Salvador Dalí, La Persistenza della Memoria e la relatività della condizione umana

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Si dice che in età adulta, Salvador Dalí definirà il giorno della sua nascita come “la causa della cacciata dal Paradiso”. Nella sua vita, però, qualcosa di simile a una vera cacciata dal Paradiso avvenne qualche tempo dopo, precisamente il 28 Dicembre 1929: quello fu il giorno in cui suo padre lo mandò irrimediabilmente fuori casa, minacciando di diseredarlo. Il padre disapprovava da sempre la sua relazione con Gala e l’appartenenza al gruppo dei Surrealisti, ma l’ultima goccia nelle tensioni tra padre e figlio era stata una mostra Surrealista a cui Dalí aveva partecipato qualche giorno prima, in cui presentò un dipinto dal titolo: “Talvolta sputo con piacere sul ritratto di mia madre (Sacro Cuore di Gesù)“.

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Salvador Dalí, Sometimes I Spit with Pleasure on the Portrait of my Mother, 1929

Il Surrealismo era stata la grande bomba esplosa in Europa nell’ambito delle avanguardie di inizio Novecento, e alla fine ne rappresenterà l’espressione più duratura. Per certi versi, si trattava di una risposta alternativa a quella data dal dadaismo di fronte alla prima guerra mondiale e all’orrore nel riconoscere nella specie umana la capacità di arrivare a tanto. La carica del Dadaismo era distruttiva verso ogni forma d’arte e propugnava il rifiuto della ragione, mentre il Surrealismo attuava una fuga dalla realtà, in favore della nuova dimensione umana scoperta di recente dagli studi di Sigmund Freud: quella inconscia. Missione segreta del Surrealismo era quella di lasciar esprimere i contenuti inconsci senza filtri né barriere, liberando i contenuti solitamente repressi dalla ragione e dandogli dignità formale. Per facilitare il processo di liberazione inconscia, gli artisti solevano ricorrere a pratiche particolari, come dipingere in condizioni psico-fisiche alterate, o stratagemmi come il cosiddetto cadavre exquis (cadavere squisito), secondo cui un gruppo di artisti componevano in maniera corale un’opera senza sapere cosa l’altro stesse disegnando.

Dopo che Dalí fu buttato fuori casa, affittò per lui e Gala una piccola cabina da pescatori a Port Lligat, sulla costa mediterranea vicina al confine tra Spagna e Francia. I paesaggi di quell’area saranno spesso protagonisti nella sua produzione artistica. Era il 1930, Dalì aveva soli 26 anni. In quanto surrealista, faceva parte di uno dei gruppi artistici di maggior fermento di quegli anni, ma ne era ancora una giovane leva, confrontata con artisti di maggiore esperienza come Max Ernst e Joan Miró. L’anno dopo, nel 1931, Dalí dipinse l’opera che gli varrà presto la fama mondiale e che diverrà uno dei dipinti iconici del ventesimo secolo: La Persistenza della Memoria.

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Salvador Dalí, La Persistenza della Memoria, 1931

Era la prima apparizione dei famosi orologi molli che diventeranno uno dei simboli più amati di Dalí. Il tempo che si scioglie, abbandonando ogni pretesa di essere riferimento assoluto, fu messa in riferimento con le nuove teorie della relatività di Albert Einstein, che per la prima volta metteva in discussione in termini scientifici una coordinata da sempre considerata inalterabile. E se il tempo non è affidabile nella realtà, figuriamoci quanto vale nella dimensione onirica, che resta quella prediletta da Dalí e dal Surrealismo. La persistenza del tempo è quindi relativa: il tempo è instabile e fuggevole, e i nostri ricordi, la nostra memoria, rischiano di essere l’unico modo di dargli durevolezza e stabilità. Allo stesso tempo, il concetto di persistenza diventa una beffa: le sensazioni date dal dipinto sono tutto tranne che garanzia di persistenza e solidità.

Illuminanti le parole dello stesso Dalí, che raccontò la genesi del dipinto ne La Vita Segreta di Salvador Dalí, la sua autobiografia pubblicata nel 1942:

“Una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com’è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce alborea, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato.”

Questo spiega la presenza degli elementi naturali nel dipinto, il paesaggio, le montagne e l’ulivo, che diventano così l’ultimo retaggio di un passaggio dalla dimensione realistica a quella del sogno, che avviene nella mente di Dalí proprio in quel momento. La figura bianca distesa per terra ha le sembianze di una palpebra chiusa (quindi dormiente), ma sono in molti ad averla interpretata come un autoritratto dello stesso Dalí, al centro del suo dipinto. L’orologio più a sinistra, l’unico non molle, è invaso dalle formiche, una delle fobie personali di Dalí, interpretate in maniera pacifica come il simbolo del decadimento. La mosca sull’orologio sul tavolo, invece, lascia pensare che il tempo non solo si liquefa, ma imputridisce. Il tempo, l’ultima delle coordinate a cadere sotto i colpi della modernità, è sotto attacco, e tolto quello non resta più alcun appiglio solido a cui affidarsi. Il dipinto è l’affresco della perdita di ogni riferimento certo.

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Salvador Dalí, Orologio Molle, 1931

Nella prima metà del Novecento non è dunque solo la prima guerra mondiale a togliere ogni certezza: ad essa si aggiungono le teorie rivoluzionarie di Freud e Einstein, che dichiarano scientificamente legittima la relatività di ogni percezione. L’arte riflette la coincidenza di tali incertezze attraverso le avanguardie, che tutte insieme si prodigano nel rimettere in discussione ogni tipo di classicismo.

La Persistenza della Memoria diventerà ben presto manifesto del Surrealismo e simbolo universale della relatività del tempo e della condizione umana. Fu anche il dipinto che rese famoso nel mondo Salvador Dalí, grazie soprattutto all’opera di diffusione compita da Julien Levy, che acquistò l’opera l’anno dopo e la espose nella sua galleria a New York. Quando nel 1934 propose una mostra dedicata a lui, fu anche organizzato un ricevimento serale in onore dell’artista. Dalí si presentò con sua moglie e una scatola di vetro sul petto, contenente un reggiseno. Dallo scalpore provocato in quella circostanza dovette successivamente scusarsi, ma fu lì che ebbe inizio il successo globale di Salvador Dalí, nonché la sua immagine di genio folle.

Circa la follia, però, fu lui stesso a stabilire il punto definitivo, nel 1956:

“C’è una sola differenza tra me e un pazzo: io non sono un pazzo.”

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