Dieci film per capire la seconda guerra mondiale

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Sull’onda di una ripresa di un periodo storico fondamentale della storia recente, e seguendo il successo di alcuni film recenti che hanno colpito in molti (alcuni di essi li trovate nella lista a seguire), l’esigenza di approfondire le dinamiche e gli accadimenti della seconda guerra mondiale è sempre più un bisogno del momento. Riscoprire l’ultima tragedia planetaria della storia dell’uomo è un modo per comprendere le dinamiche da cui è scaturita, le politiche che l’hanno iniziata e le differenze culturali che l’hanno determinata. È, in fondo, non solo un modo per prevenire il ripetersi della storia, ma soprattutto per capire noi stessi, la nostra natura. Lo si può fare gettandosi nei libri, o approfittando del cinema, un arte capace di raccontare le cose in modo da evidenziarne prospettive particolari. E soprattutto, un arte accessibile a tutti.

È per questo che oggi sono molti a ritrovarsi con un interesse a rivedere i film che hanno provato a spiegare, mettere in scena, illustrare la seconda guerra mondiale. Di ottimi film sul tema ne sono stati fatti numerosi, negli anni. Ne abbiamo selezionato dieci, capaci di offrire un ventaglio variegato di punti di vista su uno dei momenti storici più complessi e ricchi di spunti del passato recente. Dagli anni in cui gli effetti della guerra erano ancora in mezzo a noi, ai giorni nostri e ai film che hanno infiammato il pubblico di recente. Dieci prospettive uniche sul nazismo, sulla guerra e su come ci si è arrivati. Per capire un po’ di più la natura dell’essere umano.


Roma Città Aperta
di Roberto Rossellini
1945

“La storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”: come non essere d’accorto col regista Otto Preminger? Cinecittà è occupata per dare rifugio agli sfollati a causa dei bombardamenti, Roberto Rossellini è dunque costretto a girare il suo film con mezzi quasi pari a zero: ci si sposta nelle strade distrutte, con un’illuminazione naturale, attori non professionisti se non per i due protagonisti Anna Magnani e Aldo Fabrizi, una sceneggiatura di fatto non esistente ma che viene creata durante le riprese (la famosissima scena della morte fucilata di Anna Magnani). Realismo, anzi, neorealismo, perché nudo e crudo come mai era stato fatto prima. Ma anche i temi sono rivoluzionari: in una Roma devastata, partigiani comunisti e preti cattolici incredibilmente si uniscono per combattere un nemico più grande che rischia di eliminare la società, ovvero il nazismo.

Sì, oggi la pellicola sembra si scordi un po’ troppo facilmente e velocemente del passato fascista italiano (e del regista in prima persona), fomentando il credo “dopotutto italiani brava gente”; la guerra vista dal popolo è pura mortificazione senza senso. Eppure, il messaggio rivoluzionario e importante è quello finale: i bambini che dopo aver visto la morte del prete tornano verso Roma. I bambini sono il simbolo della speranza per un nuovo mondo che sorga sulle ceneri del precedente, e forse sono anche il simbolo di un nuovo cinema che si liberi dei dogmi hollywoodiani: le Nouvelle Vagues. (M. B.)


L’infanzia di Ivan
di Andrej Tarkovskij
1962

L’Infanzia di Ivan, del regista russo Andreij Tarkovskij, merita uno spazio a parte tra i film di questa lista. A Tarkovskij non importa descrivere la guerra e le sue vicende ma dare una visione del conflitto da un punto di vista del tutto particolare, e cioè quello del piccolo Ivan. Orfano, Ivan si unisce prima ai partigiani russi e poi all’esercito regolare sovietico, per cui svolgerà alcune missioni a lui affidate. Al bambino, legato da un particolare rapporto con il colonnello Grjaznov e il capitano Kholin, verrà affidata in ultimo una missione da cui non tornerà più.

