Il rumoroso silenzio di Captain Fantastic

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Silenzio. Un piano sequenza su una foresta degli Stati Uniti del Nord con una luce piacevolmente accecante che sfiora l’obiettivo della telecamera e dunque i nostri occhi. Il rumore di un ruscello. I gemiti di un cervo ucciso da un ragazzo col volto ricoperto di mosto.

I primi minuti di Captain Fantastic sono un rito di iniziazione: il passaggio all’età adulta del giovane Bodevan, sì, ma anche un rito di iniziazione dello spettatore, che tra suoni di ruscelli che si trasformano nella naturale musica di Alex Somers viene portato dentro un mondo diverso, un mondo in cui un padre, Ben Cash (un eccezionale Viggo Mortensen candidato come miglior attore protagonista agli Oscar 2017) cresce da solo nella foresta i suoi sei figli, in ordine di età Bodevan, le gemelle Kielyr e Vespyr, Rellian, Zaja e Nai. Strani nomi, dati appositamente, in modo che essi siano unici al mondo, e lo sono sul serio: ragazzini capaci di cacciare, scalare montagne, studiare la teoria delle stringhe, discutere di marxismo. È questo il miscrocosmo anticapitalista che Ben crea con sua moglie Leslie, che però, gravemente malata, si suiciderà.

A questo punto la famiglia deve tornare nel “mondo reale” per i funerali della donna, ed è qui che il regista Matt Ross, al suo secondo lungometraggio (ma primo davvero importante) supera se stesso. L’opposizione tra la comunità hippie dei Cash e l’esaltato capitalismo statunitense è evidente, ma il film non prende posizioni, resta su una meravigliosa indecisione, che forse è la stessa del regista stesso, che nella propria infanzia ha per numerose volte vissuto in comunità hippie.

Se da un lato c’è la piccola Zaja che con una conoscenza impressionante della Dichiarazione dei diritti umilia i suoi cugini americani-medi, interessati ai videogiochi violenti e indifferenti alla cultura (e non dubitiamo che buona parte del pubblico si sia sentito direttamente preso in causa) dall’altro c’è un  Bodevan che “a meno che non sia scritto su un cazzo di libro del mondo non sa assolutamente niente” e chiede la mano di una ragazza incontrata in un campeggio per camper dopo un solo bacio, non sapendo di fatto stare al mondo da quel punto di vista. Il film diviene dunque un saggio di relativismo: non vi è niente di buono nell’estremo, come dice lo stesso Ben “come i capitalisti, anche i marxisti possono essere criminali”.

Ma lo stesso Ben non riesce a moderare la propria ideologia: schietto, anarchico, amante della libertà nel senso più profondo, il protagonista parla tranquillamente al suo figlio più piccolo Nai di sesso e di crack, mettendo in ridicolo l’ipocrisia benpensante da middle-class americana; festeggia con i propri figli la “festa di Noam Chomsky” invece del Natale,  “in fondo perché festeggiare un magico folletto al posto di un uomo che con i suoi studi è stato veramente importante per l’umanità?”. Egli è direttamente responsabile del suicidio della moglie, portata nella foresta per guarire dalla malattia senza avere, evidentemente, le risposte sperate; e questo il figlio Rellian lo sa, per questo lo odia profondamente fino al momento in cui la figura paterna non scende dal proprio trono patriarcale per ammettere le proprie colpe, anche qui una grande lezione di vita.

No, Captain Fantastic non è un film leggero, non è piacere viaggio nella natura per non pensare alla nostra vita di tutti i giorni, è un film che ti fa pensare, ti fa piangere, e ti fa, in molti momenti, anche incazzare. Lo spettatore è come catturato dal film, dalla intangibile musica di Alex Somers e dei Sigur Ròs, un post rock ambientale che suona come una boccata di aria fresca dal caos della vita quotidiana. In particolare le tracce Funeral pyre e Varðeldur sono lo specchio del film, di un vero e proprio modo di vivere, tra archi leggerissimi, suoni ambient e voci gridate ma allo stesso tempo strozzate in sottofondo, la pace del silenzio, sì, ma con un qualcosa che cerca di uscire, che cerca di rompere quel silenzio, un dolore sottile, ma palpabile. Ma in questa atmosfera ovattata vi sono ripetuti attacchi allo stile di vita dello spettatore medio, chiamato a prendere coscienza di sé e degli altri.

Una musica che si traduce in una fotografia che passa con una incredibile tranquillità da campi lunghissimi di foreste a primi piani impietosi sul dolore di Ben per la momentanea perdita dei propri figli, con le lacrime che sgorgano dolorosamente dai suoi occhi; una fotografia capace di cogliere interessanti e piacevoli giochi di luce nel cuore della natura, una luce sempre presente, che filtra tra gli alberi, che filtra dalle finestre e illumina quei meravigliosi capelli rossi dei figli di Ben, che fanno essi stessi parte della luce, della natura, lo senti nei loro occhi, nella loro pelle candida che riflette perfettamente la luce, in contrasto coi corpi opachi del post-capitalismo intorno a loro.

La musica non è soltanto basilare come soundtrack, ma come mezzo di espressione dei personaggi: le variazioni Gooldberg di Yo Yo Ma, musica preferita di Leslie e di conseguenza di tutti i figli, unica musica attraverso cui riescono a comunicare col resto del mondo trasmettendo un senso di estranietà evidente. E poi c’è il funerale, quello vero, la festa per celebrare un nuovo ciclo vitale, non la marcia funebre cristiana, che Leslie, buddhista (ma solo nella filosofia, non credente) non avrebbe mai voluto; e qui, onestamente, il confronto è abbastanza impietoso: da una parte abbiamo un prete estraneo che parla di cose di rito nell’elegia della povera suicida, dall’altra abbiamo una famiglia vestita a festa che canta e balla intorno a un falò, attorno alla propria madre, con una vicinanza emotiva che una bara non può dare, con una versione di Sweet child o’ mine dei Guns’n Roses che supera l’originale, tra chitarre ritmiche e la voce spezzata di Kielyr (Annalise Basso) che fa letteralmente venire la pelle d’oca. I protagonisti, vestiti così colorati, in contrasto con gli abiti da funerale cristiani, sono vicini al vero dolore, che si fonde poi con la felicità, sono vicini alla purezza, una purezza che il rito cristiano non può raggiungere, fermo a un’ipocrisia che fa pensare solamente al proprio di dolore, e non certo a quello della povera Leslie: i protagonisti brillano di luce propria, quella stessa luce che invece durante il funerale cristiano restava fuori a guardare.

Captain Fantastic non ti dice di prendere una posizione, Captain Fantastic non ti fa sentire meglio con te stesso, Captain Fantastic guarda impietosamente la nostra società, ipocrita, attaccata al denaro, senza un fine e basilarmente infelice, ma senza per questo ripudiare il vivere associato in sé: lo dimostra il compromesso finale di Ben, che decide di far andare i propri figli a scuola e di far partire Bodevan, perché non si può imporre il proprio stile di vita ad altre persone, e forse questa è l’unica grande lezione  di senso assoluto, che si stacca dal relativismo per toccare una sottile verità, che il film può dare.

Premiato nel 2016 a Cannes come miglior regista nella sezione Un certain regard Matt Ross firma un’opera cinematografica di senso assoluto, che continuerà a far parlare di sé per molto tempo.

Captain Fantastic di Matt Ross è su Amazon.

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