Don’t tell anyone: quando la hit di successo è in realtà un remix

Nel mondo dell’industria discografica, da quando i remix hanno cominciato a prendere piede fino a divenire prassi comune in ambito mainstream, vige una regola ferrea. Una sorta di “dura lex, sed lex” per cui al DJ che si occupa di reinventare canzoni in uno stile differente da quello della versione originale spetta un semplice compenso per il lavoro svolto e non gli introiti derivanti dall’utilizzo e dalle vendite future del proprio mix (al contrario degli autori del brano). Poiché la legge sulle royalties annovera fra gli esclusi anche chi si occupa della produzione di un pezzo, nel corso degli anni abbiamo gradualmente assistito alla comparsa del nome di polistrumentisti e beatmakers vari nei crediti di scrittura, in quanto ideatori e compositori della traccia musicale, senza aver per forza contribuito ai testi o alle melodie. Le figure maggiormente penalizzate sono rimaste pertanto due: quella del turnista (o, se volete, musicista esterno/tecnico di sessione) e quella, appunto, dell’eventuale DJ/remixer.

Eppure, esistono innumerevoli casi in cui la canzone che ci ha sempre suscitato un brivido di malinconia o donato un pizzico di buon umore alla radio, così come quella che ci ha riempiti di adrenalina sulla pista da ballo, sia in realtà un remix totalmente diverso dall’arrangiamento iniziale. Di esempi da ricordare ce ne sarebbero a bizzeffe, soprattutto tenendo conto del fatto che, non poche volte, il potere salvifico dei remix ha in buona sostanza allontanato parecchi singoli dalla voragine dell’oblio e dell’indifferenza portandoli all’attenzione del pubblico in una veste più scintillante e decretandone il successo nelle classifiche mondiali.

Oggi vi raccontiamo la storia di sette brani insospettabili che hanno avuto modo di imprimersi nella memoria collettiva, grazie all’estro di DJ talentuosi, soltanto una volta remixati.


Madonna – Express Yourself

Secondo singolo dall’album Like A Prayer, uscito nel 1989, Express Yourself di Madonna è il capofila di una lunga serie di manifesti a favore del gentil sesso con cui l’allora 30enne regina del pop, fresca di divorzio dall’attore Sean Penn, esortava le donne a non svilire e reprimere la propria indole pur di compiacere l’altra metà in una relazione, e a mettere alla prova il vero amore senza lasciarsi abbindolare dagli uomini che ostentano troppe doti e sostanze. La canzone è scritta e prodotta dalla Ciccone e dall’amico di vecchia data Stephen Bray, al suo fianco fin dagli esordi in alcune band della Grande Mela, e rappresenta il primo brano registrato insieme per il quarto disco della diva. Quando sarà scelto come secondo estratto dall’LP, Madonna e la Sire Records avranno tuttavia un ripensamento e contatteranno il cultore supremo dell’arte del remix, Shep Pettibone, per donare al pezzo un appeal più commerciale.

Due saranno le versioni realizzate dal DJ newyorkese per promuovere Express Yourself in radio: una 7” Version presente sul lato A dei 45 giri del singolo (molto simile a quella dell’album prodotta da Bray, ma rieditata da Shep con qualche dettaglio sonoro in più) e un remix in chiave house che riscuoterà un consenso talmente unanime da soppiantare qualunque altra incarnazione del brano in futuro. Sarà infatti uno dei primi mix in cui Pettibone approfitterà delle molteplici virtù della T-Roland 909 per sintetizzare ciò che, di lì a poco, diverrà il suo marchio di fabbrica in assoluto: una sfilza di percussioni rullanti che si susseguono a distanza di microsecondi, come i colpi di una mitragliatrice, vivacizzando il ritmo della base musicale di un brano quasi sempre prima del ritornello (e di cui Vogue di Madonna rappresenterà il modello per eccellenza). Come se non bastasse, il video di Express Yourself diretto da David Fincher (liberamente ispirato ai set mastodontici di Metropolis e fra le opere audiovisive più costose di sempre nella storia della pop music) uscirà in due edit, entrambe montate sui remix di Shep.

La scelta di accantonare definitivamente la versione originale di Stephen Bray causerà, come prevedibile, la fine del sodalizio artistico fra quest’ultimo e la Ciccone, che di fatto non collaboreranno più assieme dal 1989.


