La triste storia del “come fare una canzone da top-50 Spotify in pochi semplici passi”

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Qualche tempo fa è apparso uno strano articolo su Thump US, dal titolo “Come produrre una canzone e mandarla in cima alle classifiche di Spotify, una guida semplice“. Titolo molto civettuolo che potrebbe nascondere in realtà un intento ironico e che pertanto invoglia alla lettura, ma che presto si rivela essere come quelle mini-guide che si vedono di tanto in tanto nelle pubblicità acchiappa-clic negli angoli dei siti dal traffico più sviluppato. Con l’aggravante che chi l’ha scritto ha anche competenza e conoscenza, arrivando a citare un analogo manuale scritto dai KLF nel 1988, “come produrre una canzone da prima posizione in classifica, una guida semplice“. Cosa che loro, i KLF, hanno di fatto saputo fare con successo, nell’89, con 3 A.M. Eternal.

L’articolo parte dalla teoria semplicistica secondo la quale ogni hit, ogni canzone di successo nei canali commerciali, sia puntualmente una specie di collage di elementi che hanno già avuto successo in passato. Senza rischi e senza effetti collaterali, con la massima convinzione che ogni cosa che abbia già funzionato in precedenza, continuerà a funzionare automaticamente. Di conseguenza, l’articolo propone una serie di passi semplici da mettere in pratica per scrivere una canzone di successo, passi che fondamentalmente consistono nell’ascoltare attentamente le canzoni più popolari tra le classifiche d’ascolto di Spotify e Apple Music e poi procedere a scriverne una che abbia esattamente lo stesso stile. Con tanto di invito ad “andare su youtube e cercare tutorial su come scrivere una canzone con quello stile“. Tutorial che infatti ci sono e sono cliccatissimi. Quello qui sotto, su come scrivere una canzone pop, è stato pubblicato da un vlogger canadese un anno fa e (ad oggi) ha 850mila visualizzazioni. Più dell’ultimo singolo di Pharrell.

In pieno stile statunitense, l’articolo è pieno di formulette dalla riuscita facile dette nella maniera più esplicita possibile. A+B=C. Se dovete fare una canzone EDM, non dimenticate il Flume Drop (che loro stessi, pochi giorni, prima hanno definito “il più noioso dei trend moderni“). Se fate musica dal ritmo veloce, scegliete un nome e toglietegli tutte le vocali. Eventualmente indossate una maschera. Inventatevi una storia che vi racconti, potete anche copiarla da qualcun altro, basta che non vi fate scoprire. Seguite l’esempio dei Chainsmokers, che nelle interviste profetizzano l’uso della musica come mera distribuzione di un prodotto tecnologico. Anche loro con successo.

Poi pubblicate qualche post di anticipazione sulla vostra pagina facebook (ma senza troppi strombazzamenti, lasciate che il pubblico creda di starvi scoprendo da sé), aspettate che un agenzia pubblicitaria vi contatti, fate qualche live qua e là (ma solo se siete sicuri che verrà coperto dalla stampa, se no state pure a casa, tempo sprecato) e provate a stringere partnership commerciali per tirar su qualche soldo. Una cosa tira l’altra e finirete selezionati dal misterioso algoritmo di Spotify che sceglie ogni settimana le canzoni da mettere in rilievo per gli ascoltatori che navigano nella sezione “Scopri”. Nel frattempo, l’infinita serie di artisti di successo che vi hanno spiegato più e più volte che l’unica cosa che conta nell’arte è fare ciò che sentite dentro si è impiccata con una calza di nylon rubata dal guardaroba di Miley Cyrus.

In realtà, la verità è ben diversa da quella raccontata in quella guida (e in qualsiasi altra guida che vi prometta traguardi importanti con poche semplici mosse). Primo, perché se così non fosse, saremmo pieni di top-hit scritte da perfetti sconosciuti, e non si spiegherebbe com’è possibile che in ogni nazione del mondo, in ogni singola scena musicale di questo pianeta, esistono migliaia di artisti di grande talento che non riescono a raggiungere un centesimo della visibilità degli artisti da top-chart (pur magari meritandola ben più di loro). E secondo, perché una guida del genere manda un messaggio scorretto e indecoroso, che mina alla base il concetto di arte e creatività. Oltre a non spiegare come spesso siano certe forme d’arte sincere e personali ad avere il più grande successo, proprio perché diverse da quanto di stranoto circola nei canali comuni. Come quando lo scorso ottobre Bon Iver debuttò secondo in classifica col nuovo album.

Sono puri e semplici specchietti per le allodole. Il che non significa che non possano funzionare, sia chiaro. Esiste una (larga?) fetta di pubblico che funziona per associazioni involontarie con quanto già conosce, e se l’obiettivo è conquistare quel tipo di ascoltatori, si possono anche usare i metodi facili. Ma a un certo punto bisogna anche pensare alla qualità del pubblico che ti segue, che si misura in quanto facilmente esso si possa dimenticare di te perché magari attratto dal nuovo nome che ha ripetuto la tua stessa tecnica su un altro stile. O ancora peggio, pensare a quanto poi può essere facile che tu, insieme alla serie di epigoni che hanno fatto copia-e-incolla a loro volta, possa far scattare la bolla e d’improvviso stancare il pubblico svelando la pochezza sostanziale di un intero trend. Come successo proprio in tempi recenti con l’EDM. Cosa che non ha comunque distolto i suoi interpreti principali a continuare nella suprema arte del collage atto a creare dei Frankenstein del pop. Maledetto Guetta.

Probabilmente non serve che ve lo diciamo, ma giusto perché ci sono brutti ceffi in giro che vi dicono esplicitamente delle lampanti falsità, lasciate che altrettanto esplicitamente vi diciamo la verità: non esiste alcuna ricetta segreta. Non c’è trucco, né formula matematica per avere successo. Ve l’hanno detto decine di artisti che il successo l’hanno avuto sul serio, e continueranno a dirvelo. Ma soprattutto, non è comunque quello lo spirito con cui iniziare a fare musica, che ricordiamo essere una forma d’arte, e una delle più importanti dei nostri tempi. Se volete essere musicisti, chiedetevi prima di tutto se volete essere degli artisti, capaci di offrire qualcosa di cui il mondo ha bisogno. Chiedetevi se al mondo serve ciò che producete, se è in grado di arricchirlo, o se si aggiungerebbe alla già raggiunta saturazione dei mercati, ormai estesa a ogni genere e stile espressivo. Tutto questo se proprio pensate alla fase produttiva orientandola al raggiungimento di un pubblico. Altrimenti, potete sempre liberare la vostra vena artistica in canali privati, come genuino bisogno espressivo che fa parte di voi, senza bisogno che ci sia un pubblico ad ascoltarvi. Anche quella è arte. Forse la più sincera.

Siate voi stessi, con onestà, puntando sull’originalità. E non credete alle storielle.

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