I am not what I am: la natura demoniaca di Iago nell’Otello di Shakespeare

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Iago. Una delle figure antagoniste più affascinanti della letteratura di ogni tempo. Incarnazione assoluta di una malignità che spaventa per l’assenza di motivazioni esplicite, tessitore di trame nefaste ingegnose e dall’efficacia funesta, mentre le vittime del suo odio ruotano intorno a lui sfigurando in ingegno e abilità di manovra. Una delle figure più discusse dalla critica, oggetto di numerose interpretazioni e di punti di vista sempre nuovi, a dimostrare la profondità degli strati simbolici della scrittura di Shakespeare.

L’essenza di Iago può essere sintetizzata nella sua frase “I am not what I am” (Atto 1, Scena 1, Verso 67). Iago è, più volte nel testo, chiamato “onesto”; è quindi colui che, agli occhi di Otello e anche di Desdemona, non mente. Naturalmente sappiamo che così non è, ed è soprattutto lo stesso Iago a saperlo. Dunque, “io non sono quello che sono” può essere vista come una dichiarazione della propria insincerità: paradossalmente Iago afferma di mentire. Pertanto, se la frase è falsa, bisogna intendere che Iago “è quello che è”? Certamente no. Bisogna notare come Iago adatti il proprio linguaggio alle circostanze – un vero uomo politico: si pensi ad esempio alla differenza di registro e di comportamento tra il dialogo con Graziano e Lodovico e quelli con Roderigo.

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Micheál MacLiammóir, Iago nell’Otello di Orson Welles (1952)

Anche il suo grado di sincerità varia a seconda dell’interlocutore: quando è solo, dobbiamo pensare che perlopiù dica la verità (ammette infatti le doti di Cassio e i pregi di Otello); quando è con Otello, perlopiù mente. Nei suoi dialoghi con Roderigo, invece, pur mentendo apertamente, riserva delle frasi tanto ambigue quanto interessanti (ad esempio, “Were I the Moor, I would not be Iago”, 1.1.59) che, nel profondo, rivelano più di quanto non appaia. Questo è appunto anche il caso di “I am not what I am”, con cui Iago suggerisce a Roderigo di non essere onesto come sembra.

La frase è particolarmente rivelatrice in un’ottica intertestuale. Se considerata come un riferimento a Esodo 3:14, in cui Yhwh dice a Mosé “Io sono colui che sono” (“I am that I am”), Iago non solo nega se stesso, ma si pone metafisicamente su un piano diametralmente opposto a quello divino, dunque demoniaco. Da qui l’importanza della frase, tanto più se confrontata e confermata dal verso 1.3.352,: “for my wits and all the tribe of hell”. Qui, affiancando il proprio cervello ai diavoli dell’inferno, Iago riafferma la propria condizione diabolica: è questa, quindi, l’immagine che ha di sé.

Iago compie un’operazione simile nell’esprimere i propri sentimenti per Otello (1.1.155): “I do hate him as I do hell pains”. Odiando Otello quanto le pene dell’inferno, Iago pone anche il generale ad un livello demoniaco. Tuttavia, avendolo già fatto con se stesso, non sta quindi equiparandosi ad Otello? E non è forse un’ammissione di odio per se stesso?

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Lawrence Fishburne e Kenneth Branagh, Otello e Iago nel film del 1995

Nel folclore ebraico, Lucifero venne cacciato dal paradiso per un peccato di superbia, in quanto voleva innalzarsi al livello dello stesso Dio (lo stesso peccato in cui indurrà Adamo ed Eva); ed un peccato di superbia è proprio il primo che Iago mostra di commettere, nelle battute iniziali, esponendo a Roderigo il proprio risentimento: “I know my price, I am worth no worse a place” (1.1.12). Iago è superbo nel non voler ammettere i propri limiti e la propria, probabilmente effettiva, inadeguatezza a ricoprire il ruolo di luogotenente: se davvero conoscesse il proprio valore, se ne accorgerebbe.

La “cacciata dal paradiso”, per Iago, non è uno spostamento nella dimensione spaziale, ma uno sprofondare nell’inferno della propria invidia. E l’invidia è il secondo peccato di Lucifero, questa volta nei confronti dell’Uomo, ed è la causa per cui lo tenta continuamente. Otello, dunque, per lo Iago/Lucifero assume il doppio ruolo di Dio e di Uomo: da una parte è colui che vorrebbe eguagliare e superare, dall’altra il destinatario delle sue tentazioni. In questa rappresentazione metafisica, Otello si presta sicuramente ad interpretare la parte dell’Uomo: cedere alla tentazione di Iago/Satana implica la cacciata dall’Eden (la perdita progressiva dell’amata Desdemona, della posizione ottenuta e infine della stessa vita).

L’immagine demoniaca è quella che non solo Iago, ma soprattutto Brabanzio ha di Otello, derivante dal simbolismo del nero come colore del male. Bisogna anche sottolineare come sia proprio Iago, come sempre, ad infondere in Brabanzio l’idea di Otello come “demonio”, presentandolo in 1.2.91 come “black ram”. Non è superfluo ricordare come il caprone sia tradizionalmente l’animale con cui si rappresenta Satana. Tuttavia, tanto la commistione di umano e divino quanto l’accostamento alla figura del capro, tipico simbolo di sacrificio, suggeriscono invece un ruolo cristico di Otello, soprattutto nella contrapposizione al suo opposto: Lucifero/Iago che odia Gesù/Otello in quanto è/ha ciò che lui stesso vorrebbe essere/avere.

In sostanza, Iago dà attributi demoniaci tanto a se stesso quanto ad Otello: vede in questi ciò che in realtà vede in sé. Vediamo così confermata l’idea di Ben Aukrey, tra gli altri, secondo cui in realtà Iago, in Otello, non vede l’Altro ma se stesso, e su di lui proietta le proprie paure ed ossessioni.

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Rory Kinnear (Iago) e Adrian Lester (Otello) nella rappresentazione teatrale al National Theatre di Londra nel 2013

C’è anche una certa ironia, nelle proiezioni di Iago su Otello. In un certo senso, i due sono veramente uguali: il peccato di superbia, come per Lucifero ed Adamo, è comune ad entrambi. Di fatto, il vero problema di Iago non è nelle sue motivazioni, che come è stato detto in più occasioni da vari critici non possono, da sole, giustificare un odio tanto grande. Il problema di Iago risiede nel non sapersi accettare per quello che è – superbia che si tramuta in invidia.

Allo stesso modo, in una lettura post-coloniale, il problema di Otello sta nel non sapersi accettare come nero: se tentasse di inserirsi nella società veneziana per quello che è, senza sforzarsi di essere “bianco dentro”, probabilmente non offrirebbe appigli al gioco di Iago. La sua superbia – ossia il voler essere qualcosa che non è e che ai suoi occhi appare superiore – lo porterà, come in Iago, all’invidia: Otello arriva ad invidiare Cassio non tanto perché (nella sua mente) avrebbe conquistato Desdemona, ma perché bianco.

L’Otello di Shakespeare è un capolavoro di emozioni umane e interazioni tra i caratteri ancestrali dell’Uomo. La dinamica descrive in maniera spietata quelle che per certi versi sono le debolezze dell’essere umano, intese come forze primitive perfettamente in grado di distruggere la bontà della propria stessa natura. Un’opera osservabile da molteplici punti di vista, che ci aiuta in realtà a capire noi stessi. Quello che siamo, e quello che non vorremmo essere.

Miguel Forti

Le trasposizioni cinematografiche dell’Otello di Shakespeare sono su Amazon.
La cover image è realizzata da Diana H. Chu.

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