The Adventuries Of Stevie V – Money Talks (Dirty Cash)

A cavallo tra fine anni ’80 e inizio dei ’90, complici la nascita della musica house e l’evoluzione della già rigogliosa club culture, il ruolo del DJ diventa sempre più funzionale alla sorte dei pezzi suonati nei locali più trendy degli States. A tal punto da spingere le case discografiche a consegnare nelle loro mani i cosiddetti ”test pressings”, vale a dire copie promo (a quei tempi in vinile) contenenti brani ancora inediti con cui sondare il gradimento del pubblico in base al numero di persone che affollano (o abbandonano) la pista da ballo mentre il disco di turno viene, appunto, testato dal DJ. Una situazione più o meno simile è quella che ha luogo nel 1989, durante le abituali serate al Red Zone di New York, dove a mixare dischi è l’allora emergente David Morales, un genio in culla che tanto gioverà alla musica dance negli anni successivi. A capitare sui piatti di David, tramite la Mercury Records, è un vinile da 12 pollici importato dal Regno Unito, edito per Dirty Cash (Money Talks), singolo di debutto del progetto hip house The Adventuries Of Stevie V, nato da un’idea del produttore inglese Stevie Vincent.

La canzone, dal contenuto eticamente opinabile, parla di una donna priva di tabù, disposta a sacrificare orgoglio e dignità nella smaniosa ricerca del guadagno facile, ma nella sua versione originale non sembra carpire l’interesse dei clubbers come invece meriterebbe. Almeno fino a quando David non chiede (e ottiene) il permesso di remixarla e donarle un ritmo più accattivante. Le due versioni prodotte da Morales (Sold Out 12” Mix e Sold Out 7” Edit) trasformeranno Dirty Cash (Money Talks) in una hit non solo nelle discoteche americane, ma perfino sul piano delle vendite internazionali, permettendo al gruppo di entrare nella Top 30 dei singoli di Billboard e raggiungere la #2 in Inghilterra nel 1990. Tutto grazie all’iniziativa di un DJ newyorkese che non percepirà un solo centesimo dalle future royalties.


CeCe Peniston – Finally

Nata prendendo spunto dai versi di una poesia scritta a tempo perso dalla sua futura interprete, prima del debutto musicale, Finally di CeCe Peniston evolve in una canzone vera e propria, destinata a conquistare il favore del pubblico, nel momento in cui acquisisce una melodia e viene registrata in uno studio di Phoenix, in Arizona. Nella sua versione originale è prodotta da Felipe Delgado (in arte DJ Wax Dawg) e da Rodney Kay Jackson, e suona in effetti come gran parte dei brani house di inizio anni ’90. Tastiere che emulano il suono di un organo come in Gipsy Woman di Crystal Waters, archi sintetici usati come riempitivo e accordi vivaci di un pianoforte durante il ritornello: insomma, il solito brano da discoteca senza lode né infamia. Se non fosse che, poco prima della release ufficiale, Manny Lehman (supervisore artistico della Peniston presso la A&M Records) decide di rivolgersi alla Def Mix Productions per dei remix con cui arricchire la tracklist del singolo.

A ricostruire letteralmente il brano sarà ancora una volta David Morales, che renderà giustizia a Finally senza allontanarsi troppo dal genere d’appartenenza, celando abilmente le percussioni campionate da Let No Man Put Asunder delle First Choice nel drumbeat della traccia e avvalendosi del contributo prezioso dell’amico/collega Eric Kupper per una sequenza piano che accompagnerà il remix fin dalle prime note e ne diventerà il tratto distintivo, eclissando totalmente il riff dell’originale. Nonostante il video di Finally venga girato utilizzando la versione curata da Delgado, il taglio più noto del remix di Morales (denominato 7” Choice Mix per via del sample nascosto di cui sopra) comparirà in quasi tutte le edizioni del primo album della Peniston commercializzate in Europa e rimarrà, a tutt’oggi, la rielaborazione più amata e celebre del pezzo.


Felix – Don’t You Want Me

Don’t You Want Me del britannico Felix (all’anagrafe Francis Wright) costituisce uno dei capisaldi più robusti e influenti dell’eurodance anni ’90, soprattutto grazie a quella fantastica miscela techno/rave presente nella sua versione più nota. Che era, anche in questo caso, un remix.

La traccia emette i primi vagiti a inizio del 1992, nella camera da letto dell’aspirante DJ/producer nativo di Chelmsford, e viene da lui spedita insieme ad altre demo presso la Hooj Choons Records di Red Jerry, con la speranza di ricevere un buon responso che non tarderà molto ad arrivare. Felix compone il pezzo ispirandosi alle sonorità tipiche della Chicago house (a quei tempi rappresentata al meglio da Steve ‘Silk’ Hurley) e campionando a più riprese un verso da Don’t You Want My Love del trio americano Jomanda. Ricontattato dall’etichetta indipendente e convocato presso la villa londinese di Jerry, adibita a studio di registrazione, Felix viene quindi spalleggiato da Rollo, futuro fondatore dei Faithless, nel dare gli ultimi ritocchi a Don’t You Want Me: la versione finale non si discosta granché da quella di partenza che il giovane aveva abbozzato fra le mura domestiche, ma è nel momento in cui Ray propone di realizzare un remix alternativo, con cui riempire il lato B delle future stampe in vinile del singolo, che accade l’imprevedibile.

