The Cloverfield Paradox: un marketing geniale per la saga più folle del decennio

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È stato ufficializzato a sorpresa durante il Super Bowl del 2018, nel momento in cui vengono presentati i titoli più caldi della stagione cinematografica successiva, ed è approdato su Netflix nel giro di due ore: The Cloverfield Paradox, terzo capitolo della saga di Cloverfield (il franchise cinematografico più atipico dell’ultimo decennio) è destinato ad essere ricordato come il titolo che ha avuto probabilmente la campagna marketing più interessante degli ultimi anni, e che ci ha messi di fronte a nuove possibilità per la fruizione cinematografica e per il lancio promozionale di un film.

Torniamo indietro di dieci anni. Siamo a cavallo tra il 2007 e il 2008, i social network esistono già ma non sono ancora parte integrante delle nostre vite, la realtà dello streaming legale non è ancora diffusa capillarmente a livello mondiale, i film escono solo in sala e, soprattutto, chi si interessa di cinema frequenta ancora i forum. È proprio grazie ai forum e ad un passaparola spontaneo tra appassionati che comincia a farsi largo in poche settimane uno dei fenomeni di viral marketing più belli visti fino a quel momento: uno strano sito riporta messaggi in codice che riconducono a frammenti video apparentemente incomprensibili (video amatoriali di una festa, scene di panico generale tra le strade di New York) pubblicati su YouTube. Non ci vuole molto a capire che si tratta della campagna promozionale di Cloverfield, il monster movie prodotto da J. J. Abrams e girato con la tecnica del found footage (finto video amatoriale) che parla dell’attacco alla terra da parte di un gigantesco mostro emerso dal nulla.

Anziché puntare su un marketing tradizionale, Bad Robot e Paramount Pictures si affidano a questa innovativa campagna online, che dà buoni frutti. Persone da tutto il mondo cominciano a parlare del film e a cercare di capire di che si tratti: c’è chi ipotizza un remake di Godzilla, chi un film sul risveglio di Cthulhu e chi trova collegamenti arditi con la copertina dell’album di debutto dei Wolfmother (un brano del disco è udibile in un frammento video); il risultato finale è che a fronte di un budget di 25 milioni di dollari il film ne porta a casa oltre 170, generando utili notevoli e lanciando ad Hollywood il regista Matt Reeves (la saga del Pianeta delle Scimmie, il prossimo reboot di Batman) e lo sceneggiatore Drew Goddard (Quella casa nel bosco, The Martian), entrambi esordienti.

Passano gli anni e le voci di un seguito si susseguono, ma nulla di concreto si muove fino a quando nel 2016 si riattiva il sito della campagna marketing del primo film, questa volta per lanciare 10 Cloverfield Lane, un sequel spirituale completamente diverso dal capitolo precedente: abbandonata la tecnica del found footage, il nuovo film si svolge quasi interamente all’interno di un bunker antiatomico nel quale si risveglia una donna, ospite (o forse prigioniera) del misterioso Howard (un grande John Goodman) mentre all’esterno è in corso un attacco alieno. Il successo è ancora una volta ottimo, 108 milioni incassati contro 15 di budget, e l’attenzione dei fan si sposta su un nuovo progetto della Bad Robot, intitolato God Particle, che sembra destinato a diventare il terzo segmento della saga.

Avvolto nel mistero per tutta la fase di lavorazione, God Particle sembra essere la storia di una stazione spaziale orbitante intorno alla terra, alla ricerca di una nuova fonte di energia basata sull’utilizzo di un potente acceleratore di particelle. Per tutto il 2017 la data d’uscita del film viene rinviata: le voci di un suo collegamento col franchise di Cloverfield si fanno più insistenti (pare che il suo titolo sia stato mutato in Cloverfield Station) così come quelle di una sua distribuzione su Netflix. Nel gennaio 2018 riparte nuovamente la campagna online sul sito storico: ormai è ufficiale il collegamento di God Particle col franchise, ma nessuno ha ancora idea della sorpresa in arrivo il 4 Febbraio durante il Super Bowl.

The Cloverfield Paradox è il vero titolo del progetto, che viene lanciato sulla piattaforma di streaming preceduto solo da uno spot di 30 secondi e da un poster diffuso online. Nessuna conferenza, nessuna anteprima stampa, nessun giro di interviste o articolo di giornale: il film è online, disponibile per gli utenti Netflix di tutto il mondo senza alcun passaggio intermedio e soprattutto senza marketing, pronto per un giudizio da parte del pubblico che per certi versi risulta molto più libero di quanto avvenga normalmente.

Lo shock all’interno del settore è notevole (si tratta di una forma di distribuzione inedita per un film di questa portata) e le prime reazioni da parte della critica variano dalla promozione con riserva alla stroncatura totale. Ma il film è valido? Esattamente come con gli altri due capitoli della serie siamo di fronte ad un prodotto divisivo, “love it or hate it” senza mezze misure. Per amarlo occorre innanzitutto amare il cinema di genere, e non restare infastiditi dalla sua natura di puro intrattenimento. In secondo luogo occorre essere di mentalità aperta verso la non-logica di questo franchise, fatto di film solo vagamente collegati tra loro e che con il progredire di film in film sembra voler aggiungere nuove domande anziché dare risposte alle precedenti, cosa che magari lo spettatore che pretende di conoscere tutto potrebbe trovare insopportabile (ma d’altronde stiamo parlando di una creatura del produttore di Lost). Infine, cosa più importante di tutte, occorre amare la concezione puramente lovecraftiana del terrore proposta da questa saga: il terrore dell’ignoto, dell’imprevisto, dell’errore umano, dell’assurdo e di tutto ciò che si spinge oltre l’umana comprensione.

Adottando questa mentalità è impossibile non apprezzare il film, che a partire da un paradosso spaziotemporale mostra l’incessante caduta di ogni logica e di ogni legge della fisica nel nostro mondo, e poco importa se l’impianto della trama ruba palesemente spunti ad Alien e a Punto di non ritorno: l’esecuzione è buona, il ritmo c’è e la filosofia di fondo del franchise è rispettata. In fondo si parla di mostri: i mostri davanti ai nostri occhi (Cloverfield), i mostri dentro di noi (10 Cloverfield Lane) e i mostri creati da noi (The Cloverfield Paradox), aspettando di scoprire quali saranno i mostri e la nuova strategia promozionale del quarto capitolo, per ora intitolato Overlord (ma scommettiamo che cambierà titolo?), ambientato durante gli orrori della seconda guerra mondiale e in uscita a quanto pare verso la fine di quest’anno.

Scritto da Oren Uziel (22 Jump Street), diretto da Julius Onah (The girl is in trouble) e interpretato da Gugu Mbatha-Raw (Black Mirror: San Junipero), David Oyelowo (Selma) e Daniel Bruhl (Bastardi senza gloria, Rush), The Cloverfield Paradox è disponibile su Netflix dal 5 febbraio: il tempo ci saprà dire se la sua strategia di lancio decisamente non convenzionale avrà fatto scuola.

La saga Cloverfield è su Amazon

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