Biennale 2017: la sfida allo spettatore tramite tre padiglioni esemplari

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La Biennale di Venezia è agli sgoccioli (sarà aperta al pubblico fino al 26 Novembre) e son stati molti in questi mesi gli spunti di riflessione e discussione sul carattere e lo spirito di questa edizione. A partire dal vincitore del Leone d’Oro, ossia la potente rappresentazione teatrale estesa dal padiglione tedesco, fino a ragionare sull’approccio generale che si è percepito scorrendo le varie esposizioni, incentrate sull’essere umano e sull’interazione con esso molto più spesso che sul futuro e sulle spinte d’avanguardia.

Son stati molti in questa edizione i padiglioni in grado di bloccare lo spettatore, forzarlo alla riflessione e affascinarlo sul concetto stesso della fruizione artistica. Ci sono state esposizioni che ti hanno fatto riflettere sulla dimensione dell’uomo e del suo agire (Argentina), altre che lo hanno reso protagonista integrato nell’opera (Austria) e altre ancora che hanno dischiuso la filosofia e l’etica di certe aree specifiche dell’essere umano (Grecia). Tre nazioni, però, hanno avvolto e colpito lo spettatore in maniera più strutturata di altri, e vale la pena approfondirli.


Russia

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L’imponente rappresentazione Scene Change di Grisha Bruskin è un’odissea di figure bianche nel buio, atte a rappresentare un mondo in cui il tempo scompare, e i soggetti del potere e della paura provenienti da ogni epoca convivono sotto lo stesso cielo. Una grande metafora di sottomissione che coinvolge ogni campo della vita intellettuale: politica, filosofia, società, cultura, formazione. La scena acromatica colpisce, affascina e trasmette una sensazione di maestosità che nessun altra nazione è riuscita ad eguagliare. Notevole anche la scena nella cripta, coi corpi ispirati all’Inferno dantesco intrappolati dentro blocchi geometrici penetrabili solo tramite un’apposita app di realtà virtuale. L’interazione e l’interrogativo come modo con cui l’arte avvolge lo spettatore.


Israele

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L’opera di Gal Weinstein al padiglione israeliano non è solo un’altra grande metafora degli effetti del tempo. Sun Stand Still ti immerge in uno scenario desolante, in cui l’abbandono domina e opprime. I pavimenti e le pareti sono ricoperti di una muffa creata appositamente per tale scopo, mentre salendo al piano superiore si può osservare la rappresentazione di una distesa di campi da coltivazione morti e quella enorme, prepotente  nuvola che sovrasta lo spettatore e sembra offrirgli la minaccia a portata di mano. Inserita in quel contesto, la sensazione è claustrofobica, apocalittica.


Stati Uniti

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Ancora una volta l’essere umano al centro di Tomorrow Is Another Day, la rappresentazione del padiglione statunitense ad opera di Mark Bradford, artista di punta della scena americana contemporanea con un impegno sociale netto legato alla sua arte. L’opera di Bradford racconta l’uomo e la società attraverso un percorso variegato, i cui contrasti ti forzano ad approfondirne i significati. Dal bulbo sul soffitto della prima sala, che forza lo spettatore a “scorrere ai margini”, alla Medusa nera realizzata coi materiali usati dai lavori umili, fino all’esplosione di colori della penultima sala, a rappresentare il microscopico e il macroscopico dell’esistenza, offrendo al contempo una lezione sulla relatività della prospettiva e della visione. L’oggetto osservato assume dignità e offre il peso dell’interazione con esso. Un’opera che ha il merito di far sorgere interrogativi.

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