Aiutato da Rollo nelle vesti di ingegnere del suono, Felix utilizza una Roland J-X1 per riprodurre la sequenza piano del mix originale mediante un synth che imita il suono arioso di un organo da chiesa (in realtà già udibile nella prima versione, ma non valorizzato abbastanza). C’è qualcosa di speciale in quel riff, capace di provocare un sentimento insolito in chi lo ascolta, a metà strada fra visione mistica e allucinazione da LSD. Renderlo la chiave di volta per l’intero brano, innalzandone il tono di due ottave e portando la base ad esplodere nel pieno della sua magnificenza e del suo corposo basso elettronico, dopo un lungo crescendo, convincerà Red Jerry a far comparire la versione remixata (detta Hooj Mix in onore della label) sul lato A di tutte le edizioni in vinile pubblicate per Don’t You Want Me e come traccia d’apertura nei successivi CD singoli, spostando il mix iniziale sul retro.

Malgrado il pezzo raggiunga invano la cassetta della posta di tanti DJ inglesi, fra cui quella di Sister Bliss (amica di Rollo e futuro membro dei Faithless) che si rifiuterà di aggiungere Don’t You Want Me alla playlist dei suoi set, a dare la spinta decisiva di cui Felix ha bisogno, dopo qualche mese, saranno involontariamente i Pet Shop Boys nel corso di uno show su BBC Radio 1, durante il quale l’Hooj Mix del brano, selezionato e suonato dal duo in persona, raggiungerà per la prima volta l’orecchio del grande pubblico. Seguiranno così un contratto con la deConstruction Records, che consentirà a Felix di ripubblicare la traccia in UK con una promozione degna di un artista mainstream e, poco più tardi, accordi con altre case discografiche propense a distribuire il pezzo in più paesi. In Italia, grazie alla GFB Records, Don’t You Want Me riuscirà a conquistare la vetta della classifica dei singoli più venduti nel 1993.


Robin S – Show Me Love

Se da un parte CeCe Peniston risuonava negli amplificatori di tutte le discoteche del mondo cantando di aver trovato finalmente l’uomo dei suoi sogni, dall’altra (nel 1993), la meno fortunata Robin S gridava a squarciagola di essere ancora in cerca del vero amore, manifestando il proprio malcontento verso delusioni e promesse non mantenute a suon di vocalizzi e note degne delle migliori dive soul/R&B convertitesi alla dance music. Eppure, in ordine di tempo, Show Me Love aveva in realtà preceduto Finally di circa un anno: la prima versione del brano, rilasciata dalla Champion Records, appare sotto forma di vinili da 7 e 12 pollici e su CD singoli dalla tiratura limitata nel 1990, prodotta dagli autori Allan George e Fred McFarlane, che peraltro si autocitano inserendo nella traccia la synthline di un loro successo electro funk del 1984, Somebody Else’s Guy, interpretato da Jocelyn Brown. Ma a causa del sound troppo omologato e privo di mordente, il pezzo precipita a capofitto nel dimenticatoio, ritrovandosi fra i dischi sfigati da archiviare.

Due anni più tardi, un allora sconosciuto DJ svedese di nome StoneBridge, in cerca di lavoro (e notorietà), chiede al settore A&R della Champion qualche traccia da rielaborare per mettere alla prova le sue velleità e doti in materia di remixing, e la canzone che la label gli rifila (quasi per noia) è proprio Show Me Love. Dopo un primo fallimento, dovuto a un demo mix che StoneBridge propone agli esecutivi senza colpirli più di tanto, il DJ in erba azzarda un secondo tentativo smanettando su una Korg M1, la tastiera divenuta il feticcio digitale per eccellenza, da cui ha avuto origine gran parte delle sonorità distintive della classic house. Stone viene attratto da uno dei suoni preimpostati, Organ 2, modulando il quale è possibile ottenere un basso non troppo profondo, ma leggero e avvolgente al punto giusto da poter fungere da guida per la traccia musicale. Ne nasce una sequenza, riprodotta in loop, che tornerà negli anni a venire in dozzine di varianti e combinazioni più o meno simili, ispirando produttori e DJ futuri a iosa (Be di Steve Angello e Laidback Luke, Wish You Were Mine di Philip George e Swish Swish di Katy Perry rappresentano gli esempi più recenti in ambito mainstream).

