La decadenza punk di Up the Bracket dei Libertines

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Siamo nel 2002: l’Inghilterra è alla disperata ricerca della next big thing; oltreoceano negli States gli Strokes stanno spopolando con quel loro garage rock con influenze punk che di lì a poco andrà sotto l’etichetta di “indie”, ma nella patria dei Beatles niente ancora sembra muoversi veramente. Poi Mick Jones, ex storico chitarrista dei Clash, scopre questo duo di scappati di casa; ah, intendiamoci, scappati di casa nel senso più letterale e distruttivo del termine: parliamo in gergo tecnico di squatter, ovvero di ragazzi senza una sterla che occupano abusivamente appartamenti nei sobborghi di Londra.

Questi due squatter, appunto, rispondono ai nomi di Pete Doherty e Carl Barat; i due hanno cominciato a vivere e a fare musica insieme dopo aver lasciato i rispettivi percorsi universitari: letteratura inglese per Pete e teatro per Carl. Pete ama gli Smiths, Jean Genet, William Burroughs e i Kinks; Carl Barat ama i Clash, i Jam e gli Stooges. Pete canta e suona la chitarra, Carl fa lo stesso, ma la cosa che lascia senza fiato Mick Jones è la naturale alchimia che si instaura tra i loro strumenti, il modo in cui si intrecciano e si scontrano: sì, questi scappati di casa hanno qualcosa.

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Carl Barat e Pete Doherty sul retro di Up the Bracket (2002)

Sicuramente però non hanno un bassista, e neanche un batterista, o meglio, un batterista ce l’avrebbero pure ma ha una quarantina d’anni e anche l’immagine vuole la sua parte. Jones così affianca ai due i precisissimi John Hassal e Gary Powell, rispettivamente basso e batteria. Il gruppo prende il nome di “Libertines”, nome ispirato al romanzo Le 120 giornate di Sodoma del marchese de Sade, una vera e propria enciclopedia della perversione: la controcultura punk si mischia al decadentismo letterario, l’arte come vita diventa arte come emarginazione sociale autoinflitta, soprattutto tramite il ricorso  all’eroina (tanta, tantissima eroina).

Il primo album del gruppo si intitola Up the Bracket, ha dei poliziotti antisommossa in copertina ed è prodotto dalla leggendaria casa discografica underground Rough Trade Records. Vertigo mette subito le cose in chiaro: la precisa e potente batteria di Powell scandisce un ritmo che sembra quello che avrebbero avuto i Kinks se avessero assunto molte più droghe, il basso di Hassal completa la trama ritmica. Dopo ciò diventa difficile definire qualcosa a livello sonoro in quanto di base le chitarre di Barat e Doherty fanno un po’ quello che pare loro, intrecciandosi a proprio piacimento, in perfetta simbiosi, non dividendo in alcun modo netto la parte ritmica e quella solista. Anche le voci dei due sono fatte per vivere insieme: quella di Barat più bassa e sporca, con una chiara impostazione punk, più adatta a determinate parti di prosa; quella di Doherty più docile e acuta, con un non so ché di romantico nel timbro che stona in maniera meravigliosa con l’attitudine tutta garage della trama sonora. Per intenderci siamo di fronte a Lennon e Mccartney che invece di cercare la pace dei sensi in India hanno cercato e trovato l’assoluto nei sobborghi più malfamati di Londra, facendosi di eroina e vivendo di piccoli furti.

Il sapore decadente del tutto viene affermato anche e soprattutto dal testo, tra arcangeli ubriachi che chiedono ai due se si vogliono fare una botta e vergini caste e luminose da rubare di nascosto. L’influenza di Morrisey su Doherty è evidente e si riafferma prepotentemente nel testo di Death on the Stairs, seconda e migliore traccia dell’album, in cui Barat prima e Doherty poi cantano la loro voluttà di autodistruzione, tesi tra la voglia di essere ammazzati e la voglia di vivere, in una tensione vitalistica sempre più portata all’estremo, sempre di più: o tutto o niente. L’omicidio si mischia all’erotismo (ecco le influenze di Sade e di Genet) in Good Old Days e in Tell The King: vi è una vera e propria esaltazione dei controvalori della società borghese, di tutto quello che è altro rispetto agli schemi preimpostati della Londra bene, alla ricerca di una libertà assoluta che può nascere solo dopo aver toccato il fondo.

Come detto, però, il produttore è un certo Mick Jones, e tanta narrativa decadente deve essere in qualche modo coniugata a una ribellione anche dal punto di vista strettamente musicale: l’influsso punk dei Clash (anche se forse più dei Buzzcocks e dei Sex Pistols) si sente forte e chiaro nella spintissima e delirante Horror Show e nella title track Up the Bracket, in cui chitarre impazzite si scontrano in un incredibile frastuono fermandosi e ripartendo e fermandosi e ripartendo, seguendo ma non troppo il ritmo sincopato della batteria di Powell.

Se dal punto di vista musicale c’è dunque poco della struttura dei Clash e invece molto dell’anarchia dei Sex Pistols, a livello testuale certo le influenze di Strummer and Co. si sentono eccome: in Time for Heroes e Boys in the Band la critica sociale contro il sistema borghese c’è, anche se il punto di vista non sembra più essere quello del ghettizzato politicamente, ma dell’emarginato dalla società a causa del proprio stile di vita, uno stile di vita che viene però mitizzato: dal lerciume dei sobborghi nasce il bello, l’ideale, che non è più la parola poetica pura, come in Baudelaire, ma il frastuono più totale.

Il caos non domina però incontrastato, c’è anche spazio per brani più puramente poetici: è il caso della splendida Radio America, sospesa tra la voce rotta di Pete Doherty e una armonia che deve molto ai Beatles del White Album (1968) e ai Kinks di Face to Face (1966): è questo lo stile che Doherty maggiormente porterà nel suo secondo gruppo, i Babyshambles, che avranno un discreto successo di pubblico tra il 2005 e il 2010.

Ovviamente prima o poi filo si sarebbe dovuto rompere: dopo un altro ottimo album come The Libertines (2004), il gruppo si divide, soprattutto a causa della tossicodipendenza di Doherty, arrivato ormai addirittura a rubare nelle nuova casa di Carl Barat. Nel 2014 però, con un Doherty apparentemente totalmente disintossicato, il gruppo si è riunito e ha fatto uscire un nuovo album: Anthems for Doomed Youth (2015), un lavoro dalle sonorità più pop e romantiche (alla fine dell’articolo il video del singolo Hearth of the Matter, che ha goduto di un discreto successo), sicuramente più sbilanciato verso gli Smiths che verso i Clash; d’altro canto sembra davvero impossibile poter ritornare in qualche modo a quel lercio e instabile equilibrio di Up The Bracket, l’album che ha aperto la strada al fenomeno indie in Inghilterra prima e in Europa poi.

 

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