Morire per delle idee: gli eroi proletari cantati da Guccini, Gaetano, De André

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Questa è la storia di tre eroi proletari. Uno di loro è esistito realmente, un altro è ispirato sull’esistenza del primo, un terzo ha un’identità immaginaria. Tutti e tre sono stati celebrati da tre grandi artisti della tradizione musicale italiana. Sono Pietro Rigosi, cantato ne La Locomotiva di Francesco Guccini, Agapito Malteni, protagonista de Il Ferroviere di Rino Gaetano, e l’impiegato senza nome, sul quale si fonda la Storia di un Impiegato di Fabrizio de André e in particolare il brano Il Bombarolo. Questo articolo narra le loro storie.

Anni ’70. Gli anni del piombo, delle brigate, delle barricate in strada, delle proteste studentesche, degli scioperi in fabbrica, delle lotte armate e di quelle soffocate. Anni duri e difficili anche per quei cantautori che tentavano di esprimersi liberamente, al di sopra di ogni censura politica (si veda il processo pubblico degli autonomi, al Papalido di Milano, intentato contro De Gregori, il 2 aprile del 1976).

In questo clima politico incandescente, che come vento umido e sabbioso di scirocco presagiva l’esplodere del terrore rosso, si innestarono le voci di quei tre profeti che, prima di tutti, avevano saputo assorbire e interpretare lo spirito di quegli anni. Questi tre figli di Cassandra dipinsero tra i versi, la folle corsa di quegli eroi, giovani e belli, che riuscirono a tenere alta la “fiaccola dell’anarchia”, prima di spegnersi per sempre.

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua:
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli,
gli eroi son tutti giovani e belli…

20 luglio 1893. Dalla stazione di Poggio Renatico, il macchinista Pietro Rigosi decide di impadronirsi di una locomotiva e di dirigersi, alla folle velocità di 50 Km/h, verso la stazione di Bologna. Convinto e persuaso da quelle parole che volevano gli uomini tutti uguali, decise di accendere e rivolgere la “bomba proletaria” verso quei ricchi borghesi in prima classe, che ogni giorno trasportava.

Agapito Malteni era un ferroviere
viveva a Manfredonia giù nel Tavoliere
buona educazione di spirito cristiano
ed un locomotore sotto mano

Come Pietro Rigosi, Agapito Malteni faceva il ferroviere. In 30 anni aveva visto la sua Manfredonia svuotarsi. Quegli stessi treni, simbolo di un progresso a cui non seguì alcun sviluppo, rendevano possibile l’esodo di quei contadini che arrendevoli rinunciarono troppo presto alla falce del sud per imbracciare il pesante martello del nord. Interrompere quella transumanza di vite umane, bloccando il treno a Roma o a Barletta, divenne lo scopo per il quale Agapito era disposto a perdere tutto.

Chi va dicendo in giro
Che odio il mio lavoro
Non sa con quanto amore
Mi dedico al tritolo
È quasi indipendente
Ancora poche ore
Poi gli darò la voce
Il detonatore

Diversa è invece la storia di un impiegato solo e senza nome, proprio come solo e senza nome è il terrore. I suoi trent’anni erano poco più di quelli di coloro che, in quel maggio, incendiavano le 1100 per le piazze, portando avanti quell’utopia di eguaglianza sociale che rendeva tutti coinvolti. Con un solo gesto, con una bomba in Parlamento, l’impiegato avrebbe voluto distruggere quel potere corrotto, verso il quale troppo spesso aveva remissivamente piegato il mento.

Il medesimo destino accomuna le vicende dei tre martiri.

La locomotiva di Pietro fu deviata verso alcuni treni merce e il folle volo che seguì lo schianto, sfigurò il volto dell’eroe giovane e bello, che portò avanti “la guerra santa dei pezzenti”.

Il tradimento di un amico poco utopista, determinò invece la morte di quell’eroe, molto complessato, che era Agapito Malteni.

La goffaggine e la mania di protagonismo del giovane impiegato inficiarono sulla buona riuscita dell’attentato, che si concluse con l’esplosione di un chiosco di giornali e il conseguente arresto del bombarolo.

I richiami ritmici, melodici e testuali che legano le tre opere, pubblicate ad un anno di distanza l’una dall’altra, sono notevoli. Ma cosa avranno mai voluto dirci Faber, Rino e Guccini nel raccontarci la nemesi prematura di questi eroi mancati?

guccini_gaetano_deandre

L’ipotesi che il loro sia un corale inno al terrore è da escludere fin da subito. Guccini non eseguì La Locomotiva durante gli anni in cui la morsa del terrore rosso si fece più stretta. De André, oltre a non eseguire la canzone in concerto, affermò in un intervista alla Domenica del Corriere, che in Storia di un impiegato si era, per la prima volta, espresso politicamente, ma in una maniera sicuramente troppo oscura e fraintendibile. Il bombarolo costuisce quindi una satira cruda del terrorismo dei primi anni ’70.

L’artista è colui che è in grado di avvertire e prevedere prima di tutti importanti cambiamenti epocali.

L’impoverimento e il calo demografico del Sud spaventavano il giovane Rino, così come le possibili gesta ignobili di schegge impazzite e solitarie attanagliavano gli incubi di artisti e intellettuali politicamente schierati, come Guccini e De Andrè.

Più che un omaggio alla lotta di classe violenta e sanguinosa, le loro canzoni, suonarono in quegli anni, come un monito, come una messa in guardia dai rischi a cui un certo tipo di lotta avrebbe condotto.

Ma i fallimenti delle imprese dei tre eroi, potrebbero essere interpretate anche come il frutto di mirate strategie di potere volte a garantire il soffocamento politico di quei movimenti, riconducibili alla sinistra extraparlamentare, che in quegli anni costituiva la vera opposizione alla Democrazia Cristiana e l’unico argine alla destra economica.

Ma se da una parte le vicende dei tre eroi possono in qualche modo infiammarci lo spirito e spingerci alla lotta, dall’altra quei testi, intrisi di poesia e di sarcasmo, sono la dimostrazione di come sia del tutto ingiustificabile morire, ma soprattutto uccidere, per delle idee.

“Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio
lo predicano spesso per novant’anni almeno.
Morire per delle idee sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno.”

Morire per delle idee, Fabrizio De Andrè

Gianmarco Girolami

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(Articolo pubblicato originariamente su Spirito Blog e gentilmente concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione)

 

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