La pellicola fu accusata dal governo sovietico di astrattismo e cosmopolitismo filo-occidentale, per le sue sfumature poetiche e il suo registro oscillante tra mondo reale e regno dell’onirico. Tarkovskij mescola in effetti sapientemente gli eventi della vicenda con alcune visioni e sogni di Ivan, in cui la protagonista preponderante è la madre morta. Come ebbe a scrivere Tarkovskij nel suo saggio Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, pubblicato fino al 2002 da Ubulibri ed oggi fuori commercio: “le proteste della produzione cinematografica, ogni volta che ci sforzavamo di sostituire i collegamenti narrativi con collegamenti poetici […] Tutti i bruschi passaggi del nostro film dai sogni alla realtà e viceversa […] a molti apparivano scorretti.” Ed anche in Italia, allora, il film non fu ben visto, specie da una certa parte della sinistra, che lo accusò di formalismo e di essere il prodotto di una “cultura decadente”.

L’unica voce di “sinistra” che si alzò in difesa di questo film, più tardi considerato il primo capolavoro di un maestro immortale, fu quella di Sartre, che in un articolo pubblicato sull’Unità il 9 ottobre del 1962, scriveva: “I suoi incubi, le sue allucinazioni (di Ivan) non hanno nulla di gratuito […] restano puramente oggettive; continuiamo a vedere Ivan dall’esterno, come nelle scene “realistiche”; la realtà è che, per questo ragazzo, il mondo intero è un’allucinazione e che in questo universo questo ragazzo, mostro e martire, è un’allucinazione per gli altri […] Non è una questione di espressionismo né di simbolismo, ma una determinata forma di narrazione, richiesta dal soggetto stesso”. L’infanzia, il sogno, l’allucinazione, per guardare la seconda guerra mondiale da un punto di vista nascosto, ma che rischia di spiegarne gli aspetti sfuggiti ai più. (N.)


Salvate Il Soldato Ryan
di Steven Spielberg
1998

Patriottismo, eroismo ed una buona dose di azione fanno di Salvate il soldato Ryan uno dei film più popolari sulla seconda guerra mondiale. Steven Spielberg, che con questo film si aggiudica il secondo Oscar per la miglior regia della sua carriera (il primo lo ottenne per un film intellettualmente vicino, Schindler’s List), firma ancora una volta quello che si può definire un vero e proprio kolossal, riunendo un cast d’eccezione capitanato da Tom Hanks nella parte del capitano dell’esercito americano John H. Miller.

La vicenda, che si svolge nei giorni del d-day, può essere suddivisa in due parti principali: la prima racconta dello sbarco in Normandia della Compagnia C del secondo battaglione Ranger, guidata appunto da Miller e accolta dall’esercito tedesco, sulla spiaggia di Omaha Beach, con un tripudio di mitragliatori e bombe a mano. Questa prima mezz’ora del film, fin esageratamente cruenta (c’è davvero bisogno degli intestini rovesciati fuori dai corpi stile Non aprite quella porta?) , riassume e rinsalda quanto, in pratica, è già stato visto in qualunque film di guerra americano dagli anni ’70 in avanti. Da segnalare, ad ogni modo, la perfezione tecnica con cui queste scene di guerra vengono girate, capace di portare nel bel mezzo della battaglia anche lo spettatore. Spielberg, d’altronde, è maestro nel suscitare sensazioni forte grazie ad artifici tecnici non sempre raffinati, ma comunque funzionali e ficcanti.

Nella seconda parte del film, invece, se vogliamo perfino troppo lenta per quelli che sono gli scopi del film, un piccolo drappello di uomini, guidati dal capitano Miller/Tom Hanks, dovrà cercare un commilitone paracadutista i cui tre fratelli sono morti in guerra. È giunto ordine dall’alto, infatti, che il soldato in questione, ovvero il soldato Ryan, sia portato a casa sano e salvo, affinché la signora Ryan possa riabbracciare vivo e vegeto almeno uno dei suoi figli. I nostri cominciano così a setacciare la Normandia in cerca del disperso. Se ne vedranno delle belle, fino al finale dai toni piuttosto epici. L’epopea del capitano Miller, nonostante qualche eccesso narrativo al limite dell’irrealistico (e qualche indugio di troppo nel ritmo), regge bene le sue quasi tre ore, e il film nel suo insieme è piuttosto godibile fino alla fine. In maniera analoga a quanto fatto da Kubrick con Full Metal Jacket e il Vietnam, Salvate il Soldato Ryan racconta una verità costante circa ogni guerra, anche la seconda guerra mondiale: ogni soldato è un uomo, solo, circondato dalla follia dell’ostilità. (N.)