Una volta presentato il mix finale alla casa discografica, che si dichiarerà soddisfatta del risultato e ripagherà l’impegno con un discreto compenso, StoneBridge non saprà più nulla circa la sorte del brano e della sua rivisitazione. Finché otto mesi dopo, avvertito dal collega Joey Negro e accendendo la TV nella camera di un hotel a Londra, non vedrà Robin S in persona esibirsi dal vivo con il suo remix di Show Me Love sul palco del programma cult Top of the Pops. Quando il DJ chiederà spiegazioni in merito alla reticenza dimostrata nei suoi riguardi dalla label (che nel frattempo ha firmato fior di contratti per la distribuzione del brano in mezzo mondo), la risposta schietta e senza peli sulla lingua della Champion Records sarà ‘Scusaci amico, ma temevamo che tu pretendessi più soldi da noi ora che la canzone si è rivelata un successo’.


Everything But The Girl – Missing

Amplified Heart è l’ottavo album in studio del duo inglese Everything But The Girl (composto da Tracy Thorn e Ben Watt). Esce nel 1994, sotto l’etichetta spagnola Blanco Y Negro che distribuisce gli EBTG in Europa fin dagli esordi, ed è trainato dal primo singolo Missing, una ballata semiacustica ritmata da percussioni in stile bossa nova. Poiché il disco non soddisfa gli impresari sul piano delle vendite (e onde evitare di ridurre in stralci il contratto a causa degli introiti carenti), sarà la casa discografica che si occupa del duo negli Stati Uniti, la Atlantic Records, a prendere in mano le redini del progetto e ad affidare Missing alle tastiere dell’ormai leggendario Todd Terry, e di altri DJ appartenenti alla scena club newyorkese, per alcuni remix.

Sebbene nascano tecnicamente come dei bootleg (in quanto commissionati a insaputa della Blanco Y Negro) e riescano a vedere la luce dopo mesi di tira e molla fra la label americana e quella europea, a primeggiare su tutte le rivisitazioni del pezzo e a farsi largo tra le playlist radiofoniche, grazie alla voce di Tracy che sposa in modo superbo la base uptempo, sarà proprio la versione dance di Terry, così valida e trascinante da spingere il singolo nelle Top 10 di diversi paesi del vecchio e nuovo continente, a partire da ottobre del ’95, e trasformare Missing in un successo planetario, esempio impeccabile di musica house dotata di cuore e sentimento.


Moloko – Sing It Back

Memore del grande riscontro ottenuto qualche anno prima dagli Everything But The Girl con il remix di Missing prodotto da Todd Terry, il duo britannico dei Moloko (composto dalla cantante Róisín Murphy e dal produttore Mark Brydon) affida al DJ newyorkese il compito di reinventare il brano Sing It Back, secondo singolo dall’album I Am Not A Doctor, nel tentativo di allontananarlo dalle influenze lounge e baleariche della produzione originale. Malgrado il nome altisonante, Terry non soddisfa però le aspettative della coppia, realizzando un mix che suona di fatto molto più consono alle discoteche che alle emittenti radiofoniche.

Sarà un DJ poco noto, il tedesco Boris Dlugosch, a cambiare totalmente le sorti del pezzo: dopo aver ricevuto le tracce vocali dal suo amico e collega Michi Lange, Dlugosch si diverte a trasformare Sing It Back in un maestoso esemplare di disco house (in perfetta linea con le tendenze del periodo) e prova a recapitare il suo remix ai Moloko. La sua versione sarà promossa a pieni voti, ma poiché il duo ha speso l’intero budget messo a disposizione dalla casa discografica, la Echo Label, per pagare Todd Terry e gli altri DJ, al povero Boris non verrà garantito un compenso in cambio del suo contributo. Essendo il remix troppo valido per andar perso, Róisín Murphy troverà allora un compromesso, stringendo un patto col giovane e promettendogli, nero su bianco, una collaborazione in uno dei suoi futuri progetti musicali (Never Enough del 2001).

Dopo aver superato diversi test nei club, Sing It Back esce in UK il 15 marzo del ’99, nelle sue molteplici versioni remixate, ma debuttando alla #45 della classifica senza una promozione adeguata, la Echo Label decide di ritirare le copie del singolo dal mercato dopo due settimane di scarse vendite.

Sperando nel più propizio periodo estivo (e in Ibiza), il brano viene ristampato su CD, vinile e musicassetta e ripubblicato il 23 agosto; stavolta con il mix di Boris presentato e spedito alle radio britanniche come Main Version. Forte di questa seconda chance e del video di supporto, che utilizza una speciale Radio Edit estratta dalla versione del DJ tedesco, Sing It Back (Boris Musical Mix) conquisterà la quarta posizione nella chart inglese dei singoli a inizio settembre del ’99 e rientrerà, da allora in poi, nel novero dei riempipista più suonati di sempre apparendo in centinaia di compilation a tema.

 

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