Nei panni di un duro: essere Humphrey Bogart

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“Il problema con il mondo è che tutti gli altri sono indietro di qualche drink.” Oppure “le cose non vanno mai così male da non poter andare peggio.” E anche “la differenza tra la vita e un copione cinematografico è che quest’ultimo deve avere un senso.” Queste frasi, ruvide e piene di amare verità, sono tutte di quell’uomo piccolo e non particolarmente bello che riuscì a ritagliarsi ruolo dopo ruolo un proprio spazio nel cinema, fino a piegarlo con il suo immenso carisma: Humphrey Deforest Bogart.

Ben pochi avrebbero pensato, all’inizio della sua carriera, che un giorno sarebbe diventato uno dei volti più celebri del Grande Schermo. Sono passati più di sessant’anni dalla sua morte e vale la pena ricordare quest’uomo divenuto nel tempo una delle icone più rappresentative di Hollywood.

Chi non avrebbe chiamato Sam Spade o Philip Marlowe per risolvere un problema? E se si volesse qualcuno con cui sfogare i torti della vita, non si andrebbe cercare conforto da Rick Blaine nel suo Rick’s Café Americain? Bogart, però, non fu solo questo: seppe calarsi anche in ruoli difficili e ambigui, come quello del paranoico Capitano Queeg o dell’avido Dodds.

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Humphrey Bogart nel ruolo di Philip Marlowe ne Il Grande Sonno

I suoi inizi cinematografici non furono semplici. Figlio di una famiglia benestante (che per lui aveva altri piani), quando negli anni venti decise di dedicarsi alla recitazione, si concentrò principalmente suoi ruoli offerti da Broadway, riscuotendo sul finire del decennio l’attenzione di Hollywood. Per un po’ si adattò alle piccole comparsate nelle produzioni che gli venivano proposte, continuando a dedicarsi anche al teatro, fino al ruolo che gli cambierà la carriera, quello di Duke Mantee, ne La Foresta Pietrificata. Il successo dell’opera teatrale comportò un rapido interessamento della macchina cinematografica e il cast venne scritturato al completo per l’imminente film: a parte Bogart, che non venne considerato all’altezza.

Il suo collega e amico, Leslie Howard, che avrebbe avuto il ruolo di protagonista come nel lavoro teatrale, minacciò di stracciare il contratto se anche Bogart non fosse stato della partita, così la produzione dovette piegarsi. Il felice riscontro della sua interpretazione drammatica lo catapultò nel 1936 tra gli attori su cui gli studios potevano puntare e lui non si dimenticò mai della stima di Howard, che morì in tragiche e misteriose circostanze nel 1943.

La scalata di Humphrey Bogart era solo all’inizio: a quel tempo gli studios erano padroni delle carriere dei loro attori e ne indirizzavano le scelte dei copioni, trattandoli quasi come dei semplici impiegati. Bogie si trovò relegato per anni a interpretare il cattivo o comunque il gangster, ruolo che gli aveva dato la ribalta, fossilizzandolo peró in parti stereotipate e ripetitive. Ma nel 1941 la sua sorte cambiò con Una pallottola per Roy.

La sua ennesima interpretazione del cattivo, stavolta non standardizzata, ma colma di ripensamenti e dubbi morali, fece accentrare su di sé l’attenzione di media e pubblico. Da qui non si fermò più. Vennero poi Casablanca, Acque del Sud, Il grande sonno, La regina d’Africa, L’ammutinamento del Caine, via via fino a Il Colosso d’argilla, sua ultima interpretazione.

Trasportò sempre più il suo personaggio nella vita di tutti i giorni, indossandolo come un vestito, dedicandosi all’alcool come fosse un amico con cui confidarsi. Ma si racconta anche che il suo cinismo fosse una maschera e che non bevesse tanto come raccontava. E con le donne non fu mai facile. Dopo tre matrimoni in cui passò la maggior parte del tempo a litigare, trovò in Lauren Bacall la donna che finalmente lo domò nel 1944 e con cui visse fino alla morte.

Humphrey Bogart fu anche un enorme piantagrane per Hollywood: troppo difficile da gestire e troppo indipendente, ma soprattutto troppo schietto. Era un uomo che aveva opinioni e non si faceva pregare per esporle, tutto d’un pezzo e con un’etica di fondo che fu la colonna portante della maggior parte dei suoi personaggi. Nel 1947, con il Comitato per le attività antiamericane pronto a scovare spie rosse ovunque, guidò una spedizione a Washington contro questi sedicenti difensori della patria, accusandoli di ledere ai suoi diritti civili. Non fu mai un comunista, ma solo l’idea che qualcuno potesse dirgli cosa doveva pensare lo rendeva assai diffidente e scontroso. Il compromesso non era accettabile e sosteneva che la fortuna maggiore nell’avere dei soldi era di poter essere liberi di mandare a quel paese i pezzi grossi.

Quando si pensa a un duro, quello che ti balena in mente è Bogie, per forza Bogie: un uomo che saprebbe prendere un pugno in pieno volto e restare capace, con uno solo sguardo, di garantirti che la sua risposta sarà tremenda e micidiale.

La morte non fu tenera con lui (che l’aveva sfidata in tanti film) impiegando mesi a portarlo via, scavando il suo fisico e facendolo rendere conto dell’avvicinarsi della fine. Bogie morì il 14 gennaio del 1957, ancor più segnato in quel viso intenso, che sembrava fatto per essere coperto da un borsalino e stretto dal collo dell’impermeabile. Humphrey Bogart non riuscì ad andarsene come uno dei suoi personaggi: fumando una delle sue infinite sigarette, mentre la nebbia lo avvolge e i suoi passi scandiscono la fine del film.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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