La Sottile Linea Rossa
di Terrence Malick
1998

Forse La sottile linea rossa è il film americano sulla seconda guerra mondiale più poetico e più obiettivo mai fatto. Poetico perché la macchina da presa di Terrence Malick, nel filmare la missione semi-suicida del gruppo di fucilieri Charlie (un reparto dell’esercito statunitense che viene mandato a conquistare un campo d’aviazione giapponese posto in cima a una collina a Guadalcanal), cerca in tutti i modi di scappare dall’orrore che sta vivendo: guarda verso il cielo, pensa alla casa che i soldati sono stati costretti a lasciare, lunghi piani sequenza che si immergono in una natura pacifica e idealizzata. Ma poi viene richiamata al massacro e quindi diventa improvvisamente estremamente fisica: portata come al solito rigorosamente a mano, ci fa sentire sulla nostra pelle la sofferenza del conflitto.

Ma dicevamo anche la pellicola forse più obiettiva, in quanto dopo la metà del film, quando i soldati riescono nell’impresa che sembrava impossibile, quando sembra ormai arrivato il lieto fine, all’improvviso i soldati giapponesi non appaiono più manichini nemici senza anima: sono persone mandate a morire senza un perché proprio come i soldati americani. E allora questo capolavoro di regia, condito da un cast stellare che viene ucciso diegeticamente ma anche in fase di montaggio (tante le parti di attori illustri tagliate, il film doveva durare sei ore), diviene un’opera poetica contro l’inutilità della guerra, contro la sofferenza dei singoli soldati strappati alla propria famiglia soltanto per “una questione di proprietà privata”: un vero inno alla vita. (M. B.)


La Caduta
di Oliver Hirschbiegel
2004

La caduta, del regista tedesco Oliver Hirschbiegel è invece un film dal taglio molto diverso. Ripercorre le vicende occorse ad Hitler ed ai i suoi fedelissimi durante gli ultimi giorni precedenti alla presa sovietica di Berlino. L’approccio del regista è piuttosto verista e sono esclusi da questo film quegli eccessi di stampo romantico presenti invece in altri film. Pellicola onesta e sobria, in cui la caratterizzazione dei personaggi è piuttosto riuscita, attenta a riprodurre minuziosamente gli ambienti del bunker e della Berlino devastata dai bombardamenti. Nonostante questi meriti si rende però colpevole di alcune (neanche troppe piccole) sviste storiche, a partire dalle modalità della morte di Goebbels e consorte, fino al riferimento alla penicillina, che nell’anno in cui si svolgono gli eventi, il 1945, non è ancora stata commercializzata. Ciò a parte, comunque, è un film riuscito, godibile e curato, salvo qualche lieve deriva caricaturale, qua e là, di alcuni dei personaggi rappresentati. Adatto a chi ama film senza troppi fronzoli ma attenti a non romanzare troppo gli eventi storici, cercando di restituirli con uno sguardo il più possibile oggettivo. In guerra ognuno è, a modo suo, una vittima, e il secondo conflitto mondiale non fa eccezione. (N.)


