Una notte d’inverno e Underwater Love

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Mentre guidavo una vecchia Ford a noleggio per le strade notturne di Colonia, col traffico regolare fatto di berline e monovolume e le luci gialle dei lampioni che si inseguivano a intervalli regolari, mi rimbalzava in mente la domanda che ultimamente mi facevano sempre più spesso: se sento di appartenere a questo posto. In realtà la domanda aveva sempre dei toni molto più increduli e più spesso assumeva forme del tipo: “Come fa a non mancarti il posto in cui sei cresciuto? Come fai a sopravvivere in un posto così diverso da quello dove sei sempre vissuto, col sole caldo, la vita della natura che si agita tra le onde del Mediterraneo, il cibo fresco, le agricolture degli anziani del posto, il calore della gente?”

Non so mai bene come rispondere a tutti quei quesiti. La cosa mi fa sentire un po’ in colpa, come se l’assenza di una risposta immediata sia una prova inequivocabile che qualcosa non vada in me. Magari è proprio così. Sarebbe molto più facile avere una risposta già pronta, da sfoderare in quelle occasioni, in modo da rispettare l’aspettativa naturale di un interlocutore di città, evitando che lui stesso si senta in imbarazzo nel vedermi così confuso di fronte a una domanda così naturale. Ma per quanto scavi dentro di me, non trovo alcun motivo che mi faccia venir voglia di sforzarmi di evitare l’imbarazzo altrui. C’è una parte di me che prova un piacere proibito a vedere i segni dell’impaccio di chi si sente fuori posto: gli occhi che si piegano in basso a destra, le mani che giocherellano col primo oggetto trovato, lo sguardo frettoloso all’orologio. Sì, c’è sicuramente qualcosa che non va in me.

Ci volle quel suono così particolare venir fuori dalla radio, come un sonar che rimbalza in fondo all’oceano, a distogliermi dal mio filo di pensieri. È il campione sintetico di una piccola esplosione sintetica sottomarina, quella che apre Underwater Love degli Smoke City. Una delle canzoni più particolari del trip hop e di tutti gli anni ’90, un incrocio impossibile tra la malinconia assassina che quelle atmosfere pescano dagli inverni grigi delle città al nord del mondo e l’anima latina dei versi in spagnolo. Un amore sotto il pelo dell’acqua. Mi tornò subito in mente il clip che passava spesso in tv durante la mia adolescenza: a posteriori ci vedrò tutti i simbolismi surrealisti che allora ero troppo piccolo per cogliere.

I posti che diedero i natali al trip hop non dovevano essere poi tanto diversi da questo. Il grigio del cielo coperto che si alterna al grigio degli edifici, uno uguale all’altro, il freddo e la pioggia che ti costringe al chiuso per sei mesi l’anno, quella sensazione impellente di dover dar voce alla malinconia dei luoghi. Anche se non fa parte di te. Perché il luogo in cui vivi impone un proprio codice. Richiede fedeltà. E tu devi dargli il rispetto che merita. Se vivessi a Lisbona probabilmente scriveresti i versi tristi del fado di fronte a una candela tremolante, seduto nelle strade ciottolate dei quartieri frequentati dai turisti. Se invece vivi in Inghilterra, devi fare omaggio alla malinconia. E in entrambi i casi, dentro te può ancora scorrere il sangue più caldo della samba di Rio. Quello non cambia. È tutta una questione di rispetto verso il luogo.

This is it
Underwater love
It is so deep
So beautifully liquid

Per alcuni attimi quel ritmo lento e cadenzato mi rapisce dalla guida e l’immagine della cantante che fissa l’obiettivo, immersa in quella vasca azzurra, diventa il centro prospettico dei miei pensieri. Nina Miranda, nata a Brasilia, cresciuta in Europa. Anima caliente sotto la superficie dell’acqua, apatia rassegnata fuori dalle sue parole, e quegli occhi azzurri che nascondono un mondo completamente diverso. I luoghi e la natura di ognuno di noi.

After the rain comes sun
After the sun comes rain again
After the rain comes sun
And after the sun comes rain again

underwater_love

Chi mi conosce dice di me che sono una persona flessibile, capace di adattarsi a qualsiasi contesto. Chi mi conosce più a fondo sa che quella flessibilità non è il risultato di uno sforzo, ma il segno diretto di un equilibrio inattaccabile che si è stabilizzato sotto gli scudi, frutto di mille battaglie interiori contro le intemperie del passato. D’altronde non si arriva a fare quel che faccio ogni giorno per caso. È come aver raggiunto una natura avulsa dal carattere immutabile, che resta tale in qualsiasi acqua venga immersa. Underwater Love. Anche quando sei circondato da edifici anonimi di periferia, nel cuore economico pulsante del vecchio continente.

Você vem, você vai
Você vem ê cai
E vem aqui pra cá
Porque eu quero te beijar na sua boca

Ai que boca gostosa

Spensi la macchina proprio sulla chiusura del brano, quando l’incedere mesto concede spazio alle rimembranze sudamericane filtrate dai sintetizzatori. Per un attimo l’underwater viene fuori, perché il rispetto è sempre un rapporto reciproco. Tu lo offri, tenendo al caldo quel che scorre dentro di te, e i luoghi accettano il tuo sacrificio, concedendoti di tanto in tanto il lusso di esprimerlo, come timido segno della tua presenza in un mondo che non ne ha davvero bisogno. Mentre montavo il silenziatore sulla Glock, decisi che quella sera l’avrei usata fischiettando un triste brano del 1997 che aveva saputo nascondere al mondo la sua anima gostosa. Ma l’avrei intonata solo nella mia testa: questione di rispetto.

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