Chi ha ucciso la musica classica?

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La musica era uno dei pochi argomenti, insieme ai bambini e ai cani, a risvegliare una certa tenerezza in Hitler. Alle commemorazioni wagneriane appariva sempre con le lacrime agli occhi. Non era l’unico nazista a ostentare il suo amore per la musica e per la tradizione musicale tedesca. Mengele fischiettava le sue arie preferite mentre sceglieva le vittime delle camere a gas. Non vi è nemmeno dubbio che durante la dittatura la grande arte fu alleata della grande malvagità. “Grazie a Dio”, disse Strauss quando Hitler assunse il potere, “finalmente un cancelliere del Reich che si interessa di arte”. E Hitler non solo se ne interessava, ma era estremamente competente in materia, tanto da dispensare ai vari direttori d’orchestra, da Furtwängler a von Karajan, consigli di esecuzione o impressioni sulle loro performance.

A causa di Hitler, la musica classica non soffrì soltanto danni materiali incalcolabili (compositori assassinati nei campi di concentramento, futuri talenti uccisi sulle spiagge della Normandia, teatri d’opera distrutti), ma una più profonda perdita artistica e morale. Che colpa ne hanno Bach, Wagner, Strauss, Beethoven e Mozart, se un pazzo appassionato come Hitler utilizzò la loro arte travisando i messaggi e la simbologia nascosta nelle loro partiture, per renderla funzionale al suo pensiero?

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Adolf Hitler e gli altri ufficiali SS a un concerto

Dopo la guerra, gli Alleati, invece di fare del loro meglio per salvare i capolavori della tradizione tedesca, riappropriandosene per togliere il velo che la propaganda nazista aveva utilizzato impropriamente, si impegnarono affinché non soltanto la tradizione musicale tedesca ma l’intera musica classica acquisisse un’aura sinistra nella cultura popolare. Una demonizzazione che andò, peraltro, a tutto vantaggio della nuova musica a stelle e strisce. Gli americani d’altronde non avevano una loro tradizione musicale. Il jazz come il blues affondava le sue radici nell’Africa. Colsero l’occasione quindi per demonizzare la “grande musica” a tutto vantaggio del nascente movimento musicale che venne sparato in tutte le radio. È così che compositori come Gershwin, Copland vennero osannati. Con questo non voglio dire che non siano stati dei grandi artisti; solo che la loro ascesa e il loro successo presso il pubblico fu facilitato dalla sponsorizzazione politica. Può essere un caso che tutti questi nomi siano di origine ebrea?

La musica classica non solo fu bandita dalle principali emittenti radiofoniche ma anche da Hollywood, da sempre governata dalla potente lobby ebraica. La classica nei film doveva costantemente accompagnare barbarie o caratterizzare personaggi sadici. Sembra assurdo ma divenne un vero e proprio cliché cinematografico.

In Arancia meccanica, forse l’esempio più celebre, un giovane delinquente si perde in fantasticherie sulle note della Nona di Beethoven. In Apocalypse now i soldati americani assaltano un villaggio vietnamita con l’aiuto della Cavalcata delle valchirie di Wagner (uno dei brani preferiti da Hitler stesso, per inciso). È così in ogni film, quando un criminale, uno psicopatico o un malvagio hollywoodiano si accinge ad asservire l’umanità, ascolta un po’ di musica classica per entrare nell’umore giusto. La correlazione tra musica classica e orrore doveva essere massima.

In una delle scene più famose e cruente del film Il silenzio degli innocenti, capolavoro con Anthony Hopkins e Jodie Foster, il dottor Hannibal Lecter, imprigionato in una cella in attesa del pasto quotidiano è intento ad ascoltare le Variazioni Goldberg di Bach che scopriremo poi provenire da un registratore acceso all’interno della gabbia di reclusione. Come forse ricorderete, in questa scena le guardie non faranno una bella fine: al termine della sequenza ritroviamo Lecter, sporco di sangue, intento ad ascoltare ancora le Goldberg, tenendo gli occhi socchiusi mentre accarezza il registratore.

Messaggi trasmessi di continuo che ci hanno allontanati da questo straordinario patrimonio.

La grande produzione di musica classica di fatto si interruppe a metà del secolo scorso, e quel che venne dopo è di solito etichettato con definizioni come post-moderno, sperimentale e classica contemporanea. Oggi si pensa alla musica classica come a qualcosa che viene a un’era lontana del tempo, e diverse spinte (più o meno inconsce), spingono alcune parti della società attuale a privilegiare programmazioni orientate al nuovo e al contemporaneo, dimenticandoci del glorioso patrimonio storico che l’Europa ha avuto in ambito musicale. Riscoprire il nostro stesso orgoglio per quel che ci ha rappresentato in passato, anche negli anni bui della nostra storia, sarebbe invece la cosa migliore da fare.

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Dario Giardi ama la musica, la fotografia e la scrittura, ed è l’autore di Viaggio Tra Le Note. I segreti della teoria e dell’armonia musicale (2016, edito da I Libri Di Emil). Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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