Velluto Blu: David Lynch e il male nascosto dietro le apparenze

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Velluto Blu, il film di David Lynch, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

È difficile non avere domande o perplessità dopo la prima visione di Velluto Blu, il film diretto da David Lynch nel 1986. È difficile, ma lo è in modo diverso da come solitamente avviene dagli altri film di Lynch, perché Velluto Blu può essere considerato un unicum nella filmografia del regista californiano: è un noir moderno, diverso da altri film noir del passato, per quelle atmosfere perverse inserite nella realtà a noi vicina, per quell’immaginario ai limiti del surreale che è spesso tanto caro a Lynch; ma è diverso anche dagli altri suoi film visionari, proprio perché esiste sempre un freno che impedisce agli eventi di trasferirsi in modo permanente nella sfera del non-reale, una sorta di codice di condotta che obbliga la storia a restare ancorata alla realtà.

La celebre scena iniziale del film può essere già un’ottima guida alla lettura di ciò a cui si assisterà nel resto della pellicola: il contesto è quella dell’America medio-borghese dalle apparenze perfette, col cielo blu, gli steccati bianchi e i vigili del fuoco che salutano i passanti. Sullo sfondo c’è Blue Velvet di Bobby Vinton, una canzone che a Lynch ha sempre dato la sensazione di un netto retrogusto oscuro. E infatti lo spettatore è portato a guardare la realtà apparentemente perfetta un po’ più da vicino, scoprendo che il male è presente anche dove non sembra, che l’individuo che dà l’acqua al prato può avere un attacco di cuore da un momento all’altro, e che sotto quell’erba verde si nasconde un mondo aggressivo fatto di insetti che lottano gli uni contro gli altri.

La serie di eventi del film contiene diversi simbolismi che potranno catturare l’attenzione dello spettatore. Ci sono ovviamente i ragazzi di buona famiglia, Jeffrey/Kyle MacLachlan e Sandy/Laura Dern, ma sono rappresentati come dei giovani con poche esperienze, incuriositi da un mondo esterno che non conoscono, che per certi versi temono, ma che credono possa insegnargli qualcosa. Dorothy/Isabella Rossellini rappresenta un personaggio dalle sfumature diverse: nei momenti oscuri è l’immagine della figura materna in uno scenario perverso guidato dal maniaco Frank/Dennis Hopper, mentre per il resto è una vittima del male, debole e bisognosa di protezione, che però allo stesso tempo si lascia trascinare dalla logica maligna finendo per considerarla parte necessaria della vita (da qui la sua richiesta di essere colpita da Jeffrey).

Il male, in Velluto Blu, è un male che non ha spiegazione, che non offre obbligatoriamente profondità. A incarnarlo è appunto Frank, centro nevralgico di diverse tendenze freudiane, dal complesso di Edipo alla necessità di ricondurre ogni cosa allo “scopare”. Intorno a lui ruotano diversi elementi che si spingono prepotentemente nella sfera onirica o comunque inconscia: la Dorothy/mammina che vuole andare a letto con lui, l’incapacità di sopportare di essere guardato nel profondo, i personaggi caricaturali intorno a lui, con un apice rappresentato da Ben, partner dalla figura androgina capace di esibirsi in un assurda performance musicale in una casa dalle atmosfere tipicamente lynchiane.

Lynchiano è il termine che inizierà a diffondersi proprio dopo Velluto Blu, a rappresentare quelle atmosfere surreali che si portano dietro un simbolismo non esplicito, che offrono un fascino conturbante misto a una certa difficoltà a comprenderne i significati profondi. Sebbene sia meno cervellotico degli altri suoi film (resta comunque un noir con una storia possibile), Velluto Blu ha già uno dei tratti fondamentali dell’estetica lynchiana: dietro a ogni cosa è nascosto un significato che spesso risiede nella dimensione inconscia, ma a David Lynch non importa esplicitare quel contenuto. L’obiettivo è rappresentarlo attraverso l’utilizzo del suo stesso linguaggio simbolico, e lasciarne una potenzialità espressiva non rivolta alla percezione cosciente. È per questo che provare una spiegazione di un film di Lynch comporta inevitabilmente rovinarne il fascino, per certi versi svelarne il gioco di prestigio. I simboli lynchiani funzionano in quanto simboli che comunicano con l’inconscio, elevarli a una spiegazione razionale significa descriverne solo la semplice superficie. A contare però è ciò che quei simboli comunicano, e quella comunicazione avviene su un livello irrazionale.

Chiedersi dunque perché il male di Velluto Blu è rappresentato proprio in quel modo, cosa l’ha portato a diventare tale, perché è stato scelto di raccontare proprio quella storia, o arrivare a domandarsi se molte delle cose che si vedono nel film siano effettivamente un sogno di Jeffrey (ciò che lui vede da dentro l’armadio è così nettamente freudiano che la domanda è più che lecita), chiedersi tutto questo è perfettamente normale. L’errore è pretenderne la risposta. Se il regista avesse voluto mettere le risposte a disposizione della razionalità dello spettatore, l’avrebbe semplicemente fatto nel film. Il fatto che spesso i personaggi di Velluto Blu si fermino spesso a una dimensione superficiale, come se fossero solo simboli di qualcosa e non caratteri con una storia e un ventaglio di esperienze che li ha resi tali, è invece un elemento voluto esplicitamente dal regista. Come se fosse una rappresentazione allegorica di caratteristiche umane che interagiscono tra loro, o un tango di immagini oniriche provenienti da contenuti inconsci. La particolarità di Velluto Blu è proprio questa: pur restando una storia thriller dai caratteri reali, di fatto è un concerto di simbolismi che provano ad interagire tra loro. Provocando reazioni spesso disarmoniche.

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