogico». Si sente qualcosa di diverso dal resto, isolato e non parte di qualcosa e patirà una pena che lo elude continuamente, che non può oggettivare come contenuto della ragione. La stessa confessione finale, perdendo la sacralità cristiana dell’atto, non lo salverà, perché come dice lui stesso non lo porta a una maggiore conoscenza di se stesso, in quanto puro solipsismo cerebrale.

David Foster Wallace, senza dubbio uno dei migliori scrittori contemporanei, da critico attento si era reso conto di questo aspetto nel libro di Ellis, criticando fortemente la mancanza di “umanità” e di volontà comunicativa.  Quello di Ellis è il manifesto della scrittura postmoderna caratterizzata dal cupo cinismo che molti scrittori usano per fare leva sul pubblico, oltre che da quella diffidenza verso ogni autorità e regola di comportamento ottenuta dalla diagnosi ironica e ridicolizzante, che però non ambisce ad alcuna soluzione.

Le famose lunghe descrizioni di capi firmati e i superficiali dialoghi mostrano il materialismo, il ritardo emotivo del mondo postmoderno, diventando un ironico commento di questo. Ma questa non è la giusta strada:

Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra piuttosto che sia la capacità di individuare e rivitalizzare gli elementi di umanità e di magia che ancora vivono e risplendono nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vuole, ma troverà sempre un modo sia per descrivere questo mondo cupo, sia per mettere in luce la possibilità di viverci dentro da esseri umani.

David Foster Wallace, Un antidoto contro la solitudine

Dexter è probabilmente il compimento della dialettica dialogica voluta da Wallace: man mano che si prosegue, Dexter supera il solipsismo che permea American Psycho e comincia a mettersi in gioco in un mondo relazionale, umano, che finirà per sovrapporsi al precedente e offuscarlo. Ma lo spettro dell’umano non presenta unicamente frequenze positive: vi sono sì gioia, spensieratezza, ma vi è anche l’altra oscura metà con cui Dexter deve fare per la prima volta i conti. Le relazioni hanno un peso: prendono e arricchiscono, definiscono una vita umana “autentica”, dove tutto (anche l’io stesso) non è mai uguale a se stesso.

Perciò la risposta finale di Dexter è che ciò che rende veramente umani non è la semplice ragione come la intendiamo comunemente, che ci ha anzi portato in alcuni casi a compiere atti dis-umani (per conferme basterebbe sfogliare un libro di storia), ma la ragione relazionale, lo scambio umano, la capacità di comunicare qualcosa e allo stesso tempo di ascoltare e di cambiare, di sacrificarsi, di non sentirsi soli. In fondo nulla è solo ciò che sembra e Dexter, come ogni arte che vale, comunica a noi qualcosa. Sta a noi svegliarci dal “sonno che genera mostri” della quotidianità e coglierlo, per farlo nostro.

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