Il Nastro Bianco
di Michael Haneke
2009

Verrebbe da pensare che un film ambientato nella Germania protestante intorno al 1914 non possa avere niente a che vedere con la seconda guerra mondiale, che scoppierà venticinque anni dopo. Eppure è proprio questa la grande ambizione (e allo stesso tempo la scommessa vinta) de Il Nastro Bianco di Haneke: raccontare le condizioni sociali, i rapporti di forza, gli ambienti autoritari in cui sono cresciuti gli adolescenti tedeschi di inizio novecento, gli stessi che anni dopo, da adulti, contribuiranno all’ascesa del nazismo e all’imposizione di metodi di sopraffazione e crudeltà verso il diverso. La carica emotiva del film riesce a colpire nel segno, nonostante niente sia detto in maniera esplicita. Lo spettatore osserva le dimostrazioni di potere susseguirsi in maniera spietata, spesso sproporzionate rispetto all’oggetto del suo esercizio, e il rapporto di sottomissione dei giovani realizzarsi in maniera totale, passiva, avulsa. C’è tempo prima che la seconda guerra arrivi, ma si può già capire molto su una parte di umanità che giocherà più avanti un ruolo determinante. (C. A.)


Bastardi Senza Gloria
di Quentin Tarantino
2009

È possibile trattare la seconda guerra mondiale mischiando western, splatter e kammerspiele? Sì, se ti chiami Quentin Tarantino. La pellicola è un omaggio al cinema, per lo strabordante citazionismo, certo (dai nomi dei personaggi, alle locandine dei film, alla stessa sceneggiatura); ma anche per la recitazione, tutti infatti interpretano una parte e lo danno bene a vedere: l’iconico Orso Ebreo che in una atmosfera da spaghetti western spacca teste di nazisti con una mazza da baseball, Hans Landa classico esempio del tedesco cattivo perfezionista e autoironico, l’esagerato yankee Brad Pitt tutto fatti e adrenalina. È palesemente una messa in scena, eppure c’è un realismo esasperato: attenzione spasmodica ai dettagli (Michael Fassbender che si tradisce per il gesto con cui fa il numero tre, il modo in cui fuma Hans Landa), plurilinguismo precisissimo. Ma allora cos’è Inglourious Basterds? È lo spettacolo contemporaneo puro, con un intreccio di sub-plots studiati a puntino, una colonna sonora da applausi e una contaminazione di generi che ridefinisce il genere stesso.

Ovviamente qui parliamo di pura prospettiva artistica, non c’è alcun messaggio in Bastardi Senza Gloria che faccia scoprire nuovi dettagli sulla guerra e su quegli anni. Eppure il gioco di sotterfugi, le figure naziste senza pietà, la vendetta covata dagli ebrei, la visione da lontano degli americani, in un certo qual modo offrono spunti veri sulle dinamiche personali legate agli eventi di quegli anni. Se cercate la guerra vista con uno sguardo oggettivo, guardate un altro film: Tarantino si accanisce grottescamente contro i nazisti, si concede addirittura di smitragliare più volte la faccia di Hitler. E nel finale, quando Brad Pitt incide la svastica sulla fronte di Christoph Waltz, una lacrimuccia di commozione può sfuggire. Perché non si può non amare quel bastardo di Tarantino. (M. B.)


La Battaglia di Hacksaw Ridge
di Mel Gibson
2016

“E tu pensi che a questa guerra freghi qualcosa dei tuoi ideali?”
“Mentre gli altri staranno spazzando via delle vite, io le starò salvando. È così che servirò il mio Paese.”

Wikipedia dice che La battaglia di Hacksaw Ridge è la storia del primo obiettore di coscienza. E che racconta la battaglia reale tra Stati Uniti e Giappone, dove quest’ultimo giocava in casa. Non credetegli. Hacksaw Ridge è un terremoto per l’animo dello spettatore, un fiume in piena dove scorrono domande universali: in che cosa crediamo, quanto vale ciò che crediamo per la nostra vita, cos è la vita, cos’è l’amore, cos’è la fede. Mel Gibson ci afferra per il bavero e ci chiede, per tutto il film, se ha senso la parola “eroe”, e decide di sfottere per più di due ore la figura del cavaliere senza macchia e senza paura.

