Beethoven e la sordità: come nacquero i suoi ultimi capolavori

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Sarà vero che Beethoven, per combattere la sua sordità, si fece costruire una speciale bacchetta di metallo che usava stringere tra i denti e poggiare sulla cassa del pianoforte, per percepire le vibrazioni?

La vicenda umana di Beethoven è cosa nota: l’infanzia difficile succube del padre ubriacone e violento, la sordità che lo afflisse progressivamente dovuta anche alle percosse del genitore, l’incapacità di accettare regole e comportamenti sociali, gli amori disperati, la delusione dell’unico affetto, il nipote Karl. Tutto ciò contribuì sempre più al suo isolamento, dal quale sembrò uscire solo attraverso la parola scritta, forma di comunicazione, oltre la musica, da lui prediletta. Abbiamo tre tipologie di documenti: le lettere, i “Quaderni di conversazione” (in cui raccolse pensieri, appunti riflessioni, domande dei suoi interlocutori), e il “Testamento di Heiligenstadt” (dal nome del piccolo villaggio rurale non lontano da Vienna, dove Beethoven amava trascorrere alcuni mesi all’anno), vero e proprio testamento spirituale dove confessa il suo male interiore, quella sordità che si era fatta insopportabile e che minava la sua vita.

Il suo amico Maelzel (lo stesso che inventò il metronomo) realizzò apposta per lui un enorme cornetto acustico. Si fece costruire, anche da altri, strumenti per ascoltare il suono ‘fisicamente’. Aveva fatto costruire una scatola, in particolare, che appoggiava sul pianoforte. Beethoven suonava fisicamente dentro questa sorta di ‘risuonatore’. Ma lo strumento più stupefacente che usava era una bacchetta di metallo, di ottone, che soleva tenere tra i denti e che metteva a contatto con la tavola armonica del pianoforte: riusciva così a percepire fisicamente le vibrazioni del suono. Aveva precorso i tempi. Oggi la nuova generazione degli amplificatori acustici non funziona più per espansione del suono, ma funziona sulla trasmissione ossea.

Fin quando gli fu possibile, Beethoven cercò di tenere nascosta la sua menomazione. Nel 1801 a 31 anni così scriveva all’amico medico Franz Gerhard Wegeler:

“…devo confessarti che conduco una vita infelice… sono due anni che evito qualsiasi compagnia, perché non posso dire alla gente che sono sordo… Il dott. Franck mi ha curato con olio di mandorle, ma senza alcun effetto… poi mi ha prescritto tè per gli orecchi, ma questi sibilano, e sento un brusio giorno e notte… Posso dirti che la mia vita si trascina miseramente, se avessi un’altra professione la mia infermità non sarebbe così grave, ma nel mio caso è una menomazione terribile! Devo mettermi accanto all’orchestra, altrimenti non odo le note acute degli strumenti e delle voci posso udire i toni di una conversazione ma non le parole, e se qualcuno grida non lo posso sopportare.”

Durante l’assedio della città di Vienna da parte delle truppe francesi (1809) Beethoven fu costretto a rifugiarsi in cantina coprendosi le orecchie con dei cuscini: i suoni forti gli davano fastidio perché soffriva già del caratteristico fenomeno del recruitment che, per ironia della sorte, non fa sentire i suoni di intensità normale, ma provoca un enorme fastidio per i suoni forti. A soli 39 anni tra Beethoven e il mondo si era già alzato il muro del silenzio. Dalle testimonianze lasciate dai lui stesso e dai suoi amici possiamo ricostruire che non percepiva distintamente né voci né suoni e riusciva appena ad udire ciò che suonava stringendo tra i denti la bacchetta di metallo e poggiandola sulla cassa di risonanza del pianoforte. L’esame post-mortem dell’apparato uditivo del musicista riporta un’analisi che non è servita a chiarire lo stato di salute del musicista. Alcuni studiosi attribuiscono l’insorgere del disturbo uditivo al tifo addominale, che colpì Beethoven nel 1797, altri, più attendibilmente, fanno risalire la sordità del musicista ad uno stato catarrale cronico delle prime vie respiratorie e del rinofaringe. A indicarlo sarebbe stato egli stesso, quando riferisce di “…sentire la testa in fiamme”, tanto che mentre suona, ha l’abitudine di correre al lavabo e di immergere la testa nell’acqua fredda.

Varie sono state, nel corso degli anni, diagnosi e ipotesi sulle cure. Di certo sappiamo che oggi sarebbe stata una malattia semplice da curare, risolta grazie agli apparecchi acustici di ultima generazione. Nel marzo del 1818 venne costruito per Beethoven uno speciale pianoforte dalla casa britannica Broadwood: la sonorità era più robusta e penetrante di quella dei pianoforti viennesi di allora e la tastiera era arricchita di quattro tasti verso il grave, e di uno verso l’alto. Anche se la sordità era ormai divenuta totale, sul nuovo strumento Beethoven compose le ultime tre Sonate e la Nona Sinfonia.

Superando con una ferrea volontà le prove di una vita segnata dal dramma della sordità, attraverso la sua musica, Beethoven celebrò il trionfo dell’eroismo, della fratellanza tra i popoli e della gioia, nonostante il destino gli avesse riservato un drammatico isolamento. Mai vennero meno la sua forza spirituale e il suo ottimismo, e anche nei momenti più drammatici conservò sempre la fiducia nella bontà della vita e nel suo Creatore.

Ma scavando ancora più a fondo sull’evoluzione dell’handicap, sono sorte recentemente delle teorie che hanno indagato su aspetti forse non approfonditi a dovere, che confermerebbero la concretezza e l’estro – pur nel disagio della situazione in cui versava – del compositore di Bonn. La ricercatrice Natalya St. Clair ha pubblicato un video per TED-Ed, la sezione interattiva del noto marchio statunitense di conferenze culturali, scientifiche e tecnologiche, dedicato al dibattito e la partecipazione tra studenti e insegnanti da tutto il mondo. Nella breve lecture digitale, la St. Clair spiega che un’effettiva soluzione che Beethoven utilizzò per aggirare l’incalzante dramma della sordità fu la matematica. Trovate il video qui sotto.

A partire dalla Sonata al Chiaro di Luna, risalente al 1801, gli spartiti delle composizioni celavano calcoli ed incastri matematici applicati alla notazione, attraverso cui egli memorizzava la relazione tra tonalità di note differenti e la loro possibile associazione. Dei celebri “Quaderni di conversazione”, apparsi ad inizio Ottocento col palesarsi delle prime ingenti difficoltà, ne andarono persi più della metà. Al loro interno pare potessero esserci stati accenni delle teorie matematiche che lo avrebbero aiutato negli ultimi atti della carriera, rivelati a stretti confidenti preoccupati per il suo stato di salute.

Col peggiorare delle condizioni uditive, il cosiddetto orecchio interno diede maggior spazio, inesorabilmente, ad una concezione immaginifica del suono e del suo indirizzo. Dal 1822, anno in cui si fa risalire l’inizio della scrittura della Nona Sinfonia, Beethoven era ormai completamente sordo, ma riuscì a rendere il suo linguaggio, nonostante tutto, ancora più ricco e coeso di quanto un orecchio razionale avrebbe potuto.

Dario Giardi, Giovanni Coppola

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