Pochi meglio di Andrew Garfield, star di Hollywood che sembra sempre fuori posto sotto i riflettori, avrebbero saputo interpretare meglio il ruolo di Desmond Doss, un ragazzo ostinato, che ha deciso che avrebbe fatto arrabbiare le persone a cui teneva di più pur di non venire meno a quello in cui credeva, e che ha tracciato un sentiero per altri coraggiosi. Anche chi non ama i film di guerra non può che rimanere col fiato sospeso per quei 140 minuti: vi racconterà una battaglia e non vi risparmierà niente, ma scoprirete di non tifare per nessuna delle due parti. Perché in fondo nella guerra non ci sono parti da prendere. Piuttosto, stavolta, stare dalla parte dell’idea. È la storia di un uomo che potremmo essere tutti, che sceglie di non farsi cambiare dalla storia: non a caso ha fatto incetta di premi e nomination: nominato al premio oscar per il Miglior film, Miglior regia a Mel Gibson, miglior attore protagonista a Andrew Garfield. Se li avesse vinti, non avrebbe fatto un torto a nessuno. (I. A.)


Dunkirk
di Christopher Nolan
2017

La seconda guerra mondiale secondo Christopher Nolan è mostrata attraverso uno dei momenti collettivi più affascinanti di quegli anni: la ritirata delle truppe alleate sulla piccola spiaggia di Dunkerque, al nord della Francia, circondati dalla potenza dell’esercito nazista e in attesa che le complesse operazioni di evacuazione abbiano luogo. L’enorme difficoltà dell’operazione, i tempi strettissimi, il nemico senza volto che attacca in maniera spietata, e l’impatto emotivo che si ha nell sentirsi parte della società civile che si è mobilitata in massa per aiutare i soldati, tutti questi sono gli elementi storici che da soli rendono unica quella storia. E poi ovviamente c’è Nolan e il suo film, che ci porta spalla a spalla coi soldati, a contatto ravvicinato con l’impressione di essere perduti, attaccati da ogni parte, costretti a competere con chi ti sta vicino per un posto verso casa. Perché guerra significa avvicinarsi ai limiti più estremi in cui l’essere umano può spingersi, e guardare oltre l’abisso delle sensazioni conosciute. Tutto ciò è successo davvero, non c’è finzione negli eventi raccontati. Ed è stato terribile. (C. A.)


L’ora più buia
di Joe Wright
2017

L’ultimo in ordine cronologico è uno dei film più particolari del suo genere, che ci ha permesso di rivivere la seconda guerra mondiale dal punto di vista più politico, e per estensione dalla prospettiva del normale cittadino europeo. L’ora più Buia è quella in cui il nuovo primo ministro del Regno Unito Winston Churchill si è ritrovato nella scomodissima posizione di dover prendere una delle decisioni più difficili della storia politica moderna: arrendersi di fronte alla schiacciante supremazia delle forze armate naziste avventurandosi nel rischioso terreno della negoziazione da sconfitti, o resistere contro ogni probabilità, fino alla fine, in nome dei principi in cui si crede, convinti che non si può scendere a ragionamenti con dittatori spietati che vogliono invaderti.

In quel momento disperato, la resistenza ad ogni costo di Churchill è stata fondamentale per tenere l’Europa unita, e vederlo nel film convincere di giorno in giorno quelli che gli stanno intorno, fino a sentire sulla propria pelle l’energia del popolo nelle strade, che urla senza dubbio “no, non ci arrenderemo mai!”, è esattamente ciò che il regista voleva ottenere: farci tutti sentire dalla stessa parte. Dalla parte dei giusti. Dalla parte di chi ha il coraggio di prendere una decisione che sembra un suicidio da ogni punto di vista, in nome dei principi in cui crediamo. Non è stato per nulla facile vivere ai tempi della seconda guerra mondiale. È il caso di non dimenticarlo, per tenere viva l’urgenza di evitare che la storia si ripeta. (C. A.)

Contributi di:
Carlo Affatigato, Ilaria Arghenini, Mattia Bonasia, Nubius

One comment

  1. Sono tutti emotivamente forti ma L’ora più buia mi ha scosso di più… quando chiama Hitler “l’imbianchino” rende bene l’idea dell’odio che prova … grande Gary Oldman

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